In vista del voto di domenica, c’è fiducia per la possibile sconfitta di Orbán a favore del candidato di Tisza, avanti nei sondaggi. Ma per l’attivista femminista c’è poco da stare allegri: «Non è uno scenario rassicurante. La speranza è che le organizzazioni femministe recuperino la possibilità di accedere a bandi statali o fondi esteri. Magyar vicino all’Ue? Solo una strategia per attrarre voti liberali»
BRUXELLES – Le elezioni in Ungheria sono alle porte. Qualunque sia il risultato, il loro arrivo sembra un fiume in piena. Per la spina nel fianco che costituirebbe una possibile vittoria di Viktor Orbán, che domina la politica ungherese da più di un ventennio e che rappresenta l’asse trump-putiniano all’interno dell’Unione. O per il significato di una sua caduta, probabile secondo i sondaggi, per mano del partito Tisza, che prende proprio il nome da uno dei principali fiumi che attraversa l’Ungheria.
Tra i nostri coetanei europei c’è fiducia ed entusiasmo, tra quelli ungheresi un po’ meno. Una di loro è Maja Lejla Móczár, attivista femminista, classe ‘97.
Perché non sei ottimista?
Péter Magyar, candidato in vantaggio nei sondaggi, per 22 anni è stato diplomatico e funzionario del partito di Orbán, Fidesz. Ora guida uno schieramento meno a destra, ma pur sempre molto a destra. Secondo i sondaggi solo tre partiti entreranno in Parlamento: Tisza (48%), di centrodestra, Fidesz (39%), di destra, e MH, 5%, di estrema destra. Non è esattamente uno scenario rassicurante, soprattutto per le donne e la comunità Lgbtqia+, di cui Magyar ha evitato di parlare.
Il sindaco di Budapest è dei Verdi ed è sceso in piazza per il Pride che il governo ha cercato in tutti i modi di vietare. Dov’è il resto dell’opposizione a queste elezioni?
Le figure progressiste più in vista hanno fatto tutte un passo indietro per favorire Tisza, pur non facendo un endorsement diretto per Magyar, e dargli più possibilità di battere Orbán. Tisza è riuscito a mobilitare le persone candidando molte figure trasversalmente rispettate, come dottori, scrittori o agenti di polizia. Ma nella sinistra c’è ancora un acceso dibattito sulla scelta dei partiti più piccoli di non candidarsi.
“Riprenderemo i soldi”, si legge nel programma di Magyar in riferimento ai 18 miliardi congelati dalla Commissione Ue. La promessa scritta è quella di adottare l’euro e un rapporto di fiducia con Bruxelles. Cosa ne pensi?
Penso che si tratti soprattutto di una strategia per attrarre voti liberali da parte di un partito conservatore, perché ad esempio allinearsi con lo stato di diritto europeo significherebbe garantire diritti alla comunità Lgbtqia+, cosa che non è affatto prevista. In Ungheria, persino i libri che parlano specificatamente, o soprattutto, dei diritti, perfino i romanzi e i libri per bambini che prevedono personaggi gay devono essere collocati nelle librerie in scaffali separati e rimanere cellofanati. In generale però è vero che Magyar si è assicurato il voto di coloro che sono davvero spaventati dalla possibilità di uscire dall’Unione europea.
Tu fai parte del movimento di solidarietà femminile Women For Each Other. Per le donne cosa cambierà con queste elezioni?
Recentemente ho partecipato a un meeting con donne attive in diverse organizzazioni e molte di loro da questo punto di vista sono speranzose. Non tanto perché le soluzioni ai problemi arriverebbero dall’alto, ma perché tornerebbe possibile affrontarli dal basso. Orbán e Fidesz hanno tolto alle organizzazioni femministe qualsiasi possibilità di accedere a bandi statali o fondi esteri, e l’impressione è che con Magyar e Tisza almeno questi ostacoli verrebbero meno. In questi anni Orbán ha reso le nostre vite così difficili che a questo punto chiunque altro va bene.
L’esperienza del tuo spazio, Auróra, è durata più di dieci anni ma non è riuscita a sopravvivere al regime di Orbán - è nata dopo la sua ascesa ed è finita poco prima di questo voto.
Auróra era un centro comunitario in cui si provava a dare una risposta collettiva all’oppressione delle donne, alla catastrofe ecologica e all’ascesa del fascismo. Il pretesto con cui recentemente sono stati chiusi diversi spazi di aggregazione giovanile è il pesantissimo regolamento ungherese sulle droghe secondo cui le forze dell’ordine possono arrestarti per il presunto consumo di cannabis, anche se non ne trovano in tuo possesso. Auróra invece ha chiuso semplicemente a causa del capitalismo, cioè per costruire qualcosa di più profittevole di un centro comunitario.
Una vecchia canzone popolare ungherese recita che “nella cella di una prigione non passa mai un raggio di sole". La tua omonima Maja T., estradata dalla Germania, è ancora nelle carceri ungheresi.
Maja T., detenuta per il suo attivismo da antifascista, è in carcere da ancora prima dell’approvazione della più recente legge che equipara l’anifascismo al terrorismo, che ha permesso alle autorità di arrestare ancora più persone, soprattutto in occasione della recente visita di Benjamin Netanyahu in Ungheria. È molto ingiusto quello che le sta accadendo, ma non è niente di diverso da quello che affronta chiunque sia nella morsa del sistema detentivo ungherese. Penso che il suo terribile caso sia anche un’occasione per ribadire che questo sistema è inaccettabile, sia per i casi mediatici degli stranieri detenuti che per gli ungheresi invisibili.
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