Il giurista spiega come la riforma possa incidere negativamente sulla tutela delle persone più fragili. Un obiettivo già dichiarato dal comitato Cattolici per il Sì, che spinge per un «Voto contro il gender». «L’attacco alla democrazia costituzionale è sempre partito dall’attacco al potere giudiziario», dice il professore, già consulente legislativo per leggi come le unioni civili e il ddl Zan
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Sta per chiudersi una delle campagne referendarie più brutte degli ultimi anni. Fiacca e violenta, povera e disperata. Sentimento dominante: la paura. Di perdere. Al secondo posto l’indifferenza. Verso la giustizia, che sarebbe il tema in oggetto, invece la politica si prende a pugni. I sostenitori del Sì hanno portato sul tavolo argomenti di ogni genere. Ma a dare un tono particolare alla discussione sono stati i “Cattolici per un giusto Sì”, come già raccontato su Domani.
Tra i volti più noti c’è Paola Binetti, convinta che la magistratura abbia prodotto troppe sentenze favorevoli alle persone Lgbtq. In una nota il comitato accusa i giudici di aver spinto l’Italia verso una «trasformazione antropologica» su temi sensibili, dalla genitorialità al fine vita. In sintesi: votare Sì contro il “gender”. Traduzione: il riconoscimento delle famiglie arcobaleno? Colpa dei giudici. Il diritto a morire di una persona? Colpa dei giudici. E così via.
Ma nella propaganda c’è sempre un granello di verità: quanto basta a rendere credibile il resto. Per capire dove finiscono gli slogan e dove cominciano i fatti, Resistenze ha scelto di parlare con Angelo Schillaci, professore di diritto pubblico comparato all’università La Sapienza di Roma. Romano, classe 1980, studia i diritti fondamentali. Ha lavorato come consulente legislativo su provvedimenti come la legge Cirinnà e il ddl Zan.
Professor Schillaci, la riforma della giustizia potrebbe influenzare la tutela dei diritti civili delle minoranze, come le persone Lgbtq?
La protezione effettiva dei diritti ha bisogno, almeno, di tre elementi: una elevata qualità del processo democratico (soprattutto in termini di rispetto per le posizioni minoritarie), solidi contropoteri (a partire dal potere giudiziario) e la piena garanzia dello stato di diritto, cioè del controllo di legalità sugli atti del potere politico. La riforma incide in profondità sull’equilibrio dei poteri, indebolendo il (contro)potere giudiziario. In questa misura, credo che potrà incidere – nel lungo periodo – sull’effettivo livello di protezione dei diritti nel nostro paese.
Alcuni giuristi sostengono che la riforma potrebbe indebolire l’indipendenza della magistratura. Perché questo potrebbe rappresentare un rischio per diritti sensibili come aborto e autodeterminazione delle donne?
La riforma incide sull’indipendenza della magistratura perché - pur non toccando l’articolo 104, che proclama questo principio - intacca gli assetti organizzativi che lo rendono effettivo, a partire dal Consiglio superiore della magistratura. Da un organo di governo autonomo si passerebbe infatti ad averne due, più deboli e isolati; e la composizione mediante sorteggio ne mina la legittimazione e l’autorevolezza. Un sorteggio che, per giunta, per i componenti togati è puro – ogni magistrato potrà essere sorteggiato (salvo che la legislazione attuativa ponga rimedio) – e per i componenti laici è temperato: si sorteggerà, cioè, da una lista formata mediante elezione dal parlamento in seduta comune, senza che sia prevista una maggioranza di garanzia, né un numero minimo di sorteggiabili. Come dicevo, quindi, un (contro)potere giudiziario indebolito nella sua indipendenza rischia di essere meno incisivo proprio sulla tutela dei diritti in ambiti particolarmente sensibili e ancora attraversati dal conflitto politico, come l’interruzione della gravidanza.
Che ruolo hanno i giudici nella protezione dei diritti civili quando la politica non interviene, ad esempio su temi come il fine vita o le famiglie omogenitoriali?
Il controllo del potere giudiziario sull’esercizio del potere politico è cruciale proprio quando sono in gioco i diritti fondamentali dei cittadini. Non si tratta, ovviamente, di censurare orientamenti politici o di impedire alla politica di fare il suo mestiere (come invece polemicamente si dice), ma di assicurare che il potere venga esercitato nel pieno rispetto del diritto e soprattutto della Costituzione. Quella Costituzione che impone di riconoscere pari dignità sociale a tutte e tutti e di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e l’effettiva ed eguale partecipazione di tutte e tutti alla vita economica, politica e sociale del paese. Ecco perché accade che, quando il potere politico non riesce a dare risposta a domande di riconoscimento e giustizia, le persone si rivolgono ai giudici per ottenere quel risultato. E la risposta dei giudici – certo diversa da quella che potrebbe e dovrebbe dare il parlamento – cerca di trovare, nelle pieghe dell’ordinamento e alla luce del dettato costituzionale, strumenti per una tutela possibile. Il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e la tutela della dignità alla fine della vita sono due ambiti in cui questo è avvenuto, negli ultimi anni, con grande intensità.
Se la magistratura diventasse più influenzata dalla politica, quali potrebbero essere le conseguenze per le decisioni dei tribunali su temi eticamente sensibili?
Proprio le vicende di cui abbiamo appena parlato insegnano come solo una magistratura fortemente legittimata, autorevole e indipendente possa intervenire su materie delicate e conflittuali, preservando il necessario equilibrio con il processo politico democratico e collaborando (o tentando di collaborare, come sul fine vita) con esso. Una magistratura più debole, isolata e soprattutto delegittimata (se non addirittura umiliata, come dal mio punto di vista avviene con il sorteggio dei componenti dei due Csm e dell’Alta Corte) rischia di avere molta più difficoltà a svolgere il compito – già di per sé estremamente delicato – di dare tutela giuridica alla dignità e ai diritti delle persone in materie attraversate da forti conflitti culturali e politici.
Quali sono i principali rischi a lungo termine per i diritti civili se questa riforma venisse approvata?
Questa riforma mette a rischio il principio di separazione dei poteri. Non vuol dire soltanto “dividere” il potere: significa anche assicurare, come scrive Montesquieu, che «per la disposizione delle cose» il potere arresti il potere. Questa riforma attacca proprio la disposizione delle cose, e cioè gli strumenti che rendono possibile il controllo di un potere – il giudiziario, autonomo e indipendente – sugli altri due. Allo stesso tempo, allargando lo sguardo, non si può ignorare il contesto, interno e internazionale. L’attacco alla democrazia costituzionale è partito sempre – penso alla Polonia, all’Ungheria, ma anche agli Stati Uniti – dall’attacco al (contro)potere giudiziario. Ed è proseguito attaccando i diritti civili, che di ogni contro-potere sono sostanza viva, garanzia e veicolo di partecipazione e resistenza. Non va mai dimenticato che separazione dei poteri e garanzia dei diritti sono strettamente legati e costituiscono i pilastri di ogni Costituzione che possa dirsi tale: lo afferma già l’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. E che la democrazia “costituzionale” è una democrazia in cui la maggioranza non può tutto, ma è chiamata a governare e decidere – responsabilmente – «nelle forme e nei limiti» cui le Costituzioni assoggettano il potere politico. Le forme, che includono la necessità di un controllo effettivo; i limiti, che impongono di rispettare la (pari) dignità sociale di ogni persona».
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