Il blitz dei Pasdaran nello Stretto: «Presto il barile arriverà a prezzi mai visti». Il G7 prova a rilanciare la diplomazia. Erdogan a Netanyahu: «È una catastrofe»
L’operazione militare lanciata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro l’Iran ha già superato la durata della guerra dei 12 giorni dello scorso anno. A cambiare le carte in tavola rispetto allo scenario bellico di giugno 2025 è stata la decisione da parte del regime di rispondere con decisione agli attacchi. E lo ha fatto utilizzando l’arma più potente a sua disposizione: lo Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore i Pasdaran hanno rivendicato l’attacco di due navi. Una è la Express Room, battente bandiera della Liberia, e l’altra è la thailandese Mayuree Naree. Ma secondo l’agenzia marittima britannica Ukmto, sono almeno tre le navi colpite nella giornata di mercoledì 11 marzo. Arrivando a oltre una ventina dal 28 febbraio scorso.
Il messaggio dei Pasdaran
Il messaggio dei Pasdaran è chiaro ed è stato ribadito anche mercoledì 11: «Non permetteremo che nemmeno una goccia di petrolio attraversi lo Stretto di Hormuz a beneficio dell’America e dei suoi alleati», ha dichiarato uno dei portavoce delle Guardie rivoluzionarie, Khatam-al-Anbia. «Non è possibile mantenere artificialmente bassi i prezzi del petrolio e dell’energia», ha aggiunto. Preparatevi all’aumento del petrolio a 200 dollari a barile», è il monito finale di Teheran.
Gli iraniani vogliono spostare l’epicentro nella guerra nel mare, una strategia che per il momento sta pagando e li rende protagonisti. L’obiettivo non è solo quello di paralizzare il mercato energetico mondiale sperando di ottenere pressioni per le mediazioni, ma anche di rendere la guerra di Stati Uniti e Israele impopolari. D’altronde a smuovere politici e governanti è anche il consenso politico interno. E così oltre agli attacchi diretti contro le navi, si temono possibili mine posizionate lungo i punti di passaggio e l’utilizzo di missili subacquei. «Abbiamo missili che vengono lanciati da sott’acqua e viaggiano a 100 metri al secondo. Potremmo usarli nei prossimi giorni», ha detto uno dei comandanti della Marina iraniana Sardar Alì Fadavi.
Per fermare l’altalena dei mercati e del prezzo del petrolio, Donald Trump ha provato a iniettare fiducia: «Non credo che l’Iran abbia messo mine nello stretto di Hormuz», ha detto. «Ci sarà un’enorme sicurezza» nello Stretto. La Casa Bianca è al lavoro anche per fornire un piano assicurativo alle petroliere che intendano attraversare lo Stretto, mettendo sul piatto un piano da 20 miliardi di dollari per far ripartire il traffico. Per il momento, il programma è stato sottoscritto dal colosso assicurativo Chubb. Resta da capire come reagiranno le multinazionali del commercio marittimo che in questi giorni hanno preferito sospendere le rotte nell’area.
Sbloccare Hormuz, quindi, è la priorità principale. Lo hanno ribadito anche i leader del G7 che si sono riuniti e hanno «riaffermato l’impegno per favorire un ritorno alla diplomazia che conduca a soluzioni per la stabilità della regione», si legge in una nota di Palazzo Chigi. Ritorna quindi la parola «diplomazia» dopo essere stata accantonata in queste due settimane.
A cercare di riportare l’ordine ci hanno pensato i 32 paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ha messo a disposizione del mercato 400 milioni di barili di petrolio dalle loro riserve di emergenza. Una cifra immensa se si confronta con i 182 milioni di barili rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Lo scenario è preoccupante e incerto e aumentano i rischi di attacchi contro i porti civili nella regione.
Troppe contraddizioni
Non aiutano le dichiarazioni confuse e contraddittorie di Washington e Tel Aviv. Da una parte c’è Trump: «Non sono rimasti obiettivi da colpire» e quindi «la guerra finirà presto» ma «finirà nel momento in cui lo deciderò io», ha detto. E sulle accuse dell’indagine preliminare sull’attacco alla scuola femminile a Minab, compiuto dall’esercito americano, il tycoon ha detto: «Non ne so nulla», mentre Teheran lancia l’accusa: «È un crimine di guerra».
Dall’altra c’è la leadership politica israeliana che non ha intenzione di arrivare alla pace proprio ora che spera di cambiare lo status quo del Medio Oriente per i prossimi decenni. Il conflitto «continuerà senza limiti di tempo, finché non raggiungeremo tutti gli obiettivi e non vinceremo la campagna», ha detto il ministro della Difesa dello stato ebraico, Israel Katz. Per il presidente iraniano Masoud Pezeshkian la «guerra finirà con il riconoscimento dei legittimi diritti dell’Iran». Anche per questo motivo le scuole in Israele rimarranno chiuse anche nei prossimi giorni, mentre i media raccontano di una grande ondata di attacchi contro Iran e il Libano.
Dichiarazioni molto simili a quelle pronunciate per Gaza nei mesi scorsi e che di fatto hanno dimostrato come un reale piano, oltre alla distruzione, non c’è. In questo clima incandescente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato ad attaccare Netanyahu, definendolo «la più grande catastrofe capitata agli ebrei dopo l'Olocausto». «A Gaza ha dato prova di non rispettare niente e nessuno, nemmeno il coprifuoco, invade il Libano e sta trascinando con la sua banda di assassini la nostra regione verso una tragedia», ha aggiunto. Nessuna critica nei confronti degli Stati Uniti. Chi cederà per prima della tragedia?
© Riproduzione riservata


