Ieri mattina Washington e Tel Aviv hanno lanciato raid sulle città. Colpiti e distrutti i principali edifici simbolo del regime degli ayatollah. Fonti israeliane hanno confermato: «La Guida suprema è morto»
Una mappa di crateri e buchi neri, un vuoto incandescente. E la morte della Guida suprema Ali Khamenei. Così appare adesso Teheran, dopo che missili israeliani e Tomahawk Usa hanno colpito i principali edifici simbolo del potere degli ayatollah negli attacchi ordinati ieri da Donald Trump. Rimane in piedi qualche muro e poi solo polvere della residenza di Khamenei, ormai in macerie: nella rosa degli obiettivi c’erano anche quella del presidente Pezeshkian e del capo dello Stato Maggiore Sayyid Abdolrahim Mousavi; colpita la sede del ministero dell'Intelligence e della Difesa.
Chi è morto, chi no
L’attacco Usa «altamente selettivo» mirava ai vertici politici, militari e religiosi sciiti e a neutralizzare la Guida Suprema. Teheran ieri ha risposto al fuoco, colpendo basi Usa nel Golfo con attacchi a ondate, e chiuso il vitale snodo marino: «Le navi non attraversano più lo Stretto di Hormuz».
È stato il figlio del presidente iraniano Pezeshkian, Yousef, a smentire la morte del padre: «I tentativi di assassinio non hanno avuto successo e anche gli altri funzionari sono al sicuro». Il ministro della Difesa iraniano, Amir Nasirzadeh, però è forse morto (lo riferisce Reuters) come il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammed Pakpour.
E poi c’è la sorte di Khamenei. Dopo ore di incertezza, Tel Aviv e Netanyahu hanno fatto capire che il leader iraniano fosse stato colpito a morte. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha confermato ai media nazionali che Ali Khamenei «è stato eliminato». Teheran, invece, ieri ha continuato ad assicurare fino alle ore di buio che, presto, avrebbe parlato. Quasi un gioco tra le due parti.
In fuga
Ad ogni modo, le bombe Usa hanno fatto registrare il bilancio più letale da un’altra parte: nella scuola femminile di Minab, provincia di Hormozgan, una strage di 70 morti, secondo Teheran. In totale, secondo la Mezzaluna rossa, sono morti 201 iraniani.
L’Iran in queste ore è in fila alle pompe di benzina e in fuga. L’invito del Consiglio della sicurezza iraniano è scappate da Teheran, se potete: «Se riuscite, per quanto possibile e mantenendo la calma, spostatevi in altri luoghi e città». Trump, quelle colonne di fumo che si levavano dalla capitale iraniana, le ha viste allungarsi verso le nuvole mediorientali da Mar-a-Lago insieme al segretario alla Difesa Hegseth e al generale Caine.
Gli appelli
Poco prima aveva annunciato l’operazione in un video di otto minuti scagliato, con la stessa immediatezza delle sue bombe, sul social Truth, promettendo un’escalation senza freni: «Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica».
Le «major combat operations», importanti operazioni di combattimento, sono il suo ultimo azzardo mediorientale, ma agli iraniani che osservavano il loro paese polverizzato, ha assicurato che questa è “your only chance for generations”, «questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni».
L’ora della vostra libertà si avvicina, ha aggiunto: «Le bombe cadranno ovunque. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro». È lo stesso messaggio che ha diffuso Netanyahu, che ha incitato «tutte le componenti del popolo iraniano, persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi» al reset del potere persiano.
La decisione di colpire – secondo media Usa – sarebbe maturata già durante l'ultima visita di Bibi alla Casa Bianca, ma a depistare sulle intenzioni belliche è stato l'annuncio del viaggio del segretario Rubio in Medio Oriente (era previsto per domani), una mossa interpretata da molti analisti erroneamente come segnale di continuità negoziale. Dietro le quinte, però, era già pronta l’operazione Ruggito del Leone.
Trumpincitaallarivolta: «IranianiRappresaglia
Colonne di fumo nero e grigio ieri si sono levate anche nelle basi americane. La rappresaglia sciita ha mirato verso Riad, esplosioni e boati nella capitale dell'Arabia Saudita, Abu Dhabi, dove una persona è morta nell'attacco iraniano, bombe a Dubai, ma anche nelle basi statunitensi in Bahrein (dove si è mirato alla quinta flotta americana), Qatar e Kuwait. Contro «gli attacchi codardi» – ha promesso il Consiglio Supremo iraniano – la risposta sarà schiacciante: «Il nemico crede che la resiliente nazione iraniana si arrenderà alle sue meschine richieste».
Intanto, si corre nei bunker da Gerusalemme a Beer Sheva, in Israele è stato d’emergenza; sirene in Cisgiordania dove gli aerei sono decollati per «difendere i cieli del regno» da frammenti di missili iraniani destinati allo stato ebraico. Quattro morti a Suwayda, Siria. Ma la guerra che ieri si è combattuta con precise coordinate dei missili c’è il rischio che imploda dentro sé stessa e diventi un grosso, ingestibile incendio regionale. Più rosso di prima sarà il mar Rosso: i filo-iraniani Houthi, dallo Yemen, danno «piena e ferma solidarietà alla Repubblica Islamica dell’Iran», ricominceranno dunque ad attaccare le navi.
«La guerra di Netanyahu e Trump contro l’Iran è del tutto non provocata, illegale e illegittima»: il ministero degli Esteri Araghchi, denunciando il tradimento dei colloqui negoziali si richiama al principio di autodifesa. Adesso «rispondere a questa aggressione è un diritto legittimo dell’Iran ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Lo «sgomento» è stato evocato ieri dal Ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, il mediatore chiave nei colloqui che fino a qualche giorno fa erano in corso a Ginevra: «Sono stati compromessi, gli innocenti che soffriranno. Esorto gli Stati Uniti a non farsi ulteriormente coinvolgere. Questa non è la vostra guerra».
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