L’accordo in Conferenza Stato-Regioni è arrivato dopo alcuni rinvii, con risorse già stanziate. È costruito su tutte le pandemie da virus respiratori e introduce un meccanismo di condizionalità. Il testo resta opaco su scorte, filiere e capacità logistica, prova a mettere ordine, ma agisce su una struttura pubblica in grande difficoltà. Fratture che decideranno chi sarà protetto e chi no
Con oltre due anni di ritardo, giovedì 30 aprile, è stato approvato il piano pandemico in Conferenza Stato-Regioni. L’accordo al testo è arrivato dopo alcuni rinvii dalle Regioni, con risorse che già erano state stanziate: 50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 milioni annui dal 2027.
Cosa prevede
Il piano introduce un’impostazione diversa rispetto al precedente piano pandemico nazionale, adottato dopo il Covid e scaduto nel 2023: non è più costruito su singoli patogeni, ma su tutte le pandemie da virus respiratori, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.
L’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta attraverso un sistema integrato che tiene insieme sorveglianza, coordinamento, servizi sanitari, accesso a farmaci e vaccini e comunicazione. Nel piano si definiscono cinque obiettivi principali: ridurre trasmissione e mortalità, garantire il coordinamento, limitare l’impatto sui servizi sanitari, proteggere gli operatori e coinvolgere la popolazione.
Sul piano operativo si introduce una struttura a fasi – preparazione, allerta, risposta – e vengono rafforzati i sistemi di monitoraggio: sorveglianza epidemiologica e genomica, controllo degli accessi ai pronto soccorso, occupazione dei posti letto, fino al monitoraggio delle acque reflue. Un passaggio importante riguarda la possibilità di rimodulare le attività sanitarie in emergenza, garantendo la continuità dei servizi essenziali e combinando interventi non farmacologici e uso di vaccini e terapie.
Le criticità
Il nodo centrale riguarda l’attuazione. L’intero impianto si regge, come l’organizzazione del nostro sistema sanitario, su una forte delega alle Regioni: devono recepire il piano, costruire cronoprogrammi, definire le azioni e dimostrare di averle realizzate per ottenere i finanziamenti.
I fondi non vengono distribuiti automaticamente. L’erogazione segue una sequenza: prima il recepimento, poi la valutazione tecnica, infine lo sblocco delle risorse. Si introduce così un meccanismo di condizionalità, in cui i finanziamenti dipendono dai risultati e dal monitoraggio continuo. Un impianto che, affidando l’attuazione alle Regioni, espone al rischio di tempi diversi e applicazioni disomogenee sul territorio.
Le risorse non sono immediate e il meccanismo può rallentare l’operatività proprio nella fase iniziale. A questo si aggiungono i rinvii: alcune componenti fondamentali – come la riorganizzazione delle prestazioni sanitarie in emergenza – saranno definite in documenti successivi. Resta poi il nodo più critico: quello delle scorte strategiche. Il piano richiama il tema, ma non chiarisce stato, quantità e modalità di gestione di farmaci e vaccini. Proprio ciò che durante il Covid ha fatto la differenza resta privo di trasparenza e pianificazione operativa.
Il nodo politico
«Un piano pandemico che arriva con grande e imperdonabile ritardo – commenta Marina Sereni, responsabile salute del Pd – un piano più volte rimandato indietro dalle Regioni per le molte carenze e lo scarso approfondimento di temi cruciali come le zoonosi».
La dem ricorda anche il nodo delle risorse già presenti dalla legge di bilancio dello scorso anno: «Speriamo che segni un cambio di passo su un tema importantissimo come la prevenzione e la preparazione del Ssn ad affrontare emergenze».
C’è poi un dato imprescindibile. Il piano entra in un sistema sanitario pubblico in enorme difficoltà: personale insufficiente, servizi territoriali fragili, accesso alle cure sempre più diseguale. A sei anni dalla pandemia da Covid-19, l’Italia approva il piano senza aver sciolto i nodi decisivi che rendono il nostro sistema paese fragile.
Il testo resta opaco su scorte, filiere e capacità logistica. Prova a mettere ordine, ma agisce su una struttura pubblica in grande difficoltà. «Il piano arriva in ritardo e nel contesto di un Sistema sanitario nazionale indebolito da scarsi finanziamenti», commenta Andrea Quartini, medico, deputato e coordinatore del comitato salute e inclusione del Movimento 5 stelle.
«Resta un piano che sembra un copia incolla di quello del 2021-2023», prosegue, «con qualche aggiustamento e con un ruolo, peraltro non vincolante e condizionato dal ruolo delle stesse regioni, negato nel perimetro di indagine dell’autorità commissione d’inchiesta sul Covid».
Una cosa è certa, la risposta alle future emergenze dipenderà dalla tenuta dei servizi pubblici e dalla capacità dei territori di attuare le misure. È qui che la gestione sanitaria si intreccia con il tema della disuguaglianze: più efficace dove il sistema regge, più fragile dove è già in difficoltà. Un piano può organizzare la risposta, ma non ricuce le fratture del Servizio sanitario nazionale. Il timore fondato è che nella prossima emergenza saranno proprio quelle fratture a stabilire chi sarà protetto e chi, ancora una volta, resterà indietro.
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