«Uccidere Trump», «uccidere Bibi». Gli iraniani vogliono che il mondo comprenda il loro messaggio di morte e hanno tradotto la loro vendetta: lo hanno scritto sugli striscioni in inglese, talvolta rinunciando al persiano. Uccidere Trump: l’Iran lo urla anche nelle sue piazze zeppe mentre piange la morte di Ali Khamenei. Da martedì comincia il viaggio del feretro della Guida Suprema che partirà da Teheran e in processione raggiungerà la culla del clero sciita, Qom, attraverserà le città sante di Najaf e Kerbala, in Iraq, prima di essere sepolto il prossimo nove luglio a Mashhad. Il rito è funebre e geopolitico insieme.

Per il funerale sono arrivate le delegazioni di Hamas, Hezbollah e dopo la pubblica apparizione c’è stato l’incontro privato col ministro degli Esteri Abbas Araghchi: hanno riportato notizie dal campo di guerra, quello che va da Beirut alla striscia di Gaza e alla Cisgiordania; hanno omaggiato la Repubblica per la sua resistenza ai comuni nemici, per successi militari e diplomatici.

Esibizione di potere

Il funerale della Guida Suprema è un’esibizione di potere e unità, ma sui palchi dell’Iran che agita i suoi pugni e le sue lacrime c’è anche un fantasma: quello del figlio del defunto, designato come suo successore. Tutti si aspettavano che per il funerale arrivasse Mojtaba: nessuno lo vede dal 28 febbraio, è una presenza invisibile da cinque mesi, quando è rimasto ferito nell’attacco che ha ucciso la sua famiglia.

Ha subìto interventi chirurgici alla gamba, ha il volto ustionato e attende una protesi per poter tornare a parlare. L’intelligence sciita avrebbe declinato la sua richiesta di guidare la messa funebre nella Grande Mosalla di Teheran per non offrire la facile possibilità a Israele di eliminarlo.

Le celebrazioni americane per il 250esimo anniversario degli Usa e i cortei funebri iraniani hanno preceduto il vertice Nato, fissato ad Ankara, in Turchia, il 7 e l’8 luglio con trentadue diversi leader. C’è un’Alleanza sfaldata chiamata a dimostrare unità proprio nel suo momento di minor splendore politico e spessore militare, con tensioni e malcontenti continui che rimbalzano tra le due sponde dell’Atlantico.

Trump ha riferito che parteciperà all’incontro solo per tributare rispetto all’omologo turco Erdogan, il padrone di casa del summit dove verrà annunciato un nuovo piano biennale di aiuti all'Ucraina. Per Kiev verranno stanziati altri 140 miliardi di euro da investire in un’altra guerra che non riesce a terminare, ma si sa perché il repubblicano è disamorato: gli europei non spendono abbastanza in munizioni americane.

Indicativo chi Trump abbia voluto chiamare prima di incontrare gli alleati, a chi abbia proposto per primo un percorso diplomatico per mettere fine al conflitto contro Kiev: è Putin. Novanta minuti: per un’ora e mezza lo zar e il tycoon sono rimasti al telefono. Il colloquio, ha riferito il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, è nato «su iniziativa della Casa Bianca» per discutere di Nato, Ucraina, Medio Oriente e Iran.

Nell’occasione, Putin si sarebbe detto disponibile «ad una soluzione diplomatica per Kiev». Emblematica anche la tempistica scelta da Washington: «Questa volta i nostri partner americani si sono fatti avanti con la proposta di tenere il colloquio nel giorno del 250esimo anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti», ha detto Ushakov, aggiungendo che Putin ha insistito nel ribadire alle controparti che il memorandum d’intesa deve contribuire realmente a trovare una tregua «a lungo termine reciprocamente accettabile».

Qualcosa a Hormuz è intanto già cambiato e l’Opec ha rialzato gli obiettivi di produzione a 188mila barili al giorno da agosto, grazie ai cali dei prezzi registrati per il traffico ripreso (anche in maniera minima ) nello Stretto. I segnali di ripresa ci sono: ma non si leggono solo nella scia bianca che le petroliere si lasciano alle spalle, ma anche nel riavvio del commercio marittimo tra Iran e Qatar, che era stato interrotto cinque mesi fa. La riapertura del canale economico è indicativa di quella politica e comunicativa, ma non vuol dire che è stata trovata la soluzione per il controllo dello snodo.

Dopo aver chiamato il numero uno di Mosca Trump ha contattato quello di Kiev: Volodymyr Zelensky, che cerca di trascinare i russi ai tavoli dei colloqui con leve negoziali più potenti, ha sentito che il colloquio col russo è stato «molto positivo»; la soluzione per risolvere il conflitto, ha detto Trump, è legata alla «determinazione americana». L’ultima diatriba tra russi e ucraini riguarda la presunta presa russa di Kostyantynivka in scala minore: in quella maggiore la perdita del Donbass che il Cremlino pretende tutto per sé.

Europei all’angolo

Il binario diplomatico di Trump non si sovrappone agli sforzi europei: li sovrasta e li sfalda, per sfasciarli del tutto rendendoli inutili. Proprio nei giorni del summit atlantico il Cremlino prende precauzioni per le «provocazioni» che Kiev potrebbe star pianificando: «Dobbiamo restare vigili in qualsiasi momento», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha pensato bene di minacciare anche Varsavia, che «farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza», considerando, sostiene Mosca, che «fornisce droni all'Ucraina». I russi affermano di conoscere bene gli indirizzi degli impianti dove i velivoli vengono costruiti, questo il sottotesto. Il punto è che le parole di Peskov giungono il giorno successivo alle indiscrezioni secondo cui Washington avrebbe avvertito la Polonia che Mosca starebbe valutando una provocazione armata per «mettere alla prova la risolutezza della Nato».

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