Alla fine la decisione è stata presa. Pare. L’Italia utilizzerà, almeno in parte, le risorse del Safe, lo strumento finanziario europeo per gli investimenti nella difesa. L’annuncio è arrivato dal vicepremier Antonio Tajani, in coppia con Guido Crosetto, dopo l’informativa alle Commissioni Affari esteri e Difesa di Camera e Senato.

L’annuncio e i chiarimenti

«Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno, formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo» ha affermato Tajani. Poi il ministro degli Esteri ha precisato: l’Italia ha “prenotato” quei quasi 15 miliardi a disposizione, ma non è stato deciso ancora veramente quanti di questi utilizzarli.

Su questo ha cercato di chiarire il titolare di Via XX settembre. «Safe non comporta aggiunta di spese militari rispetto a quanto previsto nel bilancio italiano. È una possibile alternativa al finanziamento con emissione dei titoli di Stato», ha riferito Crosetto. Aggiungendo: «È una scelta totalmente tecnica che faremo entro la fine dell’anno sui 14,9 miliardi. Quanto utilizzarne in modo tecnico in alternativa ai BoT e ai CcT, dal punto di vista della convenienza finanziaria. A oggi il Safe è una scelta puramente tecnica come finanziamento delle attuali spese della difesa». «La scelta politica sarà lo scostamento di bilancio», ha concluso. 

Poi è stato di nuovo il turno di Tajani, che in un altro contesto, quello dell’evento di lancio della presidenza italiana della Strategia europea per la Regione Adriatico-Ionica-Eusair nella sede di Unioncamere, ha provato a essere più specifico. «L’Italia ha prenotato 14,9 miliardi, che è il tetto massimo. Poi entro la fine dell’anno decideremo quanto utilizzarne. Come ho sempre detto e come dicono i miei colleghi Giorgetti e Crosetto, ne useremo probabilmente di meno: 6-7-8-9».

Spaccature nella maggioranza

In realtà, Roma è da quasi un anno che aveva presentato la domanda per quei 14,9 miliardi, resta lo “scoglio” della firma del contratto vero e proprio, su cui il governo Meloni finora ha tentennato. L’annuncio di oggi pare andare in quella direzione.

Dentro la maggioranza, però, ci sono voci contrarie. Che non si nascondono e di fatto creano tensioni. Dalla Lega, il senatore Claudio Borghi – da sempre euroscettico – reagisce: «Prendo atto con piacere delle precisazioni di Tajani sui fondi Safe. Non c’è nessuna decisione sul loro utilizzo o meno e deciderà il Parlamento sulla base dei dati di opportunità e convenienza». Stessa formula, «l’ultima parola spetta al Parlamento», utilizzata da fonti del Carroccio e consegnata alle agenzie. Insomma, l’avvertimento è chiaro.

Gli attacchi 

La comunicazione non proprio lineare ha però dato spazio ad alcuni attacchi da parte delle opposizioni. In primis dall’ex premier Matteo Renzi. «Tajani va in commissione e dice: abbiamo deciso di chiedere fondi europei Safe per 14,9 miliardi di euro. Una notizia importante! Ma scatta il subbuglio in maggioranza. Dopo mezz’ora Tajani precisa: non li abbiamo chiesti ma solo “prenotati”. Ma dove vive il nostro ministro degli Esteri? I fondi Safe sono già prenotati: il governo deve decidere se usarli o no» ha scritto sul suo profilo X il leader di Italia Viva.

«Come al solito Tajani parla poi viene richiamato all’ordine. Un incapace totale. Verrebbe da dire con Checco Zalone: "Ma è del mestiere, questo?" Purtroppo però parliamo di difesa in un mondo di guerre. E noi siamo nelle mani di gente come Tajani» ha aggiunto Renzi.

All’assalto della decisione dell’esecutivo, ma per altri motivi, è stata anche Alleanza Verdi e Sinistra. «Il governo Meloni dovrebbe dire con chiarezza agli italiani che la sua priorità è l’acquisto di armamenti. Per le armi i soldi si trovano sempre, mentre per i servizi pubblici le risorse non si trovano mai» ha affermato il capogruppo Peppe De Cristofaro. «Il paese è alle prese con la crisi, le imprese soffrono, i salari sono troppo bassi, la sanità pubblica è in difficoltà, le pensioni sono insufficienti e il costo della vita pesa sul bilancio delle famiglie sempre di più, ma il governo compra armi. Una sproporzione gigantesca ai danni degli italiani» ha aggiunto.

La reazione dell’Ue

A stretto giro è arrivata la reazione di Bruxelles. Che da una parte accoglie con favore l’annuncio del governo italiano, dall’altro chiede maggiore chiarezza e tempi brevi. «Nella situazione ideale, vogliamo sicuramente che l’Italia mantenga i 14,9 miliardi di Safe come annunciato oggi, e questo è uno sviluppo molto, molto positivo. Ora, dobbiamo procedere alla firma dell’accordo di prestito perché dobbiamo erogare i fondi per dare il via al progetto. Quindi questa è la tempistica che stiamo considerando» ha detto un portavoce della Commissione Ue che ha aggiunto: «C’è bisogno di chiarezza al più presto» e «non c’è tempo da perdere».

Cos’è il Safe

Il Support for Ammunition and Armaments production Framework è uno strumento da 150 miliardi di euro pensato all’interno del piano dell’Ue “Readiness 2030”, cioè quello che inizialmente si chiamava “Rearm Eu”. I paesi membri possono chiedere l’utilizzo di parte di queste risorse come prestiti, con restituzione a 45 anni, con una serie di benefici fiscali o finanziari: dall’esenzione dell’Iva sugli acquisti a 10 anni di “grazia” per il rimborso. L’obiettivo ultimo dello strumento è di incentivare e aumentare gli investimenti per la produzione di armi e attrezzature targate Ue entro il decennio in corso.

Tanto che la condizione per ricevere i fondi è che almeno il 65 per cento del valore di un armamento dovrà essere realizzato in uno Stato membro, in un paese dello spazio economico europeo o in Ucraina. Mentre il restante 35 può provenire da altri paesi, seppur con alcuni confini.

Quali paesi lo hanno richiesto

L’Italia, quindi, dovrebbe aggiungersi alla lista dei paesi europei che hanno presentato domanda per questo finanziamento legato alla difesa. L’elenco è lungo, sono 19, con importi che variano. La cifra italiana è in linea con quella chiesta dalla Francia (15 miliardi) e dalla Romania (16 miliardi). Ma ci sono paesi che ne hanno opzionato molti di più o molti di meno: per la Polonia, in piena fase di riarmo, 43 miliardi; la Spagna, invece, solo un miliardo. 

Alcuni pagamenti, intanto, l’Unione europea li ha già iniziati a inviare destinazione Cipro, Croazia, Grecia, Lituania e Polonia. 

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