Lui – il presidente che ha scatenato il conflitto contro Teheran costato finora 11 miliardi di dollari ai contribuenti americani – pensava che «sarebbe andata peggio». Per l’economia americana, certo, e per quella mondiale. Lo stretto di Hormuz, ha dichiarato giovedì 19 marzo Donald Trump, lo stiamo difendendo «per tutti»: ora gli alleati sono diventati «più disponibili», ma è «troppo tardi».

Comunque, «la nostra incursione finirà presto», ha assicurato il presidente, davanti a una montagna di incidenti, contraddizioni e critiche che continuano ad accumularsi sulla sua scrivania nello Studio Ovale.

L’ultima, più grossa, bufera è di certo quella scatenata dall’attacco israeliano al giacimento di gas South Pars, nel meridione iraniano, costata una dura rappresaglia di Teheran contro le infrastrutture energetiche in Qatar (dove è stato colpito il più grande impianto di gas al mondo nella zona di Ras Laffan), Arabia Saudita ed Emirati Arabi (dove a essere bersagliati sono stati l’impianto di Habshan e il giacimento di Bab).

La sua verità su Truth

«Gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo attacco specifico e il Qatar non è stato in alcun modo coinvolto, né aveva idea che sarebbe accaduto», ha scritto su Truth il presidente, specificando che se l’Iran continuerà ad attaccare, «con o senza l’aiuto o il consenso di Israele» tutto verrà polverizzato «con una potenza che l’Iran non ha mai visto né conosciuto prima».

Poi Trump è stato smentito dai funzionari di Netanyahu sui media israeliani: Trump sapeva, sapeva tutto. Ma a Tel Aviv non si stupiscono, anche questa l’hanno già vista: la stessa cosa è successa qualche settimana fa, dopo gli attacchi ai depositi di carburante, quando il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva specificato al mondo che «non si trattava di attacchi nostri».

Il presidente Usa è poi nuovamente intervenuto sulla questione e per smentire tutti, in primis se stesso: sull’attacco a South Pars, a Netanyahu, aveva «detto di non farlo», ma «siamo indipendenti. Andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa che non mi piace».

Disallineati e divergenti

Disallineati, disuniti e divergenti. Che Stati Uniti e Israele ormai lo siano diventati, che non abbiano la stessa missione strategica finale, è stata costretta a constatarlo durante un’audizione alla Camera anche la direttrice dell’Intelligence Usa, Tulsi Gabbard. «Gli obiettivi delineati dal presidente differiscono dagli obiettivi stabiliti dal governo israeliano», ha scandito la numero uno degli 007, ufficializzando una divergenza ormai ovvia: l’americano vuole neutralizzare le capacità nucleari e missilistiche sciite, l’israeliano l’intera leadership iraniana.

Gabbard non sa nemmeno un’altra cosa (lo ha ammesso quando glielo hanno chiesto): non sa se Israele sostenga l’obiettivo Usa di raggiungere un accordo con l’Iran.

Stessa linea alla Cia, dove non vogliono parlare «per conto di Israele» o dire se Netanyahu sta ignorando le direttive Usa; John Ratcliffe, il direttore dell’agenzia, si è limitato laconico a dire che «gli obiettivi del presidente sono ben definiti».

La guerra contro Teheran avanza e prosegue, ma non si sa bene verso dove. Né questo cortocircuito – non il primo di questo conflitto – né il crescente malessere degli alleati nel Golfo (che vedono andare in fumo come testimoni inermi il loro petrolio e petrodollari) sono in grado di rallentare o frenare comunque l’amministrazione del tycoon che adesso valuta di schierare migliaia di altri soldati nelle sue basi in Medio Oriente. Per alcuni funzionari Usa (lo scoop è della Reuters) i repubblicani discutono anche di ipotesi audaci e non escludono l’impiego di forze terrestri sulla costa iraniana e sull’isola di Kharg.

(«No, non sto inviando truppe da nessuna parte. Se lo facessi, di certo non ve lo direi», si è limitato a commentare Trump). Una guerra che non aveva chiaro nemmeno nel suo giorno uno il suo obiettivo finale non lo ha trovato nemmeno nel giorno numero venti del conflitto, mentre i paesi del Golfo chiedono de-escalation e vogliono che intervenga l’Onu dopo «l’attacco terroristico iraniano».

Le risposte di Teheran

Mentre la nuova guida suprema Mojtaba Khamenei sarebbe «gravemente ferita» (così dice pure Gabbard), a rispondere alle minacce di Washington è stato il last man standing di Teheran, il ministro degli Esteri Araghchi: «La nostra risposta all’attacco israeliano alle nostre infrastrutture ha impiegato solo una frazione della nostra potenza», ma non ci sarà moderazione se gli attacchi continueranno.

Contro l’escalation il capo della diplomazia iraniana vuole «vigilanza e coordinamento»: ha chiesto aiuto agli omologhi di Turchia, Egitto e Pakistan. Alla tv iraniana intanto si vedono altre fiamme: quelle di un caccia F-35 «abbattuto nei cieli dell’Iran». Gli Usa smentiscono: il jet è ora in sicurezza alla base, ma è stato danneggiato dal fuoco sciita.

Giovedì un’ennesima petroliera (batteva bandiera delle Barbabos) è stata forzata dai Pasdaran ad allontanarsi dallo Stretto e ha cambiato rotta. La guerra invece sembra che non lo farà: il Washington Post ha scritto che il dipartimento della Difesa chiede alla Casa Bianca di approvare un finanziamento per il conflitto di oltre 200 miliardi di dollari. Sono state già approvate invece per le monarchie del Golfo vendite di armi per oltre 16 miliardi di dollari.

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