Le parole di Donald Trump si sono abbattute come un fulmine nel cielo apparentemente sereno dopo l’incontro al G7 di Evian. Il presidente americano, raggiunto al telefono dal giornalista Nicola Compatangelo di La7, quasi con insistenza, ha voluto parlare del suo rapporto con Giorgia Meloni. «Mi ha implorato di fare una foto con lei», ha detto nella conversazione trasmessa in esclusiva dall’Aria che tira. E ancora: «Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!».

Un esplicito riferimento all’immagine condivisa dallo staff di palazzo Chigi che mostra Trump e Meloni, a margine del G7, conversare su un divanetto. Un segnale di ritrovata sintonia dopo gli screzi degli ultimi mesi. Infine l’ultima spacconata: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle».

Insomma il presidente ha voluto ribadire, con una certa insistenza, che i rapporti con la premier sono tutt’altro che buoni, almeno dal suo punto di vista.

E le sue parole hanno fatto esplodere una crisi diplomatica. La più grave fino a oggi. La premier, ferita nell’orgoglio, ha aspettato appena un’ora per pubblicare sulla sua pagina Instagram un durissimo video di risposta, parlando di «dichiarazioni totalmente inventate». Meloni si è detta «francamente allibita, non so perché il presidente Usa si comporti così con gli alleati». Poi anche lei è passata all’attacco. «Dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente» con cui «si dimostra molto più accondiscendente», ha scandito con un ghigno d’ira che spesso le si vede nei momenti di scontro più concitati in Parlamento.

L’accusa è pesante: Trump è forte coi deboli ma debole coi forti. Non una novità, ma certo parole inedite in bocca a Meloni, che ha concluso con volto terreo: «Una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia non imploriamo mai». In serata è arrivata l’ulteriore replica di Trump che, parlando con Nbc, ha dato un senso al suo affondo. Meloni era «una mia fan», ma «non la voglio» più perché, lei come anche gli altri membri della Nato, «non ci sono stati riguardo allo Stretto di Hormuz».

La solidarietà

Immediata e compatta è arrivata la difesa dei ministri e di Fratelli d’Italia. I membri dell’esecutivo – da Carlo Nordio a Guido Crosetto, da Elisabetta Casellati ad Adolfo Urso – si sono espressi con parole di condanna, addirittura per l’occasione è tornata a parlare l’ex ministra e oggi senatrice Daniela Santanchè. Un attestato di solidarietà è arrivato anche dal Colle, con una telefonata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, tra gli uomini più vicini alla premier, è arrivato a parlare di «deliri», accusando Trump di rovinare i rapporti con l’Europa: «Non si capisce se per volontà o inettitudine».

Anche sul fronte alleato entrambi i vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, sono intervenuti esprimendo sdegno. Con una conseguenza anche concreta. Bypassando il passaggio formale di richiamare l’ambasciatore, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato di aver annullato il viaggio a Miami previsto per il 21 e 22 giugno a causa delle «gravi e offensive parole» di Trump. Annullato il Forum a cui doveva partecipare.

E ora?

Lo strappo è profondo per Meloni. Tanto più perché è arrivato a pochi giorni dalla conferenza stampa in cui aveva parlato di un rapporto «immutato» con Trump ed escluso necessità di chiarimenti, perché «ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro».

Eppure, come le fanno notare le opposizioni che pure hanno condannato l’attacco scomposto di Trump, più alta si è collocata l’asticella, più eclatante e dolorosa è la caduta. La segretaria dem Elly Schlein ha parlato di attacchi «inaccettabili» contro le istituzioni italiane, ma «ci aspettiamo che la destra capisca quanto è stato sbagliato questo atteggiamento remissivo con Trump». Sulla stessa lunghezza d’onda il leader del M5s Giuseppe Conte: «Quelle di Trump sono parole inaccettabili. Però c’è anche un altro punto: dopo averlo assecondato in tutto il risultato è questo».

Meloni infatti aveva salutato l’elezione del tycoon proponendosi come la pontiera tra le due sponde dell’Atlantico, l’unica in Unione europea in grado di farsi ascoltare dal bizzoso presidente e dunque con una posizione privilegiata. Invece per l’ennesima volta Trump ha mostrato la sua natura. Dai dazi alle critiche al papa, fino all’attacco in Iran non annunciato agli alleati, l’elenco delle angherie incassate dall’Italia è lungo.

In fondo il presidente Usa non ha mai nascosto il proprio disprezzo per gli alleati europei. E quel «I am the boss» pronunciato proprio al G7 dice molto della sua idea del potere. Solo Meloni, però, ha voluto accreditarsi come amica privilegiata, anche soprassedendo sulle angherie.

Ora, però, la premier paga il pegno pesante di un errore di calcolo politico. L’insulto – il peggiore, nella grammatica meloniana, è proprio quello di definirla succube di qualcuno o qualcosa – è però risultato inconsulto, proprio alla luce del riavvicinamento, evidentemente di facciata, che palazzo Chigi ha tentato di propagandare da Evian. Quel che Meloni sembra continuare a sottovalutare è l’imprevedibilità del personaggio Trump. L’interrogativo ora per la premier è come gestire il futuro: se coltivare, almeno a fini comunicativi, l’indignazione di oggi, oppure se ripiegare sulla Realpolitik della riconciliazione. Al momento di palpabile c’è solo il gelo.

© Riproduzione riservata