Il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri è stato però parzialmente accolto. Secondo i giudici costituzionali, la procura e il tribunale dei ministri avrebbero dovuto comunicare alla Camera le ragioni delle loro valutazioni
La Corte costituzionale ha deciso sul conflitto di attribuzione tra poteri sollevato dalla Camera contro il tribunale dei ministri e la procura di Roma, in merito al caso di Giusi Bartolozzi nella vicenda Almasri.
La sintesi di una decisione complessa è che tribunale e procura non hanno leso le prerogative della Camera quando hanno agito nei confronti della allora capa di Gabinetto del ministero della Giustizia senza prima chiedere l’autorizzazione a procedere. Tuttavia il ricorso è stato parzialmente accolto, perchè il tribunale dei ministri avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per cui non ha ritenuto prospettabile la responsabilità di Bartolozzi come concorrente dei reati attribuiti al ministro e la procura avrebbe dovuto comunicare alla Camere la valutazione del collegio.
la decisione
La valutazione della Consulta è complessa, per un caso che lo è altrettanto dal punto di vista dei rapporti tra poteri.
La decisione consente che la procura di Roma proceda nelle indagini a carico di Bartolozzi per false dichiarazioni al pm nel merito del caso del generale libico Almasri, espulso dall’Italia nonostante fosse pendente un mandato della Corte penale internazionale.
Il tribunale dei ministri – il primo ad essere investito dei caso nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano (il procedimento è stato archiviato dopo che la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere) – avrebbe invece dovuto spiegare ai pm perchè, a giudizio del suo collegio, l’allora capa di Gabinetto non era stata ritenuta concorrente del reato di cui erano accusati i vertici del governo. «All’esito delle indagini svolte dal tribunale nei confronti del ministro, la procura aveva espressamente invitato il tribunale a qualificare la condotta serbata dalla dottoressa Bartolozzi come concorso nei reati ascritti al ministro Nordio o, alternativamente, a ipotizzare a suo carico il reato di false dichiarazioni durante le indagini», si legge nella sentenza, «dunque in virtù del principio di leale collaborazione il tribunale avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare, in capo alla dottoressa Bartolozzi, una possibile responsabilità per concorso nei reati attribuiti al ministro. Ove avesse configurato tale concorso, infatti, il tribunale avrebbe dovuto chiedere alla Camera autorizzazione a procedere anche nei confronti della stessa dottoressa Bartolozzi, oltre che del ministro». Dal canto suo, la procura «avrebbe dovuto comunicare le valutazioni del tribunale alla Camera, in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere conflitto di attribuzione nei confronti dell’autorità giudiziaria, ove avesse ritenuto che la decisione del tribunale avesse leso le proprie prerogative costituzionali».
In sostanza, dunque, il tribunale dei ministri avrebbe dovuto motivare perché non aveva ritenuto il concorso di Bartolozzi nei reati ministeriali e comunicarlo alla procura di Roma, che a sua volta avrebbe dovuto darne notizia alla Camera.
Niente guarentigie
Respinta è stata invece la tesi sostenuta dalla Camera, secondo cui – trattandosi di una vicenda connessa ai reati ministeriali e dunque nel merito dell’azione di governo – anche per esercitare l’azione penale nei confronti di Bartolozzi (che non è parlamentare) servisse l’autorizzazione del parlamento.
Su questo punto, la Consulta ha stabilito che «la specialità della disciplina dei reati ministeriali, con la connessa garanzia dell’autorizzazione a procedere a tutela dell’azione di governo, esclude una interpretazione estensiva della disciplina dell’autorizzazione stessa. Eventuali esigenze di riservatezza istituzionale su circostanze apprese da persone interrogate dal tribunale che non rivestano funzioni ministeriali possono essere tutelate, ove ne ricorrano le condizioni di legge, attraverso lo strumento dell’apposizione del segreto di Stato».
Le conseguenze
Questa decisione fa sì che ora il procedimento penale nei confronti di Bartolozzi possa procedere, dopo il congelamento prodotto dal ricorso.
Le indagini sono state chiuse il 26 febbraio 2026 con l’ipotesi di reato di false informazioni al pm nell’ambito del caso Almasri e il 2 aprile la procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Subito dopo, la maggioranza parlamentare si era mossa per votare sì al conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, ora deciso.
Di fatto, quindi, la sentenza costituzionale consegna la vittoria alla procura di Roma, che ha agito correttamente perché l’ex capa di Gabinetto non aveva diritto allo “scudo” dell’articolo 96 della Costituzione.
La vicenda giudiziaria, tuttavia, è solo alle battute iniziali.
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