Nella Sala Nassirya del Senato è presente tutto lo stato maggiore di Azione. Carlo Calenda, ovviamente, con il senatore Marco Lombardo a fare gli onori di casa. Ma a seguire anche Matteo Richetti, Elena Bonetti, Ettore Rosato. Tutti schierati per dare il benvenuto a Elisabetta Gualmini, europarlamentare riformista che ha lasciato il Pd in contrasto con la linea della segretaria Elly Schlein.

L’ingresso di Gualmini in Azione

Gualmini ha parlato di un «Partito democratico che ha cambiato natura», di una «mutazione genetica», di un allineamento «sull’asse Conte, Fratoianni, Landini» per una forza che una volta era di governo e di «responsabilità». L’ex Pd non attacca direttamente la segretaria Schlein, tutt’altro. «Ci ho parlato. Ci metto la faccia, ci siamo parlate, spiegate. C’è stima reciproca e un ottimo rapporto personale che non si modificherà. Credo che abbia compreso la mia scelta» ha detto. «Schlein ha fatto un capolavoro, si è presa il partito» ha continuato in conferenza. Solo che lo spazio per gli ormai celebri “riformisti” si è ridotto al lumicino, secondo Gualmini, che ha elencato tre punti in base ai quali ha preso una decisione «molto sofferta, ma estremamente convinta». 

In primis l’Ucraina. Sul supporto a Kiev non dovrebbe esserci «nessuna ambiguità» perché è una «battaglia dirimente» per il futuro dell’Europa. E su questo il Pd e i suoi alleati non sono abbastanza netti. Musica per le orecchie di Calenda, ferreo sostenitore della causa ucraina. Poi la politica industriale. Un passaggio in cui Gualmini non ha risparmiato critiche al Green Deal, invocando «pragmatismo e concretezza», anche qui parole care al leader di Azione. E infine il referendum sulla giustizia. L’europarlamentare voterà Sì, trovandosi in sintonia con il partito centrista posizionato a favore della riforma. Qui trova spazio un’altra accusa verso il Pd, schierato per il No: è «disdicevole il mondo con cui si sta combattendo questa battaglia».

La “vendetta”

E così Azione avrà una sua esponente tra Strasburgo e Bruxelles, nonostante alle elezioni europee del giugno 2024 si sia fermato sotto la soglia di sbarramento. «Ci siamo risparmiati la fatica… È una battuta. Abbiamo fatto una lotta, il fatto che sia arrivata una rappresentanza ci fa molto piacere» ha commentato Calenda. In quella tornata, i partiti centristi italiani si presentarono divisi. Azione in solitaria, +Europa e Italia Viva insieme. Totale eletti: zero. Anche i partiti di Matteo Renzi e Riccardo Magi, infatti, nonostante la corsa a braccetto sotto il nome di Stati Uniti d’Europa, sono andati a sbattere contro la soglia. 

«Avremo una parlamentare europea in Renew, che è il gruppo più europeista» ha quindi gongolato Calenda. Per cui ormai il discrimine su cui si gioca la partita a livello continentale è «avere un’Europa grande potenza o non volerla come grande potenza».

«Altri arriveranno»

Per gli azionisti, l’ingresso di Gualmini è un segnale beneaugurante, specie in vista di un anno che per il partito centrista sarà decisivo. Le elezioni del 2027, infatti, decreteranno se il progetto di Calenda, lanciato nel 2019, ha trovato un senso oppure no. In sostanza, se ha funzionato o meno. E allora Calenda vuole arrivarci con più carte possibili. Con accanto l’ex Pd, lancia un appello a «tutti i riformisti, i liberali, i popolari, di avere lo stesso coraggio di Gualmini». «Penso che piano piano altri si uniranno», ha aggiunto il leader di Azione. Ma è stata la stessa Gualmini a raffreddare il suo entusiasmo: «Non mi risultano altri colleghi in uscita dal Pd». 

Calenda, però, va avanti, nonostante i suoi inviti ai moderati di centrodestra e centrosinistra in questi anni si siano susseguiti il più delle volte senza successo. È abituato a incassare i no. E quando, invece, è riuscito ad attrarre personalità importanti ne è uscito comunque con le ossa rotte.

Come nel caso di Mariastella Gelmini, Mara Carfagna o Giusy Versace, entrate in Azione con tutti gli onori, direttamente in posizioni apicali, quindi elette in Parlamento ma poi uscite dal partito per andare a rimpolpare gli scranni della maggioranza e di Noi moderati di Maurizio Lupi. Uno smacco sia per Calenda sia per molti esponenti locali del partito, scottati dalla dirigenza del partito, lasciati in secondo piano per far posto in lista a figure che col partito avevano poco a che fare.

Ora l’effetto che si teme dentro il partito è lo stesso. Va bene fare campagna acquisti accogliendo i “big” delusi di altri partiti, basta che non avvenga a scapito dei propri militanti. Il rischio di un Calenda nuovamente sedotto e abbandonato è dietro l’angolo. Errare è umano, perseverare no.

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