Giuseppe Conte ha detto una volta che il suo governo non lavorava «col favore delle tenebre». Oggi invece qualcuno potrebbe dire che il governo di Giorgia Meloni lavora con il favore di Sanremo

Il flash d’agenzia sull’accordo della maggioranza arriva quando a Sanremo – quel festival che ha contribuito a forgiare l’immaginario culturale italiano e ancora oggi rappresenta la cassaforte della Rai grazie alla raccolta pubblicitaria – si aprono gli occhi dopo notti lunghe, ma la combinazione non appare casuale. Mentre il paese inizia a imparare i testi delle trenta canzoni in gara e si cominciano già a immaginare coreografie, il governo ha deciso di accelerare sull’impostazione del testo base della riforma elettorale.

Da che i tempi sembravano poter essere più dilatati, l’esecutivo ha scelto proprio la “settimana santa” per mettere nero su bianco le regole con cui si andrà al voto e con cui Giorgia Meloni ha intenzione di blindare la sua rielezione nel 2027. O prima, qualora si decidesse di prendere una decisione con conseguenze immediate sull’onda del risultato referendario.

L’egemonia culturale mancata

Eppure, i piani erano tutt’altri. La presa della Rai inizialmente sarebbe dovuta essere l’inizio di un processo di creazione di quell’egemonia culturale che la destra rincorre da tanto tempo, da mettere in piedi in parallelo alla gestione della Cultura dal ministero di via del Collegio romano. Il primo inquilino del ministero, Gennaro Sangiuliano, ha dovuto rassegnare le dimissioni, il secondo, Alessandro Giuli, sta lavorando pancia a terra per portare la visione meloniana del mondo in ogni istituzione culturale. 

In Rai però il lavoro è andato tutt’altro che liscio e col tempo la tivù di stato è diventata quasi più una rogna che una risorsa per la presidente del Consiglio, che più volte si è trovata a esprimere il proprio disappunto ai dirigenti neri di via Severo. L’ultimo episodio che ha messo in luce i problemi della Rai è stata la telecronaca di Paolo Petrecca alle Olimpiadi invernali. Ormai da tempo a palazzo Chigi la speranza è che i dirigenti riescano a portare a casa il loro lavoro se non in maniera convincente almeno senza provocare ulteriori danni.

E mentre in azienda si continua a investire sui programmi culturali che raccontano la provincia e provano a offrire un racconto del paese – pardon, della nazione – alternativo a quello radical chic degli Alberto Angela cresciuti nella Rai «de sinistra», anche il festival non sembra più considerato un potenziale vettore della narrazione meloniana, tanto più che gli ascolti sembrano in calo e qualcuno inizia parlare di un tramonto del fascino della kermesse. E allora, che almeno la gara canora faccia da copertura a una notte in cui Meloni accelera su qualcosa di essenziale come la legge elettorale. 

Un motivo in più per tenere – almeno a parole – la politica distante dal festival. La sovrapposizione resta comunque, foss’anche solo per l’intervento a gamba tesa (e non concordato) della comunicazione di palazzo Chigi su quella della Rai a inizio settimana.

Per quanto riguarda il rapporto del partito con l’azienda, l’intromissione appare ormai talmente alla luce del sole che il presidente del Senato Ignazio La Russa e il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi si sentono a proprio agio a intervenire su ospiti o esprimere un apprezzamento specifico per un candidato –giovane e in crescita, già apprezzato ad Affari tuoi come Stefano De Martino – per la conduzione di Sanremo 2027. Il problema non è sul merito, ma sul metodo. E sul fatto che la commissione Vigilanza sia bloccata nella sua attività dalla maggioranza. Un presenzialismo pervasivo di fronte a cui i dirigenti Rai possono solo fare i pesci in barile. 

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