Il caso di Julian Assange si è arricchito di un nuovo capitolo, con la decisione dell’Alta corte di Londra di concedergli un ulteriore appello contro l’estradizione negli Stati Uniti. Al fondatore di Wikileaks sono contestati 18 capi di accusa e rischia fino a 175 anni di carcere per aver rivelato informazioni riservate sul Pentagono e sul dipartimento di Stato americano. 

Lo scorso 26 marzo i giudici inglesi avevano rimandato la decisione in attesa delle garanzie da oltreoceano per un processo equo e per una detenzione che rispetti i diritti dell’attivista, oggi nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, da molti soprannominata «la Guantanamo inglese». Con la decisione di questa mattina la più alta corte britannica ha stabilito che le rassicurazioni statunitensi non sono ancora sufficienti e ha così aperto alla possibilità di un ulteriore appello contro l’estradizione. 

Quello di Assange è un caso che va avanti da più di un decennio. Fatto di decisioni e passi indietro. Con timide aperture – come quella di Biden ad aprile ha accennato alla possibilità di far cadere il procedimento giudiziario – alternate alle durezze del sistema penale statunitense. 

Gli inizi e Wikileaks

Assange ha fondato Wikileaks nel 2006, un archivio documentale online dove vengono pubblicati file sensibili riguardo a pratiche non etiche di governi, personaggi politici, banche e multinazionali.

Tra questi, i documenti sulla prigione di massima sicurezza di Guantanamo, svelando le condizioni dei detenuti e pubblicando il manuale per le guardie carcerarie. Sono poi stati rivelati documenti sulla durissima repressione cinese della rivolta tibetana, migliaia di mail di Hillary Clinton a ridosso delle elezioni presidenziali del 2016, 70mila documenti riservati sulle operazioni in Afghanistan e 400mila carte secretate sull’invasione dell’Iraq, con cui sono state rivelate le violenze dei militari statunitensi sui civili. Emergono poi i rapporti tra Iran e Pakistan a sostegno dei talebani e la copertura di condotte dei soldati statunitensi dagli apparati militari.

Nel 2010 ha pubblicato dei leak sulle attività militari statunitensi in Afghanistan e Iraq e la diffusione di 250mila cablogrammi diplomatici da cui emergono gli abusi perpetrati dai soldati statunitensi e le uccisioni dei civili. Tra i critici – e tra le accuse del governo statunitense – c’è chi gli contesta di «aver messo a rischio la vita» di molti americani, compresi i collaboratori dell’esercito e dell’intelligence nei diversi scenari di guerra.

I processi e l’asilo politico

Nel 2010 Assange è finito nel mirino della magistratura. Di quella americana, perché viene accusato di «spionaggio» e «cospirazione». Ma anche di quella svedese, accusato di violenze sessuali nei confronti di due donne: la Svezia per questo ha emesso un mandato di cattura europeo e il giornalista, che si trovava a Londra, si è consegnato alla polizia, dichiarando che si trattava di rapporti consenzienti. Agli occhi di attivisti e difensori della libertà di stampa il mandato di arresto internazionale della Svezia è visto come un pretesto per estradare Assange negli Stati Uniti.

Temendo che la Svezia potesse estradarlo negli Stati Uniti, nel 2012 ha chiesto asilo all’ambasciata dell’Ecuador nel Regno Unito. Nel frattempo le accuse di molestie sessuali vengono archiviate per mancanza di prove, ma negli Usa dal 2019 Assange è accusato di aver violato l’Espionage Act e di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale pubblicando oltre 500mila documenti segreti.

L’Ecuador nel frattempo gli ha revocato l’asilo e il fondatore di Wikileaks è stato arrestato dalla polizia britannica ed è stato rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, l’11 aprile.

La richiesta d’estradizione

Il 24 febbraio 2020 è iniziato l’esame della richiesta di estradizione statunitense da parte dei giudici londinesi. La difesa sostiene le motivazioni politiche della richiesta e in tutto il mondo iniziano le proteste per chiedere la liberazione dell’attivista. Il 4 gennaio 2021, la giudice Vanessa Baraitser ha rigettato la richiesta per il rischio di suicidio, date le sue condizioni di salute psicologica causate dalla detenzione.

Contro il rifiuto dell’estradizione, gli Stati Uniti hanno presentato appello il 10 dicembre 2021 e l’Alta Corte di Londra ha ribaltato la decisione, sostenendo che le garanzie fornite dal governo Usa sulle cure siano sufficienti. La difesa è ricorsa così alla Corte suprema che, però, non ha rilevato nessuna questione di diritto che possa riaprire il caso: a marzo 2022 la più alta corte britannica ha ordinato l’estradizione di Assange negli Stati Uniti, contro cui l’attivista e i suoi difensori sono ricorsi in appello.

Un nuovo appello contro l’estradizione

Mentre le condizioni di salute di Assange sono andate peggiorando nel tempo, in quella che è soprannominato «la Guantanamo inglese», lo scorso 20 febbraio i difensori del fondatore di Wikileaks hanno lanciato un ultimo tentativo legale per fermare la sua estradizione. Il 26 marzo, poi, l’Alta corte di Londra ha dato il via libera all'istanza della difesa –  respinta in primo grado – per un ulteriore ed estremo appello di fronte alla giustizia britannica contro la consegna alle autorità americane.

Si è arrivati così al 20 maggio, quando i giudici inglesi hanno stabilito di non ritenersi soddisfatti delle assicurazioni vincolanti preventive fornite da Washington. In particolare, da Londra si chiedevano garanzia affinché Assange non venga condannato a morte negli Usa e sulla possibilità di invocare la tutela della libertà di espressione sancita dal primo emendamento della costituzione americana. 

Nel frattempo, parallelamente all’iter giudiziario, si sono affacciati altri esiti possibili. Il primo ha a che fare con uno spiraglio aperto ad aprile dal presidente Usa Joe Biden sulla possibilità di far cadere le accuse, in una sorta di proscioglimento presidenziale.

Un secondo riguarda un’ipotesi di patteggiamento: il dipartimento di Giustizia statunitense starebbe infatti pensando di offrire in questo modo un’exit strategy, chiedendo all’attivista di riconoscersi colpevole solo di «cattiva gestione di informazioni riservate», reato meno grave dell’attuale incriminazione che gli permetterebbe di cavarsela con molti meno anni di carcere. Una soluzione che gli permetterebbe di essere un uomo libero, considerati gli anni già trascorsi in carcerazione preventiva. A costo di un’ammissione di colpevolezza, cosa che però Assange ha sempre evitato di fare. 

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