Le raffinerie, il colosso Aramco e l’aeroporto ancora bersagliati dai ribelli yemeniti. Che produrranno missili balistici a medio raggio con componenti cinesi. A Hormuz va a picco un portacontainer colpito da droni. Il presidente Usa: «Ne ho abbastanza degli ayatollah, li colpirò duramente»
L'aeroporto internazionale Re Khalid di Riad, le raffinerie di petrolio nella capitale saudita e la sede centrale di Aramco a Dhahran, nella provincia orientale: questi sono i bersagli che quotidianamente gli Houthi, sostenuti da Teheran, prendono di mira in Arabia Saudita, costringendo le autorità a inviare messaggi ai civili per spingerli a recarsi nei rifugi più vicini. È accaduto anche mercoledì 14 ottobre, ma nemmeno questo sta convincendo Donald Trump ad intervenire contro i miliziani che l'anno scorso ha colpito con l'operazione Rough Rider; l'escalation continua, il canale di comunicazioni di Washington rimane aperto con i ribelli - se ha ancora senso chiamare così le milizie che si stanno rivelando perfettamente organizzate.
La versione sciita dell'improvvisa timidezza militare di Trump è in qualche modo confermata dai sauditi, che sanno perfettamente perché il presidente non li affianca militarmente nei raid in Yemen in questo momento: non mette a disposizione radar e jet in grado di neutralizzare le postazioni degli Houthi, ma si limita a fornire intelligence perché aprire un secondo fronte – senza aver chiuso il primo – prima delle elezioni è un azzardo che presenterebbe il suo conto certo alle urne. Riad può permettersi sacrifici a breve termine ma solo in cambio di una soluzione duratura: se i ribelli hanno da perdere “solo” il controllo di Bab el Mandeb, l'Arabia ha da perdere tutto il resto. Soprattutto, fondi stranieri miliardari: nessuno investe in paesi insicuri. È anche per questo che non intende rinunciare agli appuntamenti che aveva in agenda: la Future Investment Initiative, la cosiddetta Davos nel deserto, l'evento sportivo "Riyadh Season". Il programma rimane invariato: cancellarlo o rinviarlo significherebbe anche ammettere che l'instabilità regionale è irrefrenabile. È, in qualche modo, già darla vinta agli Houthi. Sostenuti dall'Iran, ma non solo.
La mano cinese
C'è anche la Cina, secondo il Wall Street Journal, a tendere la sua invisibile ma longa manus ai ribelli per facilitare i colpi contro i bersagli sauditi: i miliziani stanno utilizzando componenti forniti da Pechino per sviluppare balistici a medio raggio che assomigliano fin troppo ai potentissimi missili iraniani Kheibar Shekan. Per architettura e caratteristiche sono la versione gemella, ma economica, di quegli stessi razzi di precisione che hanno una gittata che raggiunge quasi i duemila chilometri: a conti fatti, potrebbero arrivare fino in Israele. Anche altri missili, come l'Hatem-2 e il Palestine-2, già presenti nell'arsenale delle milizie, sono molto simili agli armamenti dei pasdaran.
Vengono sparati da rifugi nascosti o con lanciatori e piattaforme mobili e, proprio come i russi hanno imparato a fare in Ucraina, gli Houthi combinano nei raid missili balistici, da crociera e droni a lungo raggio per stordire le difese saudite. È così che stanno piegando e saturando le capacità militari dell'Arabia, che è tra i primi dieci investitori mondiali nella Difesa e ha destinato 83 miliardi di dollari (solo l'anno scorso) all'acquisto di armi francesi e britanniche, ma soprattutto americane. Aveva infatti nei suoi depositi aerei da combattimento statunitensi, sistemi Patriot e Thaad. Uno sforzo imponente a difesa del Regno, che però si è rivelato fragilissimo.
A picca nello Stretto
In pratica, è stallo totale in Medio Oriente. Checché ne dica Donald Trump dal palco in Alaska. «Enough»: abbastanza. Gli Stati Uniti ne hanno «abbastanza» degli ayatollah, ha detto il presidente americano sul palco della campagna per le midterm da cui ha assicurato: «Colpiremo duramente l'Iran. Aspettate e vedrete cosa faremo con l'Iran, perché ne abbiamo abbastanza». Ma forse, della guerra in Iran, ad averne abbastanza sono anche gli americani: il conflitto è costato fin qui – secondo le stime diffuse da Moody's Analytics – duemila dollari a famiglia, ha assorbito (soprattutto a causa dei rincari energetici) metà dell'aumento del reddito medio Usa negli ultimi otto mesi. E il conto complessivo è di 265 miliardi di dollari.
Mercoledì è colata a picco un'imbarcazione che percorreva una rotta "non autorizzata" nel sud dello Stretto: insieme ai 2500 container che trasportava, è esplosa dopo essersi schiantata contro una mina marina ed è finita negli abissi di Hormuz. Lo hanno comunicato i pasdaran accompagnando la notizia con nuove provocazioni rivolte agli americani. «Li stiamo aspettando per affondarli all'imboccatura dello Stretto e stiamo contando i minuti che mancano a quel momento», ha detto il comandante delle forze navali, Ali Ozmaei. Per Teheran non è remota la possibilità di una ripresa delle ostilità: ad alta voce l'Iran annuncia che si prepara alla ripresa della guerra, anche se scatenarla sarebbe «irrazionale» in questo momento, ma «la possibilità che avvenga esiste ancora», perché al presidente americano serve una vittoria da sventolare alle urne in arrivo.
I militari della Repubblica Islamica fanno sapere di essere pronti «a rispondere a qualsiasi nuova aggressione» e questa volta reagiranno con nuovi sistemi d'arma più avanzati, non quelli di vecchia generazione usate fin qui: «Le conseguenze per gli Stati Uniti saranno molto più dolorose». Ma intanto la guerra si è trasferita in Arabia.
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