Le forze israeliane lanciano attacchi aerei su Beirut in risposta al lancio di missili e droni da parte di Hezbollah: decine di vittime. Colpiti anche i paesi del Golfo, mentre tre caccia americani vengono «abbattuti per errore» dalla contraerea kuwaitiana
La guerra tra Iran e Stati Uniti è ora la guerra di tutti. Del Golfo intero e delle monarchie sunnite. Del Libano, dell'Ue: colpita Cipro. Del mondo e della sua sicurezza energetica globale. La morte di Khamenei nell'attacco israeliano e Usa si è trasformata in morte e macerie per molti. Per tutti, da Doha a Baghdad.
Il messaggio iraniano in risposta all’azzardo bellico di Trump che dichiara «li stiamo massacrando» è chiaro: avete ammazzato Khamenei, non l’Iran. «A differenza degli Stati Uniti, siamo pronti per una lunga guerra»: lo dice il segretario del Supremo consiglio nazionale di sicurezza, Ali Larijani che promette che faranno rimpiangere ai repubblicani «l’errore di valutazione». La furia pasdaran sta bucando la mappa mediorientale, la perfora di missili: l’escalation di attacchi boomerang è destinata a peggiorare.
Fuoco amico
Israele con 2300 ordigni e Stati Uniti con 1500: in tre giorni, in totale 3800 bombe sono state sganciate sulla Repubblica islamica. Per il capo di Stato Maggiore statunitense, Dan Caine, «l'impatto combinato di attacchi, rapidi, precisi e schiaccianti, ha portato all'affermazione di una superiorità aerea» americana. Washington dispiega migliaia di militari, centinaia di caccia di quarta e quinta generazione, decine di aerei cisterna, i gruppi d'attacco delle portaerei Lincoln e Ford.
Però è un’armada che non resiste alla notizia di quattro militari Usa morti, né all'immagine dello schianto dei suoi jet: il Pentagono ha confermato che «durante un combattimento attivo» tre caccia americani F-15E Strike Eagle sono «stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane impegnate a contrastare le minacce in arrivo». Fuoco, fuoco vacuo e fuoco amico.
I piloti si sono salvati lanciandosi dai velivoli che, colpiti, avevano cominciato a roteare su se stessi come girandole incendiarie, come insetti trascinati dalla gravità nella loro ultima danza verso il terreno. Quella spirale che si arriccia verso lo schianto al suolo ricorda l'arrotolarsi di questa guerra che, giorno dopo giorno, si espande a macchia d'olio, tra dichiarazioni apocalittiche e missili intercettori che non sempre risparmiano vite.
Tel Aviv, che ha mobilitato 100mila riservisti, colpisce Beirut a caccia di obiettivi Hezbollah e ordina evacuazione in 52 insediamenti a sud in risposta a «missili e uno sciame di droni» che hanno raggiunto Israele durante la notte (la milizia filo-iraniana mirava a una base militare a sud di Haifa «per vendicare» Khamenei). Mentre l'Idf non lascia scampo e minaccia Naim Qassem – numero uno degli Hezbollah – della stessa sorte della Guida suprema, nella capitale libanese deserta si cerca rifugio.
In Iraq la Resistenza Islamica – gruppo ombrello filo-Teheran – attacca il consolato statunitense e l’aeroporto di Erbil. Dopo oltre cento missili e decine di droni iraniani, il Qatar rompe il silenzio e lancia un avvertimento: «Si riserva il diritto di ritorsioni» contro Teheran – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Majid al-Ansari – gli attacchi iraniani «non possono restare senza risposta», «bisogna pagare un prezzo». In Bahrein un morto e due feriti per i detriti di un missile intercettato.
Non è più guerra di linee rosse, quelle che le controparti si rinfacciavano a vicenda di aver oltrepassato, durante la congiura dell'attesa – quella dei negoziati che servivano solo a preparare la campagna militare. Ora è guerra di linee nere, di colonne di fumo scurissimo che arrivano al cielo: la polveriera che sta esplodendo è incastonata nel cuore dell'area più ricca di idrocarburi del pianeta.
Va a fuoco il petrolio del maggior esportatore di greggio al mondo: ieri detriti di due droni iraniani sono finiti nella raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita – una capacità produttiva di 550mila barili al giorno – e la compagnia statale Saudi Aramco è stata costretta a chiudere battenti per un gigantesco incendio. Per lo stesso motivo (schegge di velivoli), va in fiamme anche un'infrastruttura in Kuwait e si spengono gli impianti energetici della regione proprio mentre le petroliere rimangono strette nell’imbuto dello Stretto di Hormuz, dove Teheran ha ridotto il traffico delle rotte del greggio.
Paura radioattiva
Ieri notte tutti in strada nelle strade di Teheran per la morte della Guida suprema, la cui vedova 78enne è morta ieri in coma. Pioggia d'esplosioni anche nei pressi dell'impianto nucleare iraniano a Isfahan. La questione è, in tutti i sensi, radioattiva: il capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha precisato che il rischio è altissimo, ma, ad oggi, non ci sono indicazioni di danni agli impianti – tra questi, la centrale nucleare di Bushehr.
Sono, in totale, 555 i morti iraniani nel terzo giorno di bombardamenti in cui si è giocato a bersaglio con gli ospedali: ieri nove cliniche sono state «gravemente danneggiate», ha riferito l'agenzia Mehr. La speranza di una fine imminente del conflitto è bruciata via veloce, come le fiamme nelle raffinerie del Golfo. La guerra, per tutti, continuerà: lo promette l'orizzonte velato dalle colonne di fumo.
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