Gli ayatollah: «Il presidente è così disperato da negoziare con sé stesso». Ma i contatti tra i mediatori continuano, gli Usa valutano una tregua di un mese. E Netanyahu, in vista di un’intesa, ordina di aumentare i raid
Gli schieramenti sono sempre più chiari. Gli Stati Uniti, in difficoltà per il blocco dello Stretto di Hormuz, vogliono sedersi al tavolo delle trattative. La leadership iraniana si perde in dichiarazioni contraddittorie: una parte dell’establishment vuole negoziare, un’altra vuole alimentare la propaganda della vittoria per tenere unito il popolo eppure, alla fine, dà segni di disponibilità a trattare. «I vostri conflitti interni sono arrivati al punto in cui state negoziando con voi stessi?», ha detto uno dei portavoce militari. Israele, invece, teme la fine del conflitto. L’occasione per lo Stato ebraico è irripetibile e se si arriva alla pace lo status quo in Medio Oriente non è poi stato rivoluzionato come ci si aspettava.
La campagna contro Teheran e il Libano «prosegue a ritmo pieno, nonostante quanto riportato dai media», ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. I paesi del Golfo, feriti nell’orgoglio e con un danno d’immagine difficilmente riparabile nel lungo periodo, non vogliono una pace frettolosa. Riad e Abu Dhabi vogliono continuare a distruggere l’arsenale iraniano ed evitare di arrivare a un accordo che cambi le carte in tavola nella gestione dello Stretto di Hormuz e li penalizzi in futuro.
Solo il Qatar ha espresso soddisfazione per il ruolo di mediatore intrapreso dal Pakistan. In una chiamata tra i leader dei due paesi «le parti hanno sottolineato l’importanza della de-escalation e della cessazione delle operazioni militari nella regione, evidenziando la necessità di dare priorità a soluzioni diplomatiche», si legge nel comunicato rilasciato da Doha.
Smentite e retroscena
In questo marasma di dichiarazioni, smentite e retroscena c’è un punto fermo: Pakistan, Egitto e Turchia stanno intavolando un primo round negoziale tra le parti. Da Teheran il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha affermato che Islamabad ha ottime intenzioni, che non ci sono in corso colloqui con gli Stati Uniti ma che «questo tipo di colloqui sono in corso tra l’Iran e i suoi vicini e altri paesi amici». Quindi nei prossimi giorni, come riferisce la Cnn, le parti potrebbero già ritrovarsi in Pakistan. E per favorire le mediazioni la Casa Bianca starebbe anche pensando di arrivare a un mese di tregua.
Anche per questo motivo Israele sta intensificando i bombardamenti nel sud del Libano e in Iran. «Siamo determinati a fare tutto il possibile per cambiare radicalmente la situazione in Libano», ha detto Netanyahu. Secondo il New York Times il premier ha ordinato di compiere ogni sforzo nelle prossime 48 ore per infliggere più danni possibili all’industria bellica iraniana. L’ordine sarebbe arrivato dopo che Netanyahu ha ricevuto una copia del piano in 15 punti proposto dall’amministrazione Usa a Teheran.
Per il momento, quindi, le trattative continuano come confermato in serata dalla Casa Bianca anche se le parti sono distanti. La portavoce Karoline Leavitt ha confermato solo tre punti del piano: lo stop all’arricchimento dell’uranio, lo stop al programma di missili balistici e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Le richieste del regime sono al momento sono considerate irricevibili. Si punta al massimo per arrivare a un compromesso futuro.
Tra le condizioni poste dagli ayatollah ci sono: la chiusura di tutte le basi americane nella regione; il risarcimento per i danni causati dai bombardamenti di Usa e Israele in Iran; il riconoscimento internazionale e garanzie in merito al diritto sovrano dell’Iran di esercitare l’autorità sullo Stretto di Hormuz, dove Teheran potrebbe riscuotere pedaggi dalle navi in transito mettendo in pieni un meccanismo simile a quello vigente in Egitto con il Canale di Suez; garanzie che la guerra non riprenderà, neanche sugli altri fronti come in Libano; la revoca di tutte le sanzioni e il rifiuto di accettare restrizioni al programma missilistico iraniano.
Tirare troppo la corda rischia però di scatenare l’effetto contrario. «Dal presidente Trump nessun bluff, è pronto a scatenare l’inferno. L’Iran non deve commettere di nuovo un errore di valutazione», ha ribadito Leavitt.
Parola ai droni
Con le trattative che prenderanno giorni, se non settimane, i leader europei corrono ai ripari per far fronte alla crisi energetica. Regno Unito e Francia presiederanno in settimana una riunione tecnica fra capi di stato maggiore con una trentina di paesi alleati, europei e non, per definire i piani di una futura missione navale impegnata a garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz.
In attesa di sviluppi che potrebbero arrivare nelle prossime 48 ore, nei cieli della regione volano ancora missili e droni. Uno di questi ha causato un incendio nell’aeroporto internazionale di Kuwait City. Un altro ha base militare nell’ovest dell’Iraq, uccidendo sette persone e ferendone altre tredici tra il personale di sicurezza presente. In Iran sono stati presi di mira i siti di produzione missili navali. La diplomazia ha tempi lunghi, la guerra molto più brevi.
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