Via libera della segretaria Pd Elly Schlein al tavolo per il programma del centrosinistra, anche detto fronte progressista secondo la definizione di Giuseppe Conte, oppure «alleanza costituzionale» secondo la formula che in questi giorni rimbalza nel Pd, formula che prova ad ammiccare ai milioni di ragazzi che sono andati a votare No al referendum ma che poco o niente hanno a che spartire con  i partiti dell’opposizione, almeno per ora. 

Il via libera arriva stasera dal programma Dimartedì, condotto da Giovanni Floris su La7, dove la segretaria ha risposto positivamente alla richiesta di incontro fra alleati avanzata giorni fa da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, di Avs. La segretaria Pd ha sparso e fatto spargere secchiate di acqua fredda dai suoi sul tema delle primarie, fatto esplodere da Conte nel giorno della vittoria del No: prima serve definire un programma e regole comuni a tutte le forze della coalizione, è il ragionamento. Anche perché se davvero si apriranno, i gazebo, non si apriranno prima di fine anno. 

Però Schlein non vuole apparire quella che frena e rallenta anche sui tempi per la definizione di un programma comune. Per questo aderisce alla richiesta dei rossoverdi. Sulla quale invece necessariamente resta freddo il presidente M5s: in questi giorni sta partendo Nova 2.0, un percorso di «democrazia deliberativa» con cento «spazi aperti» in tutta Italia, dai quali nascerà il programma M5s da portare al tavolo comune. L’ex premier dunque ha bisogno di tempo.

Alla fine il risultato è a somma zero: la futura alleanza procede avanti come prima, e come sempre, cioè ad andamento lento. Continua a fare fronte comune nelle aule parlamentari – martedì così è andata all’informativa del ministro Guido Crosetto in parlamento – ma per stringere i bulloni di una coalizione c’è tempo.

Un tempo che Conte però userà per far conoscere la sua corsa. Lunedì 13 aprile prossimo a Roma, al Tempio di Vibia Sabina e Adriano, lancerà il suo libro Una nuova primavera (Marsilio), che uscirà nelle librerie il giorno dopo. E quello successivo, il 15 aprile, sarà il giorno della presentazione dinanzi al suo popolo. 

Chiarire i rapporti fra Fdi e malavita

Ci sono altre urgenze, per la segretaria dem. A Dimartedì Schlein ha esordito rivolgendosi direttamente a Giorgia Meloni. Le ha chiesto di «chiarire i rapporti fra FdI e il clan Senese», cioè di dimostrare con trasparenza che quel partito non ha niente a che fare con la criminalità organizzata.

In mattinata la premier aveva attaccato i media che hanno pubblicato un suo selfie con Gioacchino Amico, presunto appartenente al clan Senese (oggi collaboratore di giustizia) risalente al febbraio 2019.

Meloni alza i decibel, ma non chiarisce niente: «Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova», dice in un video, «Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze», dice, tacciando come «bizzarra» l’ipotesi di una sua vicinanza fra FdI e ambienti malavitosi, e «pirotecnico» il «collegamento con le vicende di mio padre» – un pentito sostiene che lavorasse proprio per quel clan – «In decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze».

Ma basta primarie

Alla vigilia dell’ultimatum di Donald Trump all’Iran, e dunque di una possibile escalation militare in Medioriente, il messaggio del Nazareno è «basta primarie»: cioè basta occuparsi di una questione «non all’ordine del giorno». Su cui però in queste ultime due settimane sono intervenuti molti dirigenti Pd. Anche solo per ribadire che la scelta della premiership del fronte progressista è lontana: il che però equivale a dire che non è una scelta automatica su Schlein. 

Interpretazioni, spesso, non letterali. Così Goffredo Bettini, direttore della rivista Rinascita, martedì ha smentito sulla Stampa la lettura data alla sua richiesta di «generosità» fatta ai leader della sinistra: non intendeva, spiega «favorire la sostituzione di Schlein con Conte».

Per lui dalla «palude della premiership» si esce in un modo «molto semplice: non parlarne più. La destra ha subito una disfatta. Non aspetta altro che lucrare sulle nostre divisioni e sulla confusione di non pochi commentatori politici». Alla conferma di Conte di voler partecipare alle primarie, «si è risposto con sospetti e malevolenze: come si stesse di fronte ad una sfida. Ecco perché dico, andiamo oltre. Alle urgenze del momento: continuare la lotta dall’opposizione e arrivare ad una intesa unitaria sulle questioni fondamentali del nostro programma. In campo i democratici hanno leader di notevole statura, dotati di grande autorevolezza. Non c’è bisogno di federatori o papi stranieri».

Stessa posizione quella di Andrea Orlando, ex ministro del Lavoro: «Il leader della coalizione sarà o chi arriva primo con questa legge elettorale, se ci sarà ancora questa legge elettorale, o scelto con un accordo. E in questo caso non sarebbe Conte perché sarebbe un soggetto che in qualche modo deve essere concordato, quindi è presumibile che non sia nessuno di quelli di cui stiamo parlando, o scelto con le primarie», spiega a Rainews24, «C’è un gruppo dirigente delle forze politiche che si è progressivamente costruito, che ha rapporti di fiducia che sono migliorati. E credo che in tutti i casi sia giusto che non ci siano dei jolly pescati nel mazzo, ma ci siano leadership politiche che abbiano rapporti solidi con la coalizione».

Quanto a Conte: «Ha fatto una mossa che comunque dà un segnale forte, cioè che la coalizione c’è e che non è in questione. Dopodiché forse, prima di discutere di come si sceglie il leader è utile discutere di quale progetto vogliamo mettere al centro dell’alternativa». 

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