Infezioni sessualmente trasmesse, consenso, emozioni e contraccezione: se la legge Valditara ostacola l’insegnamento dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, gli ambiti di intervento più diffusi tra i banchi indicano che l’interesse per la materia è reale e in evoluzione. Ma l’offerta formativa rischia di non essere più la stessa.

Quattro ricercatrici del Dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’università di Pisa hanno realizzato uno studio basato su un questionario online rivolto agli enti che hanno realizzato attività di educazione sessuale a scuola tra il 2020 e il 2025. I dati preliminari condivisi con Domani rappresentano una prima mappatura dei temi affrontati nelle classi.

Cosa dicono i dati

Le associazioni che portano l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole negli ultimi cinque anni si sono concentrate principalmente sulla prevenzione dei rischi: «È l’argomento più trattato da ormai diversi anni, anche se il tema del consenso nelle relazioni sembra emergere molto di più rispetto a un tempo, quando invece era una tematica invisibile», spiega la dottoranda Alice Chinelli, co-autrice dello studio e dell’indagine nazionale sull’educazione sessuale nelle scuole italiane condotta tra il 2016 e il 2020.

Nonostante Oms e Unesco considerino l’educazione sessuale a scuola una strategia chiave per prevenire l’Hiv e le malattie sessualmente trasmesse (dato che i giovani tra i 15 e i 24 anni costituiscono una quota rilevante dei nuovi casi di infezione), in Italia l’educazione sessuale non fa parte dei programmi scolastici obbligatori. Anche per questo motivo, la prima indagine nazionale aveva rilevato una forte eterogeneità tra regioni, enti erogatori, contenuti e metodi, sollevando dubbi su equità ed efficacia degli interventi.

La nuova ricerca rileva che qualcosa è cambiato. «Le associazioni cercano di rispondere maggiormente ai bisogni che emergono dalle scuole, in cui evidentemente la sensibilità su certi temi è cresciuta, come la sfera più emotiva della sessualità, che nel panorama degli interventi rilevati dalla prima ricerca era mancante», prosegue Chinelli.

Mentre le infezioni sessualmente trasmesse guidano la classifica, restano poco trattati i diritti sessuali e riproduttivi, l’accesso all’aborto sicuro e il tema della mascolinità, centrale secondo l’Oms per prevenire la violenza di genere scardinando gli stereotipi e i ruoli tradizionali di genere.

A metà classifica si collocano gli interventi su identità ed espressione di genere, quelli sulla pubertà, la fertilità e la gravidanza, la sicurezza online e l’orientamento sessuale. Con la legge Valditara sul consenso informato, questi argomenti rischiano di scivolare ulteriormente verso il fondo.

«Il ministro ha chiarito che l’obiettivo della legge è proteggere bambini e ragazzi dalla cosiddetta ideologia gender: per questo potrebbe diventare sempre più difficile inserire nelle progettualità delle scuole tutti i temi relativi a identità sessuale, orientamento sessuo-affettivo e anche alla violenza di genere. Oggi gli ostacoli burocratici previsti dalla legge ci sono e rendono ancora più complessa l’approvazione di progetti esterni al percorso scolastico», aggiunge la ricercatrice.

Percorso a ostacoli

L’associazione MisMàs è uno dei soggetti intervistati dall’università di Pisa nell’ambito della ricerca. Da quando la nuova legge è stata adottata, operatori e operatrici segnalano che il loro lavoro di promozione della salute sessuale ha incontrato vari ostacoli.

Dopo l’entrata in vigore del divieto alle elementari, i servizi pubblici dei territori hanno coinvolto MisMàs per garantire percorsi di formazione a famiglie e insegnanti che hanno chiesto di continuare a formarsi: «L’intento è di non interrompere del tutto il percorso intrapreso tra i banchi, allo stesso tempo però gli adulti di riferimento sono preoccupati e consapevoli di non potersi sostituire in modo adeguato a educatori con una formazione specialistica su temi che le scuole primarie non potranno più affrontare con attività dedicate», racconta a Domani Federica Rizzi, operatrice dell’associazione.

«Molte scuole secondarie, invece, sono caute nell’assumersi la responsabilità di applicare una normativa che favorisce delle zone d’ombra – aggiunge l’educatore Nacho Quintera – Il testo, per esempio, non definisce quali temi rientrino nell’ambito della sessualità, e questo lascia alle scuole l’interpretazione su quali corsi inserire o meno nella proposta educativa».

Per Fabrizio Marrazzo, portavoce del comitato “Sì, educazione affettiva nelle scuole” per il referendum di abrogazione della legge Valditara, la formulazione della normativa comporta una impasse: «Le scuole devono certificare di aver fornito alle famiglie tutta la documentazione utilizzata durante il corso e gestire il consenso scritto dei genitori per ogni studente, con almeno sette giorni di anticipo rispetto all’inizio del corso, ma questa nei fatti è una procedura impraticabile e la quasi totalità delle scuole sta sospendendo i corsi per impossibilità gestionale».

© Riproduzione riservata