La pressione sulla frontiera si è allentata, gli attraversamenti si sono fermati durante la notte e decine di migliaia di migranti stanno tornando in Marocco. Ma a Ceuta non è ancora possibile parlare di normalità. La città autonoma spagnola prova a uscire dalla più grave crisi migratoria della sua storia recente, mentre lungo le strade, sulla costa e nei pressi del valico del Tarajal restano visibili le tracce degli scontri e della fuga di massa degli ultimi giorni. Sullo sfondo continua il duro confronto diplomatico tra Madrid e Roma, esploso dopo la decisione italiana di ripristinare i controlli sui cittadini non comunitari provenienti dalla Spagna nell’ambito delle regole di Schengen.

Secondo le autorità spagnole, delle circa 60mila persone entrate in poche ore nell’exclave, oltre 48.300 sono già rientrate in territorio marocchino. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha parlato di un progressivo ritorno all’ordine, sottolineando che nessuno dei migranti arrivati irregolarmente ha raggiunto la Spagna continentale o altri paesi dell’Unione europea. Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha tuttavia invitato alla prudenza: la situazione, ha detto, «non ha ancora raggiunto la normalità».

La conta dei morti

Dalle prime ore del mattino centinaia di persone hanno ripercorso in senso inverso il lungomare che conduce al valico di Tarajal. In maggioranza giovani uomini, stanchi e provati, hanno camminato ordinatamente verso la frontiera sotto il controllo delle forze dell’ordine. Poco oltre il confine, sul versante marocchino, restano automobili incendiate e la carcassa di un autobus bruciato durante gli scontri della notte. Alcuni gruppi avevano tentato di utilizzare i veicoli come barricate contro la polizia marocchina e quella spagnola, prima di abbandonare l’area.

Dopo una notte senza nuovi ingressi, Madrid ha avviato l’installazione di ulteriori dispositivi di contenimento davanti al frangiflutti del Tarajal. Il sistema comprende una barriera galleggiante lunga circa 500 metri, parzialmente sommersa, e una linea di boe fornite dalla Marina. Tra le strutture sarà lasciato un corridoio per consentire il pattugliamento delle motovedette della Guardia Civil. Le autorità vogliono impedire nuovi tentativi di aggirare a nuoto il confine, proprio mentre il Marocco continua a schierare uomini e mezzi sul proprio lato della frontiera.

La riduzione della pressione migratoria non attenua le dimensioni della tragedia umana. Grande-Marlaska ha confermato il recupero di 67 cadaveri nelle acque controllate dalla Spagna. A questi si aggiungerebbero altri 17 corpi ritrovati sul lato marocchino della costa, secondo quanto riportato dai media locali: il bilancio complessivo e ancora provvisorio della crisi salirebbe così ad almeno 84 morti. Le vittime sarebbero annegate mentre cercavano di raggiungere Ceuta a nuoto, spesso in condizioni marine proibitive. Almeno altre 30 persone erano già morte lungo la stessa rotta dall’inizio dell’anno.

Il governo spagnolo attribuisce la responsabilità dell’esodo alle reti di trafficanti e alla diffusione sui social di informazioni false, che avrebbero fatto credere a migliaia di persone che la frontiera fosse aperta e che, una volta entrate a Ceuta, sarebbe stato possibile raggiungere liberamente la penisola iberica e gli altri paesi europei. Madrid ha però ammesso di non avere previsto la portata del fenomeno: secondo fonti governative, le informazioni disponibili non avevano consentito di anticipare l’arrivo di quella quantità di persone nell’arco di 24 ore. La crisi è stata contenuta grazie alla collaborazione con Rabat, ma le autorità spagnole stanno ora valutando nuove misure di sicurezza e modifiche alle procedure di rimpatrio.

Le reazioni politiche

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che la «stragrande maggioranza» delle persone entrate irregolarmente è già tornata in Marocco grazie al lavoro delle autorità spagnole e marocchine e che nessuno ha raggiunto la Spagna continentale o il resto dell’Unione. La crisi, ha osservato, dimostra quanto sia essenziale il controllo delle frontiere esterne e quanto sia necessario rafforzare il sistema europeo, mantenendo alta la vigilanza nei punti di ingresso più esposti.

Von der Leyen ha inoltre accolto la richiesta, promossa da Italia e Danimarca e sottoscritta da 22 stati membri, di convocare una videoconferenza straordinaria per esaminare quanto accaduto. «La lotta contro l’immigrazione clandestina richiede solidarietà e una risposta europea unitaria», ha scritto, assicurando che Bruxelles ha offerto sostegno alla Spagna fin dall’inizio della crisi.

Sul fronte interno spagnolo, il Partito popolare ha chiesto chiarimenti sulla gestione dell’emergenza. Ben più duro Vox. Il responsabile nazionale per la Sicurezza e l’Immigrazione del partito di Santiago Abascal, Samuel Vázquez, arrivato a Ceuta, ha sostenuto che gli spagnoli sarebbero stati «abbandonati al loro destino» e che il governo sarebbe impegnato a proteggere se stesso anziché i cittadini. Ha descritto supermercati sorvegliati dalle unità antisommossa e stazioni di servizio militarizzate, rivendicando per gli abitanti il diritto di difendersi.

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Il presidente di Vox a Ceuta, Juan Sergio Redondo, ha inoltre messo in dubbio la ricostruzione del governo sui rimpatri, sostenendo che in città vi sarebbero ancora centinaia di persone per strada. Accuse che contrastano con i dati diffusi dal ministero dell’Interno sui tantissimi migranti già tornati in Marocco.

Lo scontro con l’Italia

La polemica più accesa resta quella tra Spagna e Italia. Madrid ha reagito duramente alla decisione del governo Meloni di reintrodurre controlli temporanei nei porti e negli aeroporti sui cittadini non europei provenienti dalla Spagna. La misura è stata presentata da Roma come uno strumento straordinario di sicurezza, ma il governo spagnolo l’ha giudicata inutile e politicamente strumentale, ricordando che Ceuta dispone già di un regime particolare e non consente ai migranti entrati irregolarmente di trasferirsi liberamente nell’area Schengen.

Grande-Marlaska ha definito la risposta italiana «egoistica», «priva di solidarietà» e dettata da finalità politiche. «Stiamo parlando di malafede o di ignoranza», ha affermato, ricordando che durante la crisi di Lampedusa del 2023 la Spagna aveva sostenuto l’Italia. Il ministro ha rivendicato inoltre la collaborazione con il Marocco, che avrebbe consentito di ridurre del 40 per cento gli ingressi irregolari e di ribaltare rapidamente la situazione a Ceuta.

Giorgia Meloni ha invece spostato l’accento sulla necessità di una strategia comune. La presidente del Consiglio ha rivendicato la lettera promossa insieme alla Danimarca e firmata da 22 paesi, con la quale si chiedono un rafforzamento delle frontiere esterne, un contrasto più efficace ai trafficanti e procedure di rimpatrio più rapide. «La difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa», ha affermato.

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Dall’opposizione Giuseppe Conte ha accusato Meloni di avere prima isolato la Spagna e poi cambiato linea, riscoprendo soltanto in un secondo momento la necessità di una risposta europea. Anche Benedetto Della Vedova e Angelo Bonelli hanno parlato di propaganda e di uso politico dell’immigrazione. Di segno opposto la posizione della Lega: Simonetta Matone ha difeso i controlli, sostenendo che una parte dei migranti rimasti a Ceuta potrebbe tentare di raggiungere prima la Francia e poi l’Italia.

La tensione diplomatica rimane dunque alta, anche se sul terreno la fase più critica sembra superata. Ceuta ha trascorso la prima notte senza nuovi ingressi, la frontiera è tornata sotto controllo e il flusso verso il Marocco prosegue. Ma tra i corpi ancora recuperati in mare, i mezzi incendiati oltre il confine e migliaia di persone tuttora presenti nell’exclave, il ritorno alla normalità resta un processo incompleto.

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