Il concetto coniato da Jean-Yves Le Gallou negli anni ‘80 resta il cardine dei movimenti nazionalisti di tutta Europa. Prevede di dare priorità nell’accesso ai servizi sulla base della nazionalità di origine. In Italia è diventato il “Prima gli italiani” salviniano, registrato come marchio da CasaPound. E ora entra a far parte dell’armamentario retorico di Futuro nazionale
«Sarete d'accordo con me che sarebbe meglio aumentare gli aiuti per le donne francesi che hanno solo due figli, piuttosto che incoraggiare le straniere ad averne tre, quattro, cinque o sei sul nostro territorio». Così nell’ottobre 1985 Jean-Marie Le Pen spiegava davanti alle telecamere della trasmissione francese L'Heure de vérité perché il suo partito, il Front National (Rassemblement national dal 2018), proponeva di garantire i servizi sociali non in base alla cittadinanza, ma a nazionalità e discriminazione.
Nello stesso anno l'espressione “préférence nationale” (preferenza nazionale) conquistava il suo posto nel dibattito politico d’Oltralpe. Merito di un libro titolato, appunto, La préférence nationale: réponse à l'immigration (La preferenza nazionale: risposta all’immigrazione), firmato da Jean-Yves Le Gallou, esponente di un piccolo partito conservatore che, poco dopo, aderì al Front National per poi entrare nella cerchia di Éric Zemmour e dell’estrema destra di Reconquête.
Ma anche Le Pen nell’85 si diede alla scrittura firmando Les français d'abord (I francesi prima di tutto), in cui per la prima volta propose uno slogan che da allora sarebbe stato presente in tutte le sue campagne elettorali.
Un concetto, quello di Le Pen e Le Gallou, che, negli anni, si è diffuso in molti Paesi, compreso il nostro. C’è chi, come CasaPound ha addirittura trasformato «Prima gli italiani» in un marchio depositato nel marzo 2017.
Nell’aria c’era profumo di elezioni e la Lega di Matteo Salvini iniziava a ripeterlo come un mantra: «Prima gli italiani diventa un marchio, e un simbolo, registrato e a usarlo potrà essere solo CasaPound Italia. Lo abbiamo fatto per evitare che gli elettori vengano ancora una volta truffati da chi parla di preferenza nazionale e poi porta i voti a un centrodestra che è schiavo del Partito popolare europeo di Angela Merkel», scriveva in una nota all’epoca il movimento politico dalla chiara matrice neofascista. Per poi scagliare una frecciata contro il Capitano del Carroccio: «Ci riferiamo in primo luogo a Salvini, che ha proposto di costituire una “federazione” con Forza Italia e Fratelli d’Italia dal nome “Prima gli italiani”: un’operazione con la quale il leader della Lega e la sua degna compare Giorgia Meloni ancora una volta si inchinano a Silvio Berlusconi e svendono la Nazione per un seggio in parlamento».
Con quel "Prima gli italiani” il Carroccio abbandonava le sue velleità nordiste in favore di un sovranismo che ha trasformato l’ex partito di Umberto Bossi nel più votato tra quelli di destra. Un successo che ha ingolosito anche Fratelli d’Italia che tutt’ora, come la Lega, cavalca il tema. «Prima gli italiani non è uno slogan, ma un principio che guida le nostre scelte. Per questo il governo ha espresso parere favorevole all’ordine del giorno che impegna l’esecutivo a valutare criteri di priorità per i cittadini italiani nell’assegnazione degli alloggi previsti dal provvedimento. Una decisione che qualcuno a sinistra critica, ma che noi rivendichiamo con convinzione: difendere gli interessi degli italiani è e resterà il nostro obiettivo», si legge in un post pubblicato a fine giugno sui social dello schieramento guidato da Giorgia Meloni.
Poi è arrivato lui, il generale Roberto Vannacci. Da Il mondo al contrario, il suo libro del 2023, in poi, il tema dell’emigrazione è stato una delle sue tante ossessioni. Oggi che è leader di un partito tutto suo, dopo la breve militanza nella Lega, nel programma di Futuro nazionale punta tutto sulla remigrazione con iniziative come il divieto di sbarco, il pattugliamento navale, la chiusura dei porti alle Ong, i rimpatri immediati, l’aumento dei Cpr e una forte limitazione, di lepeniana memoria, dell'accesso ai benefici sociali per chi non è cittadino italiano.
Peccato che sia stato proprio il Rassemblement National di Marine Le Pen a stoppare la sua nomina a vicepresidente nel gruppo dei Patrioti per l’Europa. «Non conosco personalmente Vannacci ma da quello che ho letto ha fatto delle dichiarazioni che non corrispondono ai nostri valori», spiegava all’epoca Laurent Jacobelli di RN facendo eco alla bocciatura già espressa da Jordan Bardella alcune settimane prima.
D’altronde quando Marine Le Pen ha preso le redini del Front National nel 2011, ha avviato un processo di normalizzazione il cui obiettivo era eliminare la retorica razzista più palese (per la quale dovette espellere il padre) e convincere gli elettori che il partito fosse adatto a governare.
Un po’ sulla scia dei consigli del primo ideologo del FN, François Duprat, che negli Anni ’70 suggeriva di basare la retorica anti-immigrazione non sull'incitamento all'odio, bensì su «argomentazioni di natura razionale, sociale e politica». Il concetto di preferenza nazionale è, comunque, rimasto. Trasformato in “priorità nazionale”, è diventato il tratto di stabilità ideologica del lepenismo, nonostante i cambiamenti imposti dalla sua nuova leader. «La mia filosofia è questa: gli stranieri che vogliono venire nel nostro territorio dovranno cavarsela da soli», dichiarava lei nel 2013.
Inevitabile, verrebbe da dire, guardando i sondaggi: il sentimento anti-immigrazione è il principale fattore che unisce gli elettori del partito. Circa il 60 per cento della popolazione francese ritiene che ci siano «troppi immigrati» nel Paese, una percentuale che arriva fino al 94 se vengono presi in esame solo gli elettori del Rassemblement National (RN).
«Marine Le Pen ha dimostrato la sua capacità di adattamento, ma, fondamentalmente, la linea politica rimane identitaria, nazionalista, sovranista e anti-establishment», ha spiegato il politologo Jean-Yves Camus, specialista di destre, in un'intervista al quotidiano L'Humanité. «Perché questa è la ragion d'essere di questo partito. Se la abbandona, non è niente».
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