Nelle ore in cui si votava, Byanca Brasil segnava su rigore la rete che qualificava il Cruzeiro alla semifinale della Copa Libertadores e festeggiava facendo una “L” con le dita, simbolo della campagna elettorale. Ma non è stata l’unica. Anche Dilma Mendes, 62enne e una delle prime donne a giocare a pallone nel paese, ha sostenuto il presidente uscente che a settembre aveva approvato una legge per garantire maggiori diritti alle professioniste
Quella di Lula è stata la vittoria anche del calcio femminile brasiliano. Mentre i colleghi maschi si sono divisi tra i due candidati (con una leggera preferenza per Flávio Bolsonaro, appoggiato da Neymar, Dani Alves e Rivaldo), tra le donne è stato largamente preponderante il supporto per il Partito dei Lavoratori.
Già in occasione del primo turno alcune note calciatrici si erano espresse in favore di Lula. Intervistata minuti dopo aver conquistato il titolo nazionale con il San Paolo, Carlinha aveva dichiarato in diretta tv: «Mai più un Bolsonaro al potere». Sullo stesso tono si era espressa anche l’attaccante Ary Borges, che gioca negli Stati Uniti con l’Angel City. Altre si sono aggiunte nei giorni precedenti il ballottaggio di domenica scorsa, seguendo l’onda di sostegno per Lula che, alla fine, ha permesso di rovesciare il risultato del 4 ottobre.
Anche alcune importanti giocatrici della Nazionale si sono espresse sui social in favore del presidente in carica, come Lauren Leal, Tarciane, Yasmim, Duda Sampaio e Kamilla Moraes, oltre alle due veterane Cristiane e Formiga.
Proprio nelle ore in cui si votava, l’attaccante Byanca Brasil segnava su rigore la rete che qualificava il Cruzeiro alla semifinale della Copa Libertadores e festeggiava facendo una “L” con le dita, cioè il simbolo della campagna di Lula.
Si tratta di nomi che rappresentano il passato recente e il presente del movimento calcistico femminile brasiliano, che è da tempo tra i più importanti e competitivi al mondo. Il Brasile ha vinto tutte le edizioni della Copa América femminile (a parte l’edizione del 2006), e dal 2004 a oggi ha portato a casa tre argenti olimpici e una finale del Mondiale. Oggi, le calciatrici locali sono tra le più note al mondo.
Come in tutti i paesi in cui il calcio è popolare, anche in Brasile è stato tradizionalmente un simbolo identitario maschile, cosa che ha reso molto complicato per le donne praticarlo. Nel 1941, fu addirittura promulgata una legge che vietava loro di giocare a calcio, e questo divieto è stato abrogato solo nel 1979, all’epoca delle proteste contro il regime militare.
La storia del calcio femminile si è così legata in maniera particolarmente stretta con i movimenti per i diritti delle donne e quelli per le libertà civili ai tempi della dittatura, che avevano tra i propri leader il giovane Lula, all’epoca a capo del sindacato degli operai metalmeccanici.
L’arrivo della democrazia
Il calcio femminile brasiliano è maturato negli anni della democrazia, e ha visto la sua ascesa durante i primi governi del Partito dei Lavoratori, dopo il 2003. Lula ha dedicato molti investimenti pubblici a questo sport, che hanno portato alla riforma del campionato locale nel 2013, quando al potere c’era Dilma Rousseff, la prima donna presidente del Brasile.
Lo scorso settembre, Lula aveva infine approvato una legge per garantire nuovi diritti alle calciatrici: sovvenzioni per la professionalizzazione e per il miglioramento dei salari, diritto alla maternità, equiparazione contrattuali con i colleghi maschi. Il tutto, in vista del Mondiale del 2027, che sarà ospitato per la prima volta proprio in Brasile.
Non deve dunque stupire che le atlete abbiano in gran parte deciso di sostenere Lula, e che tra di esse figurasse anche una pioniera come Dilma Mendes. Oggi ha 62 anni ed è stata una delle prime donne a giocare a calcio nel paese, quando ancora era vietato: in varie interviste ha raccontato i suoi stratagemmi per fuggire dalla polizia, così come le discriminazioni sessiste e razziste che subiva.
Non sono mancate, però, anche alcune posizioni discordanti, sebbene minoritarie, come quella di Ester Santos, ex centrocampista che ha giocato anche in Europa con il Chelsea. Ha fatto molto più discutere il silenzio di Marta, la più nota calciatrice della storia brasiliana: ancora in attività a 40 anni, giocando negli Stati Uniti con l’Orlando Pride, lo scorso giugno era stata celebrata da Lula come la migliore giocatrice al mondo. Marta è nota per il suo sostegno per i diritti delle donne e della comunità Lgbtq+, due battaglie simbolo del Partito dei Lavoratori, eppure in queste settimane non si è espressa pubblicamente sul voto e ciò le è costato molte critiche.
Il sostegno delle calciatrici a Lula è stato anche dovuto al timore che una vittoria di Flávio Bolsonaro potesse comportare dei grandi passi indietro nei diritti delle atlete e delle donne in generale. Già suo padre Jair aveva espresso una certa ostilità a questi temi, e Bolsonaro Jr. non è stato da meno, facendosi affiancare nella sua campagna elettorale da persone come Eduarda Campopiano, secondo cui «il femminicidio non esiste», e da individui legati al movimento per l’abolizione del voto per le donne.
La questione va dunque al di là dei confini dello sport, trovando una conferma nella demografia del voto. Datafolha ha segnalato che, nel primo turno, il 55 per cento delle donne aveva votato per Lula, contro il 56 per cento degli uomini che aveva preferito Bolsonaro. Una situazione che è diventata ormai consueta in Brasile fin dal 2018, quando venne eletto presidente Jair Bolsonaro.
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