La pioniera della visibilità lesbica e fondatrice di 6Rang a Resistenze: «Le nostre voci si perdono nella polvere, nelle esplosioni e nei lamenti. Ho festeggiato per pochi secondi: qualsiasi momento di soddisfazione è offuscato dalla sofferenza dei civili e dalla distruzione delle nostre città». E analizza il futuro del movimento Donna, Vita, Libertà e delle sue istanze
- Iscriviti a Resistenze, la newsletter di Domani sui diritti e le identità negate: arriva ogni due giovedì
Più di un mese fa avevamo parlato con Shadi Amin in occasione delle proteste contro il regime iraniano, quando il paese bruciava di coraggio e rabbia. Oggi la ritroviamo mentre l’Iran affronta una guerra destinata a cambiare lo scenario del Medio Oriente e della società iraniana. In questo momento di confusione mediatica, dare voce alle persone iraniane è l’unica cosa sensata da fare.
Shadi Amin non è una voce qualsiasi: attivista Lgbtq di spicco, direttrice della rete iraniana 6Rang, scrittrice e ricercatrice, da anni denuncia le violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. È stata membro del consiglio esecutivo mondiale di ILGA e autrice di numerosi testi fondamentali, tra cui Gender X e Crime and Impunity, che documentano l’abuso sistematico dei diritti delle persone Lgbtq in Iran.
Con il progetto No to Forced Sex Change e un innovativo sistema di consulenza online, Amin offre supporto e informazioni a chi vive sotto la pressione di un regime che nega l’esistenza stessa delle persone Lgbtq. Oggi la sua voce è fondamentale: racconta la paura, le contraddizioni, la sopravvivenza quotidiana dei cittadini iraniani, offrendo a Resistenze uno sguardo diretto e implacabile sulle conseguenze della guerra e sulle responsabilità dei governi coinvolti.
L’ultima volta che ci siamo sentiti lei aveva lanciato su queste pagine un appello alla comunità internazionale. Ora il mondo è cambiato. Come interpreta questo attacco unilaterale all’Iran da parte di Israele e degli Usa?
La situazione è cambiata drasticamente in pochissimo tempo, sia tra gli iraniani all’interno del paese sia nella diaspora. A quel tempo, la principale richiesta della comunità internazionale era di aumentare la pressione sulla Repubblica islamica attraverso mezzi diplomatici, richiamando gli ambasciatori, interrompendo legami politici ed economici e offrendo un reale sostegno alle forze di opposizione. Le richieste di intervento militare provenivano solo da una piccola minoranza, spesso spinte dalla disperazione. Tra questi, il campo monarchico intorno a Reza Pahlavi invitava Israele e Stati Uniti ad attaccare l’Iran. Durante le proteste, dichiarazioni di Donald Trump che suggerivano sostegno ai manifestanti avevano creato aspettative irrealistiche all’interno del paese, e alcune persone credevano che un intervento esterno fosse imminente. Ora, a poche settimane di distanza, missili e bombe stanno colpendo le città iraniane mentre la Repubblica islamica reagisce in tutta la regione. Il rischio reale oggi è una catastrofe umanitaria e una guerra che si allarga sempre di più.
Khamenei è morto. Voci si susseguono sulla morte di Ahmadinejad. Posso chiederle se ha festeggiato? Non ci si rallegra per la morte di nessuno: mai. Però di un tiranno a lungo subìto…
Sì, come era stato previsto, suo figlio Mojtaba Khamenei è stato presentato come suo successore. Probabilmente fungerà da portavoce e difensore degli interessi della Guardia Rivoluzionaria e continuerà la politica estera del padre. Khamenei è morto, ma la Repubblica islamica è ancora viva. Molti iraniani stanno vivendo emozioni contraddittorie. Pur essendo la maggioranza contraria alla guerra, il conflitto ha eliminato figure largamente ritenute responsabili di repressione e crimini. La morte di Khamenei ha reso milioni di persone felici e speranzose per un cambiamento in Iran.
Diciamo "grazie" a Trump?
Non intendo ringraziarlo. Ha ripetutamente detto che questa guerra non ha nulla a che fare con la democrazia o i diritti umani. È positivo che lo abbia chiarito, ma aspettarsi gratitudine allo stesso tempo non ha senso. Negli ultimi giorni, la guerra ha già causato una distruzione massiccia e centinaia di morti civili. Non è la guerra del popolo; è un conflitto tra governi. La Repubblica islamica non è solo vittima di questa escalation, ma ne è stata anche uno dei motori. Ogni momento di soddisfazione per l’indebolimento del regime è offuscato dalla sofferenza dei civili e dalla distruzione delle nostre città. La sola morte di Khamenei non fermerà la Repubblica islamica. Se il regime non crolla, o se anche solo crede che il suo crollo si stia avvicinando, potrebbe ricorrere a ritorsioni brutali contro prigionieri politici e cittadini in protesta. Questo è un pericolo che la comunità internazionale deve prendere molto seriamente. Tra coloro che rischiano c’è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. Per quanto riguarda Ahmadinejad, lo stesso presidente che nel 2007 a Columbia University scioccò il mondo dicendo “In Iran non abbiamo omosessuali” e che negò ripetutamente l’Olocausto, secondo alcune fonti sarebbe stato preso di mira dalle forze israeliane. Fonti governative hanno annunciato la sua morte, ma continuano a circolare notizie contrastanti che suggeriscono possa essere ancora vivo. Sì, ho ballato quando ho saputo della morte di Khamenei, ma solo per circa 20 secondi, per registrare un video di solidarietà con il popolo. Qualsiasi momento di soddisfazione, però, è breve e offuscato dalla sofferenza dei civili e dalla distruzione delle nostre città.
Dalle notizie che riceve dall’Iran, come stanno vivendo queste ore i tuoi concittadini e la comunità Lgbtq? Puoi condividere qualche episodio specifico?
Le persone sotto bombardamenti e attacchi missilistici lottano solo per sopravvivere, e i movimenti sociali sono o repressi o costretti ad aspettare. Prima che venisse interrotto l’accesso a Internet, ho parlato con due persone in Iran. Entrambe temevano che, nonostante la guerra, la Repubblica islamica potesse sopravvivere e che gli Stati Uniti potessero eventualmente raggiungere un accordo con un regime indebolito. In queste condizioni, le nostre voci si perdono nel fumo, nella polvere, nelle esplosioni e nei lamenti. L’ombra della morte rende invisibile ogni richiesta di dignità umana.
Cosa può succedere adesso?
La guerra può iniziare in una frazione di secondo, ma la sua fine è imprevedibile. Non è chiaro fino a che punto la Repubblica islamica possa spingersi nel cercare vendetta per la morte del suo leader e dei suoi alti funzionari, né se alla fine possa essere costretta a sedersi al tavolo delle trattative. Per la Repubblica islamica, la preservazione del sistema è la massima priorità. Allo stesso tempo, con la morte di Khamenei, che diventerebbe di fatto un martire per la sua insistenza nel proseguire la guerra, sarebbe difficile per il regime giustificare qualsiasi arretramento da questa strada ai suoi sostenitori. Perciò, come abbiamo visto finora, probabilmente continueranno a sostenere lo slogan “guerra, guerra fino alla vittoria”, a meno che tutti gli oppositori della negoziazione e dei rapporti con Stati Uniti e Israele che occupano posizioni di governo non vengano eliminati nella guerra, permettendo ai sostenitori del dialogo di avere la meglio e raggiungere un accordo con Trump. Un simile sviluppo infliggerebbe un colpo grave ai risultati del movimento Donna, Vita, Libertà e a tutto ciò che ne è seguito».
© Riproduzione riservata


