In un video sui profili social ufficiali il titolare del Mim spiega perché chi critica la legge sul consenso informato o «non conosce la realtà dei fatti oppure fa solo propaganda». Abbiamo accolto il suo appello ad approfondire per spiegare perché secondo noi non è così
«Non credete a chi vi racconta cose non vere», dice il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara a conclusione di un video pubblicato giovedì sui suoi canali social. Il ministro toglie del tempo al suo lavoro a capo del dicastero per criticare due articoli usciti su Domani e Repubblica.
Le persone intervistate – nel primo caso Simona Ammerata della Casa delle donne Lucha Y Siesta, nel secondo la senatrice del Pd Valeria Valente – criticano la legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Le frasi incriminate sostengono, da un lato, che le politiche del governo spostino la responsabilità della violenza su chi la subisce, cioè sulla donna; dall’altro, che il provvedimento non contribuisca alla lotta contro la violenza maschile sulle donne. «Approfondite prima», è l’invito del ministro, che abbiamo deciso di cogliere.
Educazione condizionata
«Sono rimasto particolarmente sorpreso perché l’articolo 1 comma 5 della legge Valditara esordisce proprio con queste parole “Fermo restando quanto previsto dalle indicazioni nazionali”», afferma il ministro, richiamando gli obiettivi di apprendimento che, come vedremo, fanno riferimento al contrasto di ogni forma di violenza di genere.
Prima di passare in rassegna i motivi, esplicitati da Valditara, per cui la legge contribuirebbe alla lotta contro la violenza maschile contro le donne, occorre analizzare il contenuto del provvedimento bandiera, contro quella che la destra chiama «la propaganda gender», alla luce degli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto.
La Convenzione di Istanbul, il più importante strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, è stata ratificata dall’Italia nel 2013. All’articolo 14 obbliga gli Stati a intraprendere «le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi». Il documento, quindi, richiede che sia garantita un’educazione nelle scuole di ogni ordine e grado e lo pone come obbligo.
La legge Valditara, approvata lo scorso 4 giugno, non solo vieta i corsi «che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità» alle scuole dell’infanzia e alla primaria, ma nelle secondarie li condiziona al consenso informato delle famiglie, ai fondi e alla volontà degli istituti. Rendendoli così facoltativi, e portando l’Italia tra i soli otto paesi Ue che non considerano obbligatorie queste attività.
C’è poi un travisamento sul significato di educazione sessuo-affettiva: Valditara separa l’educazione alla sessualità da quella affettiva. Quella che l’Oms chiama Comprehensive Sexuality Education, educazione sessuale completa, mira invece «a migliorare la conoscenza e la comprensione, nonché a correggere le idee sbagliate, fornendo ai giovani informazioni adeguate all’età, scientificamente accurate e culturalmente pertinenti sul loro corpo, la salute, le relazioni e i diritti». Si propone, inoltre, di «promuovere l’autoconsapevolezza» e «costruire relazioni rispettose». È una disciplina che va oltre al “sesso” in termini biologici e riproduttivi e affronta in modo completo le relazioni, il corpo, il consenso, ruoli e identità di genere e l’orientamento sessuale, per raggiungere un’uguaglianza di genere.
Tutti temi “gender” per le destre e le associazioni anti-scelta, che per Valditara disorienterebbero gli studenti. Ma il ministro ignora le prove scientifiche – richiamate dall’Oms – che dimostrano come in assenza di queste attività ragazzi e ragazze arrivino impreparati alla pubertà, non abbiano gli strumenti per instaurare relazioni sane e rispettose, siano meno capaci di proteggersi da malattie sessualmente trasmissibili e siano più vulnerabili ad abusi e disinformazione. Prima si interviene, meno si sedimentano gli stereotipi di genere e più si previene la violenza.
Tutto questo non si può, però, raggiungere con riforme a costo zero. Se anche si sostenesse, come fa il ministro, che in Italia l’educazione sessuale venga garantita, lo si fa con la clausola dell’invarianza finanziaria. Ma le politiche di prevenzione hanno bisogno di risorse.
«Fermo restando»
Servono soldi, quindi, come per ogni progetto, se si vogliono formare gli studenti alla sessuo-affettività. Serve sia una strategia – cioè sia i fattori concreti che permettono la sua realizzazione, il tempo ad esempio – sia un metodo: un procedimento organizzato e sistematico per raggiungere l’obiettivo. E poi servono persone che sanno come fare, che hanno le competenze.
Il ministro, nel video in cui sostiene che Ammerata e Valente o «non conosc(ono) la realtà dei fatti oppure fa(nno) solo propaganda», spiega che le critiche alla sua legge sul consenso informato non sarebbero fondate perché all’articolo 1, comma 5, c’è scritto che per la scuola dell'infanzia e la scuola primaria sono escluse, in ogni caso, le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità, «fermo restando quanto previsto dalle indicazioni nazionali».
Ma, per chiarire l’ambiguità che emerge dal video: le indicazioni nazionali attribuibili all’operato di Valditara sono quelle per l’infanzia e del primo ciclo d’istruzione. Per la scuola secondaria di secondo grado i documenti in vigore sono stati redatti da governi precedenti a quello della premier Meloni. Il Mim sta lavorando alle nuove indicazioni nazionali per i licei, sulle quali, pochi giorni fa, si è espresso il Consiglio superiore della pubblica istruzione che, proprio a proposito di contrasto della violenza contro le donne, invita a integrare il testo richiamando la Convenzione di Istanbul.
Nel testo con cui lo Stato definisce finalità formative, obiettivi e traguardi che le scuole del primo ciclo devono perseguire, si parla di rispetto verso la donna e della costruzione di relazioni corrette. E si legge di avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: «Un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza», grazie anche all’alleanza tra tutte le discipline affinché «il diritto ad autodeterminarsi come donne, conquista del Novecento, possa finalmente giovarsi di un nuovo patto fra i sessi da far fiorire con matura consapevolezza» a scuola, «il contesto più adeguato per decostruire stereotipi e affermare il rispetto per l’altro».
Senza entrare nello specifico del linguaggio con cui se ne parla, il punto è che non si dice come l’educazione sessuo-affettiva dovrebbe svolgersi. Cioè come le scuole possono realizzare «l’obiettivo obbligatorio» di contrastare la violenza sulle donne. Perché, non basta dire – come fa il ministro nel video – che il titolo c’è per considerare svolto il componimento. E se per le altre materie autonome ci sono docenti specifici, orario, ecc, per l’educazione sessuo-affettiva manca un piano nazionale, dipende dalla volontà dei singoli istituti.
Il riferimento principale è alle Linee guida per l’educazione civica del 2024, che, tanto per il primo quanto per il secondo ciclo, includono tra gli obiettivi il contrasto alla violenza contro le donne e alle discriminazioni. Ma ancora una volta non si chiarisce come si potrebbe riuscire in un obiettivo ambizioso, che necessita, per essere realizzato, della decostruzione di stereotipi e credenze radicati nel pensiero contemporaneo, in 33 ore. È questo il tempo minimo che, ogni anno, ciascuna scuola deve dedicare all’insegnamento dell’educazione civica: non solo all’educazione al rispetto e al contrasto alla violenza, ma anche alla Costituzione, alla cittadinanza, allo sviluppo economico e sostenibilità, ecc. Il monte ore può essere ampliato dalle singole scuole, ma deve comunque essere ricavato dall’orario scolastico obbligatorio già esistente.
Senza risorse né tempo
E c’è ancora un ultimo punto che andrebbe chiarito: «Abbiamo dato incarico a Indire di formare i docenti per saper insegnare come sviluppare una politica di rispetto, relazioni corrette, empatia, contrasto a ogni forma di violenza di genere», aggiunge il ministro nella conclusione del video. Il riferimento è al progetto “Educare al rispetto e alla parità” rivolto al personale scolastico: un percorso triennale per accompagnare le scuole nel progettare e integrare percorsi sul rispetto e sulla parità di genere, che prevede 20 ore di formazione online e asincrona per ottenere l’attestazione iniziale. Il personale scolastico potrà, poi, decidere se seguire anche altri moduli.
Pensare, però, che un corso modulare online possa essere sufficiente a preparare docenti già sovraccarichi dai compiti ordinari, che dovranno affrontare in classe questioni complesse come gli stereotipi di genere, le dinamiche di potere, il consenso e la prevenzione della violenza, ribadisce la differenza di concetto che c’è proprio alla base tra l’Educazione alle relazioni promossa da Valditara e l’educazione sessuo-affettiva, ispirata alla Comprehensive Sexuality Education raccomandata dall’Oms, che esperti, insegnanti e studenti chiedono da anni di rendere obbligatoria in ogni scuola, per favorire la costruzione di relazioni sane, l’uguaglianza tra i generi e la prevenzione degli abusi.
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