«Anni fa, durante un conflitto in Medio Oriente, dicevamo: “Oh, grazie a Dio siamo lontani dalla guerra e viviamo in pace qui in Groenlandia”, ma ora improvvisamente siamo diventati il centro di discorsi simili». Quella di Maja è solo una delle diverse voci raccolte a Nuuk e presenti nel libro Groenlandia Nuuk: chi vuole rompere il ghiaccio (Paesi Edizioni, 2026 )
Sgonfiate le dichiarazioni roboanti di Donald Trump, ritornati in patria sia i soldati dispiegati dai paesi europei sia i conduttori tv e gli inviati arrivati in fretta e in furia sull’isola nei giorni della bufera, la Groenlandia in poche settimane è uscita dalle cronache internazionali. Nulla di anomalo nel sistema mediatico. Ma la questione del futuro di Nuuk, sebbene sia stato sbandierato un accordo tra la Casa Bianca e la Nato, è tutt’altro che conclusa.
A partire dal fatto che una vera intesa, tra basi militari, cessioni di sovranità e patti sulle terre rare, vada ancora trovata. Lo ha confermato il segretario di Stato Marco Rubio. Prima della Conferenza sulla sicurezza di Monaco si è detto «fiducioso» riguardo a una conclusione positiva delle trattative transatlantiche, che però potrebbero durare mesi.
Il faccia a faccia di Rubio con la premier danese Mette Frederiksen, che invece ha messo le cose in chiaro con un eloquente «la crisi non è finita», rientra nell’ambito di un lavoro che va avanti a fari spenti. E che forse procede proprio perché da Trump non arrivano più strappi.
Nel silenzio, comunque, a muoversi non sono solo gli Stati Uniti. Anche l’Europa e gli altri alleati occidentali, infatti, stanno prendendo contromisure. L’Alleanza atlantica di Mark Rutte ha lanciato una missione, la Arctic Sentry, per mostrare i muscoli nella regione. Nel frattempo, i voli che portano a Nuuk diplomatici, ministri e funzionari non si sono mai fermati.
Pochi giorni fa è andato in scena l’incontro nella capitale dell’isola tra i ministri degli Esteri di Groenlandia, Danimarca e Canada. Sempre a febbraio, Ottawa ha aperto un suo consolato sul territorio autonomo danese. Stessa mossa approntata dalla Francia. Tra le capitali europee – Copenaghen esclusa, per ovvie ragioni – Parigi è quella che si sta facendo avanti maggiormente per mostrarsi al fianco dei groenlandesi.
La percezione dei groenlandesi
Sono loro, i cittadini dell’isola, i protagonisti e al tempo stesso i principali spettatori di quanto è avvenuto nell’ultimo anno, da quando Trump ha deciso di rialzare i toni sulla Groenlandia. Oggi, i primi a beneficiare del calo della pressione mediatica sono gli stessi groenlandesi, del tutto impreparati a essere i destinatari di tali attenzioni. «Prima del gennaio 2025 vivevamo tranquillamente, ma quando è arrivato Trump Jr (il figlio del presidente, ndr) è scoppiato il finimondo. C’era molta incertezza» racconta Maja, infermiera groenlandese.
«È stata un’esperienza molto strana per noi, perché all’improvviso eravamo ogni giorno sui giornali. Ricordo che anni fa, durante un conflitto in Medio Oriente, dicevamo: “Oh, grazie a Dio siamo lontani dalla guerra e viviamo in pace qui in Groenlandia”, ma ora improvvisamente siamo diventati il centro di discorsi simili. Siamo diventati ciò che definiscono un territorio strategico». Quella di Maja è solo una delle diverse voci raccolte a Nuuk e inserite nel libro Groenlandia / Nuuk: chi vuole rompere il ghiaccio (Luca Sebastiani, Leonardo Parigi per Paesi Edizioni, 2026) uscito ieri.
Un libro-reportage che con analisi e interviste condotte a Nuuk, dalla sindaca al sacerdote che porta avanti le attività di una piccola chiesa cattolica, dal manager di aziende pubbliche al professore universitario, cerca di raccontare le sensazioni, le paure e le speranze della popolazione dell’isola, di come stia vivendo un momento storico simile, di come si è arrivati a considerare la Groenlandia un teatro di contesa globale. Molti suoi abitanti vorrebbero ritornare nell’anonimato della storia, soprattutto se l’attenzione è dovuta a minacce di conquista militare. Sanno, però, che l’isola è in una congiuntura cruciale.
La nuova era
I diretti interessati, infatti, sono d’accordo: per la Groenlandia si tratta di una nuova era. Da cui non si può tornare indietro. Vuoi per il cambiamento climatico, che con una velocità mai vista sta cambiando il panorama e i contorni dell’isola; vuoi per le mire aggressive delle grandi potenze, gli Usa, certo, ma anche la Russia e la Cina, sempre più interessate al profondo Nord per materie prime, terre rare e geografia; e vuoi per i cambiamenti politici, sociali ed economici che si rincorrono.
Nuuk è come se si stesse interrogando, innanzitutto, sul suo rapporto con sé stessa, poi sulla relazione con Copenaghen, fondamentale per la propria sussistenza, e infine su quella con il resto del mondo. Se l’espansione della stessa capitale – specie d’estate i cantieri sono ovunque, nascono nuovi quartieri, spuntano centri commerciali e hotel moderni – sembra inarrestabile, le contraddizioni rimangono.
Per le dimensioni contenute di Nuuk, una sola strada può dividere un sobborgo ricco da uno povero, i cui residenti oggi sono comunque ancora uniti da spazi comuni e quotidianità simili. Nel prossimo futuro non sarà più così, le divisioni e le disuguaglianze si accentueranno. La povertà, per esempio, è molto alta. Si possono incrociare capannelli di persone in fila fuori a un negozio di alimentari in attesa di un pasto caldo. Diapositive di un lato della Groenlandia che in questi mesi non è stato mai mostrato.
I circa 20mila residenti sono consapevoli di essere di fronte a una trasformazione: tra pochi anni la città (e l’isola) diventerà qualcosa di molto diverso da come l’hanno conosciuta e vissuta. E, come prevedibile, non a tutti sta bene questo slancio verso una modernità che non è veramente di casa tra gli Inuit. Una popolazione che ancora oggi fa i conti con gli strascichi del colonialismo danese e che ancora non riesce del tutto a liberarsi da una percezione di inferiorità dettata dal recente passato.
Paradossalmente, però, proprio questa condizione ha contribuito ad accrescere un sentimento di orgoglio nazionale che i groenlandesi esibiscono fieramente. La manifestazione di gennaio, quando migliaia e migliaia di persone sono scese in strada a Nuuk per protestare contro Trump, ha già prenotato un posto nei manuali di storia groenlandese.
L’isola non vuole diventare colonia né degli Stati Uniti né di altre potenze straniere, né tantomeno sottostare a un nuovo dominio culturale che gli imponga un’altra volta, dopo la cosiddetta “danesizzazione” (dagli effetti visibili tuttora), abitudini, tradizioni o modelli economico-sociali differenti dai loro. Un orgoglio che non è in vendita e che rimarrà anche quando le dichiarazioni di Trump si leggeranno solo sui libri di storia.
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