«Ero a un’ora dal prendere la decisione», poi «ho ricevuto una chiamata: “Signore, potrebbe aspettare? Pensiamo di essere vicini a un accordo”, ho detto “Va bene”». Una conversazione che mostra quanto la linea tra la guerra e la pace è sottile e anche quanto il presidente Donald Trump non abbia idee chiare su cosa fare con l’Iran. A convincerlo sul rinvio di un nuovo attacco all’Iran sono stati, ancora una volta, il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Telefonata last minute

Una telefonata dell’ultimo minuto per dare una chance ai negoziati. «Sembra esserci un’ottima possibilità che possano trovare una soluzione. Se possiamo farlo senza bombardarli pesantemente, sarei molto contento», ha spiegato successivamente il presidente statunitense ai giornalisti.

Trump ha detto di aver pianificato «un attacco molto importante», ma di averlo rimandato per 2-3 giorni. «Forse venerdì, sabato, domenica. Forse l’inizio della settimana prossima. Un periodo di tempo limitato perché non possiamo permettergli di ottenere un’arma nucleare». Senza obiettivi raggiunti e con un grado di popolarità sempre più basso, Trump continua a governare la guerra a suon di ultimatum e di «forse», perdendo la già scarsa credibilità degli ultimi mesi.

Lo stop alle ultime minacce è arrivato dai paesi arabi, che già nelle scorse settimane hanno spinto il Pentagono a sospendere l’operazione militare Project Freedom, nata per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

Sono gli stessi paesi che sono in prima linea sulla traiettoria del fuoco iraniano, che hanno riportati ingenti danni al settore energetico e hanno visto sgretolarsi in pochi giorni il mito della sicurezza creato con decenni di diplomazia e accordi commerciali.

Questa volta, Trump ha dovuto cedere per tanti motivi. Primo fra tutti è che l’assenso delle monarchie del Golfo è necessario per utilizzare le loro basi militari, diventate essenziali dal punto di vista logistico e non solo. Il secondo motivo è che i leader arabi hanno promesso investimenti per trilioni di dollari negli Usa e che rischiano di non essere più così sicuri. Forzare la mano aumenterà il malcontento e isolerà ancora di più l’amministrazione repubblicana nella regione, proprio come accaduto con i leader europei.

A chiedere impulso alle trattative sono stati i leader del G7 delle Finanze che si è tenuto martedì 19 maggio a Parigi. «L’incertezza economica globale ha accentuato i rischi per la crescita e per l’espansione, in un contesto di conflitto in corso in Medio Oriente, in particolare attraverso le pressioni sulle catene di approvvigionamento di energia, alimenti e fertilizzanti, che colpiscono in modo particolare i paesi più vulnerabili», si legge nel comunicato finale dei leader.

«Per mitigare questi impatti negativi, riconosciamo che un rapido ritorno alla libera e circolazione sicura attraverso lo stretto di Hormuz e una soluzione duratura del conflitto sono imperativi».

A fare da messaggero per i paesi arabi è stato il Qatar, tramite il portavoce del ministero degli Esteri, Majed al-Ansari. Gli stati del Golfo sostengono le mediazioni de Pakistan ma non possono prevedere se avranno successo o meno. Tuttavia l’appello che viene da Doha è quello di dare alla diplomazia «un’altra possibilità». I contatti sono in corso per «garantire che non vi sia una nuova escalation», ma gli sforzi diplomatici «richiedono più tempo».

Da giorni le posizioni di Stati Uniti e Iran sono ferme: Washington deve portare a casa lo stop al programma nucleare iraniano se si vuole evitare una débâcle politica, Teheran non intende cedere alle condizioni americane ed è consapevole che con il blocco di Hormuz riesce a contrastare l’impatto della supremazia militare Usa. La tensione di Trump è palpabile. «Non ho abbastanza tempo per spiegare (la guerra, ndr) alla gente. Sono troppo occupato a portarla a termine. A prescindere che sia popolare o impopolare, la devo fare». Uscire dal pantano è sempre più complicato e non è detto che un altro intervento armato possa sbloccare la situazione.

La risposta degli ayatollah

«Se il nemico sarà abbastanza sciocco da cadere nuovamente nella trappola sionista e lancerà una nuova aggressione contro il nostro amato Iran, apriremo nuovi fronti contro di esso, con nuovi equipaggiamenti e nuovi metodi». È la risposta di Teheran alle minacce trumpiane. La reazione a un nuovo conflitto potrebbe avere un impatto ancora più catastrofico di quello avuto finora. Un alto funzionario statunitense ha detto al New York Times che l’Iran avrebbe sfruttato il mese di tregua per prepararsi alla ripresa dei combattimenti, riposizionando i lanciatori di missili balistici. I raid aerei di Usa e Israele avrebbero colpito l’ingresso dei siti ma non i lanciatori e i missili stessi che erano nascosti in profonde grotte sotterranee nelle montagne di granito «particolarmente difficili da distruggere per gli aerei da attacco statunitense».

La ripresa del conflitto preoccupa i paesi arabi. Nel mirino questa volta rischiano di finire non soltanto le infrastrutture energetiche ma anche gli impianti di desalinizzazione dell’acqua da cui dipendono interamente. Anche per questo è partita la chiamata dell’ultimo minuto.

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