«Generosi sì, ingenui no». Alla direzione la leader dem rivendica i risultati del partito. Sulla premiership: «In qualsiasi altro paese d’Europa il problema non si porrebbe, la guida tocca al partito maggiore. Ma se c’è qualcuno che non riconosce questo principio, faremo le primarie e le vinceremo», ha aggiunto. «Proveranno a entrarci in casa per dividerci, troveranno la porta chiusa»
«In qualsiasi altro Paese europeo la guida va al partito che prende un voto in più. Non è egemonia ma democrazia. Poi se qualcuno non riconosce questo principio, noi siamo disponibili e pronti alle primarie. E le vinceremo insieme». Stavolta, alla direzione del Pd, Elly Schlein rompe la tradizione di non rispondere alle punture di Giuseppe Conte. Lo fa. Non lo fa direttamente, non lo nomina mai. Ma il giorno prima il presidente M5s ha “rivelato” di averle fatto recapitare la proposta di fare un passo indietro insieme per cercare un «terzo nome». Ed evitare le primarie che, Schlein lo sa, preoccupano buona parte del suo gruppo dirigente.
Uno non vale uno
Schlein in realtà non non nega né conferma. Ma parte in quarta su un altro punto. «Voglio essere chiara». Spiega che la guida della coalizione spetterebbe a lei, segretaria del partito più grande. Ma se gli alleati non ci stanno – leggasi Conte – si faranno le primarie: «Perché a noi compagne e compagni», dice nella foga, «non ci ha regalato niente nessuno. Se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con la fatica, con il sudore, con l’impegno a convincere le persone, una per una. Persone che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze. Generosi sì, ingenui no».
Dunque il programma: «Si scrive con l’alleanza, sapendo bene che in quella discussione bisogna essere inclusivi. Ma non è che uno vale uno in quella discussione», risate e applausi nella sala Sassoli, al terzo piano del Nazareno.
I tempi però non li detta. Non può: intanto bisogna aspettare l’approvazione della legge elettorale, contro la quale «abbiamo fatto muro con le altre opposizioni e continueremo a fare muro. Compattamente voteremo contro e faremo di tutto per mandarli sotto come abbiamo fatto a luglio». Ma le speranza che cada sono poche. Poi c’è il passaggio della sua proroga a segretaria nell’assemblea del 18 ottobre. A marzo il suo mandato scadrà, ma quel passaggio è chiaro che ormai lei lo considera una formalità.
Quindi il dossier slitta a fine mese, se va bene. La coalizione «non è una sommatoria di sigle o un cartello elettorale ma un progetto programmatico», «dobbiamo affinare il programma comune affinché sia un patto vincolante per tutti e tutte». E così soffoca qualsiasi speranza di far scegliere i punti divisivi al popolo dei gazebo (leggasi l’invio di armi all’Ucraina). «Siccome leggo sui giornali ricostruzioni fantasiose, vorrei chiarire un punto: noi siamo pronti. Possiamo partire anche subito. Basta che siamo tutti e basta che non partiamo da soli». Traduzione: il Pd è pronto, il programma del partito è quello del suo discorso alla festa dell’Unità di Reggio Emilia. Chi chiedeva di partecipare, come la corrente riformista, se ne può fare una ragione. Ma il tavolo del programma non parte finché non si coagula qualcosa al centro. «Da soli» Pd, M5s e Avs non sono tutta l’alleanza.
Niente di nuovo sul fronte ucraino
Sul tema delicato dell’Ucraina, resta cauta: «Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino contro l'aggressione criminale della Russia e sappiamo che l’Unione europea deve rendere più chiaro il proprio impegno ed esercitare una iniziativa che finora è mancata. Per costruire la pace non possiamo aspettare che cada l’ultimo fucile. L’Ue deve nominare un negoziatore. Sono fiduciosa che troveremo un punto di sintesi all’altezza».
Il primo partito
Chiarito questo agli alleati, cioè all’alleato Conte, il finale è tutto rivolto al suo gruppo dirigente. «Vorrei chiudere togliendomi qualche sassolino dalla scarpa». Quindi parte con l’elenco dei successi della sua segreteria, letti tutti d’un fiato: «Abbiamo rilanciato il partito, siamo cresciuti in tutte le tornate elettorali, riaperto e riacquistato sedi storiche, mandato sui territori il triplo delle risorse degli anni precedenti, abbiamo ricucito legami spezzati con un mondo che si era allontanato, abbiamo risanato il bilancio, il migliore degli ultimi quindici anni, lo abbiamo fatto restituendo dignità ai nostri dipendenti, abbiamo applicato quello che chiediamo al paese come la riduzione dell’orario a parità di salario, abbiamo fatto ripartire la formazione perché è importante». E ancora: il Pd è «il primo partito nelle maggior parte delle regioni. In questi anni avevano scommesso che ci saremmo scissi e invece siamo più uniti che mai, avevano scommesso che sarei durata sei mesi e invece il 18 ottobre in assemblea nazionale ci poniamo il tema della proroga del mandato», che sa di avere in tasca. Ora «manca l’ultimo miglio, il più importante, e vogliamo farlo insieme, fino alla vittoria».
Che vi piaccia o no
Qui la segretaria disegna un mondo di nemici, per espediente retorico sono nemici esterni ma attenzione, ci sono anche quelli che si infiltrano nelle file del Pd, e infatti avverte: «Proveranno a entrarci in casa per dividerci, troveranno la porta chiusa».
«Un pezzo di establishment non vuole uno governo progressista», ma «non ci hanno fermato fin qui e non lo faranno adesso». Poi c’è «chi tifa il pareggio e pensa che sarebbero meglio le larghe intese e un leader disponibile alle larghe intese. Mi spiace deludervi ma noi andremo al governo solo vincendo le elezioni. Che vi piaccia o no».
Chiusura in crescendo: il suo Pd che vuole «scardinare» il sistema dei privilegi fa «paura, per questo ci attaccano e ci attaccheranno sempre di più fino al giorno delle elezioni. Vi chiedo di non avere timore, di essere orgogliosi di quanto fatto fino a qui». Messaggio a suocera establishment perché anche le nuore intendano, anche quelle nel partito, ove mai ce ne fossero.
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