L’ex deputato Pd e vicepresidente di Libertà eguale Ceccanti prevede che anche tra i dem non tutti sono pronti a sacrificare la propria sensibilità personale sull’altare della disciplina di partito. Chi «non può negare la funzione del referendum solo per votare contro il governo e a favore della posizione del proprio partito»
Sabato 10 gennaio la segretaria Pd Elly Schlein inaugura la campagna referendaria per il No alla consultazione popolare sulla Separazione delle carriere. Parallelamente corrono anche gli organizzativi per l’evento di Firenze del 12, quando andrà in scena il primo evento della campagna per il Sì di Libertà eguale, l’associazione intorno ai dem Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Una linea che secondo gli organizzatori intercetterà i dubbi di una serie di eletti Pd non convinti fino in fondo del merito della posizione della segretaria.
Perché ha senso votare sì "da sinistra"?
Perché dobbiamo completare il grande disegno riformista di Giuliano Vassalli, socialista e uomo della Resistenza, che ci ha dato a fine anni Ottanta un moderno processo accusatorio e non più inquisitorio che ha bisogno, come egli stesso dichiarava, di un giudice realmente terzo, separato non solo dall’avvocato della difesa ma anche da quello dell’accusa.
C'è chi dice, anche nel Pd, che il merito del quesito si è già esaurito nella riforma Cartabia. È così?
No. Separare le carriere significa anche e soprattutto che l’organo amministrativo che si occupa delle carriere, più precisamente di valutazioni di professionalità e di conferimento di funzioni, sia rigorosamente sdoppiato, altrimenti le tue sorti dipendono da chi sta nell’altra carriera. La separazione deve partire dal vertice del sistema.
Non c'è un livello politico che andrebbe tenuto in considerazione nella decisione su cosa votare?
Non penso che si possa far valere la disciplina di partito, che senz’altra vale per i parlamentari, anche per i singoli elettori. La Costituzione, quella vigente, che dobbiamo anzitutto rispettare ha previsto i referendum esattamente per consentire un giudizio puntuale dei cittadini che possa essere diverso da quello generale che si esprime nelle elezioni politiche. Questo vale ancora di più per i referendum costituzionali, ben più importanti di quelli abrogativi.
Cioè?
Le norme costituzionali restano, mentre i governi passano. Penso che qualcuno che ha votato No nel 2016 contro Renzi si sia a posteriori pentito vedendo che quando le riforme necessarie sono posposte la situazione si aggrava. Il No confermò allora sulla carta un bicameralismo già molto problematico, che nel frattempo è praticamente scomparso col monocameralismo alternato. Non abbiamo avuto il Senato delle Regioni e il bicameralismo ripetitivo è morto lo stesso.
Quindi non è questione di collocamento dei partiti?
Come spiegava già nel 1932 il grande costituzionalista Georges Burdeau sul valore del referendum «può accadere senza dubbio che l’iniziativa del referendum risalga ad una manovra dell’opposizione o del governo stesso che la susciti nel popolo, ma la lotta di cui esso dà luogo non si svolgerà sullo stesso terreno di una campagna elettorale. Il raggruppamento dei partiti (…) si effettuerà in maniera diversa».
È sbagliato schierare il partito per il No per cavalcare la contrapposizione con Meloni come ha fatto Schlein?
Se la segretaria Schlein crede, a differenza nostra, che la separazione delle carriere sia nociva fa bene a schierare il partito per il No, posto che nessuno può appunto far valere una disciplina per gli elettori ma neanche per gli iscritti come se si trattasse di un voto parlamentare. Un partito non può non avere una posizione.
Cosa dice a chi non è convinto?
Se qualcuno nel Pd pensa che la separazione sia cosa buona e giusta come stava scritto nella mozione Martina del 2019, e/o che la Corte disciplinare sia una buona idea come stava ancora scritto nel programma elettorale del 2022 («Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate») non può negare la funzione del referendum solo per votare contro il governo e a favore della posizione del proprio partito. Mi pare che dubbi di questo tipo vi siano anche tra varie persone che hanno votato per Schlein e che tuttora la sostengono. Anche da lì verranno dei Sì.
C'è margine per creare un dibattito sul merito all'interno del partito ora che la segretaria lancia la campagna per il No?
La campagna nel partito e nella coalizione è aperta. Segnalo che ben due partiti, minori ma non irrilevanti, sono esplicitamente per il Sì, Più Europa e i Socialisti e che un terzo, Italia Viva, formalmente per la libertà di voto, ha i suoi quadri schierati in modo quasi unanime per il Sì. Nel Pd siamo già non pochi a sostenere questa analoga posizione. Se poi usciamo dalla coalizione ma restiamo comunque nell’ambito delle opposizioni, anche Azione e Liberaldemocratici sono per il Sì.
Tanti dei volti che aderiscono all'iniziativa di Libertà eguale sono nomi storici dell'universo dem, ma che oggi non hanno più ruoli attivi. C'è stato uno spostamento della linea del Pd sulla giustizia?
Ci sono stati due elementi più generali. Il primo è il rifiuto di distinguere la materia istituzionale da quella politica, rifiuto perfettamente speculare a quello della maggioranza. Entrambi gli schieramenti in questa legislatura fanno il contrario di quello che il presidente Mattarella ha individuato come il pregio dei lavori dell’Assemblea Costituente: dialogare sulla Costituzione anche quando ci si divide sul governo. Vale per la giustizia, come per il premierato, come per l’autonomia differenziata. Il secondo è una specie di sindrome di Stoccolma verso il secondo partito della coalizione, il Movimento 5 Stelle. Vanno benissimo le alleanze, ma non si può essere subalterni.
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