La premier prima prende le distanze da Bartolozzi: «Nessuno vuole liberarsi delle toghe». Poi, però, attacca le attacca in stile berlusconiano: «Liberano gli immigrati stupratori»
«Per essere chiari, qui nessuno ha in mente di liberarsi della magistratura», e forse la frase avrà provocato qualche rossore, visto che è stata una quasi perfetta citazione al contrario delle parole dette dalla capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi («Votate Sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura». A pronunciarla è stata niente di meno che la premier Giorgia Meloni dal palco di FdI per il Sì alla riforma della giustizia, proprio davanti al ministro che nei giorni scorsi ha difeso la sua dirigente: un modo per chiudere la polemica, smentendo la gaffe ma anche sottintendendo la sua irritazione. «Noi abbiamo in mente è di sistemare quello che non funziona anche per i magistrati ma soprattutto per i cittadini», ha concluso.
La premier è intervenuta per chiudere l’evento organizzato dai gruppi parlamentari del suo partito per dare il loro contributo nel rush finale della campagna referendaria: a Milano – «capitale morale» l’ha definita il presidente del Senato Ignazio La Russa, rispolverando vecchie definizioni pre-Tangentopoli – e senza logo di partito ma solo quello del comitato referendario. Sala gremita – anche di molte telecamere – e luci basse al teatro Parenti di Milano, prima fila tutta politica con i ministri, capigruppo e alte cariche di Fratelli d’Italia, è stata una passerella di voci a sostegno della riforma, buona parte delle quali di “portatori” di casi di errori giudiziari (ma la riforma su quelli non può incidere, se non – forse – indirettamente e a valle). Tra quelle dei “saggi”, hanno spiccato quella dell’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon che ha parlato di magistrati «casta di impuniti e ingiudicabili» e l’ex pm Antonio Di Pietro, accolto da un’ovazione dalla platea meloniana. Anche Nordio è intervenuto, ma sottotono rispetto alle ultime settimane e tutto in difesa: «Sono un sopravvissuto delle Br» ha detto ricordando i suoi anni da pm nelle indagini contro la colonna veneta, «Ho consapevolmente rischiato la vita e lo rifarei, come potrei voler umiliare le toghe? La riforma le libererà».
L’intervento di Meloni
Che per Meloni quello sulla giustizia sia un voto non solo sulla riforma ma anche sul suo operato è stato sottolineato da un intervento di portata ben maggiore, quasi un bilancio di governo. «Non guido il governo per vanità ma per responsabilità, non lo considero un traguardo ma uno strumento e non mi interessa governare se tutto quel che posso fare è sopravvivere, piegandomi a interessi precostituiti e fingendo di non vedere le degenerazioni», ha detto alla platea, aggiungendo che «io sono una persona di parola e fare questa riforma era uno degli impegni con i cittadini che ci hanno affidato un mandato». Certo, la conclusione è stata sempre la stessa: «Non c’è possibilità che mi dimetta» in caso di vittoria del No, ma certamente il peso di un eventuale risultato negativo è presente alla premier se è arrivata a rivendicare le ragioni stesse del suo mandato.
Quanto alla riforma, la premier ha snocciolato casi di malagiustizia che non hanno provocato conseguenze disciplinari nè valutazioni negative di professionalità, sottintendendo che con la riforma questi non dovrebbero più accadere: «Se la giustizia è lenta, inefficiente e ingiusta le conseguenze le pagano tutti», ha ripetuto come nel videomessaggio, dimenticando forse che il suo stesso ministro ha negato che la riforma impatti su velocità ed efficienza e che il disciplinare poco possa fare contro le sentenze errate, per cui esistono le impugnazioni e le richieste di risarcimento.
Nella ricostruzione di Meloni, il vero argomento nuovo è stato però l’attacco alla politica. «La riforma serve a eliminare il controllo dei partiti sulla magistratura», ha detto per spiegare il sorteggio, dicendo che i membri laici del Csm siano espressione dei partiti (oggi sette su dieci sono in quota centrodestra) quanto i togati lo sono delle correnti. E ancora, «io penso che la legge attuativa debba prevedere un periodo di decantazione prima che chi è stato laico al Csm possa entrare in politica», ha aggiunto.
Solo alla fine, Meloni non ha rinunciato all’affondo più duro nei confronti delle toghe, in puro stile Silvio Berlusconi: le toghe? Scrivono sentenze «surreali», mettendo in libertà «immigrati, stupratori, antagonisti che devastano stazioni» e «strappano i figli alle madri perché non ne condividono lo stile di vita» e, «quando la giustizia non funziona oggi nessuno può fare niente, se non questa volta», ha concluso riferendosi al voto del 22 e 23 marzo: «A chi mi detesta dico che se votate no vi tenete questo governo e anche la giustizia che non funziona, non mi pare un affare».
Il nervosismo
Così la discesa in campo di Meloni si è completata: impossibile ora scindere l’investimento politico della premier e l’esito referendario, che non potrà essere indolore in caso di vittoria del no. Eppure, che lei stessa ha ripetuto, su questo non ha voluto «galleggiare». Il conto alla rovescia è cominciato: a meno dieci giorni dall’apertura delle urne, tra il Sì trapela qualche preoccupazione rispetto agli ultimi sondaggi che danno un testa a testa nel migliore dei casi, la sconfitta nel peggiore. «Il nervosismo della maggioranza dimostra che gli sta franando il terreno sotto i piedi», ha detto Nicola Fratoianni di Avs. La leader dem Elly Schlein – a sua volta a una iniziativa per il No - ha ricordato alla premier che «esiste un giorno dopo il referendum. Quando tu vai a delegittimare ogni giorno un potere dello Stato mini la fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni. Noi rimaniamo sul merito della riforma». Un riferimento indiretto agli attacchi alle toghe che «liberano stupratori» e «strappano i figli», entrati tra gli slogan del centrodestra nel rush finale.
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