L’Iran mercoledì ha celebrato non solo la sconfitta di Trump, il presidente che ha riportato la guerra nel Golfo, ma anche un anniversario profondamente radicato: quello dell’occupazione dell’ambasciata statunitense da parte degli universitari nel 1979. Lo ha riconosciuto persino il tycoon, a cui serve una vittoria. Che sia bellica o diplomatica, forse è secondario
Trump è riuscito a realizzare il regime change che prometteva: ma non in Iran, in Texas – lo stato storicamente repubblicano che si è tinto di blu, improvvisamente, dopo quarant’anni. Ora il nome di Talarico lo conoscono anche a Teheran perché la viralità della battuta sul cambio di regime ha valicato i confini statunitensi, rimbalzando fino alla Repubblica islamica.
Mercoledì era festa a Teheran: non solo perché Trump, il presidente che ha riportato la guerra nel Golfo, ha perso, ma anche perché c’era da celebrare un anniversario profondamente radicato nella memoria della Repubblica islamica: quello dell’occupazione dell’ambasciata statunitense da parte degli universitari nel 1979.
Gli studenti di oggi hanno omaggiato quelli di ieri con una marcia verso la sede diplomatica Usa per commemorare quella che nel calendario sciita è la Giornata nazionale della lotta contro l’arroganza globale. In corteo, con in alto la bandiera nazionale, c’era anche il tricolore palestinese, oltre all’immancabile immagine di Trump, raffigurato sempre insanguinato, sfigurato e deformato in caricature. Marce ovunque: da Bandar Abbas a Mashhad, fino a Qom e altre città, tutte finite sugli schermi delle tv di Stato.
«L’incubo di Trump»: svettava mercoledì sul quotidiano iraniano Sazandegi questo titolo con la foto del neo eletto senatore del Michigan, Abdul El-Sayed, che ha criticato la filo-israeliana Aipac nel suo discorso dopo lo sfoglio. Forse è stata la loro coscienza, forse è stata l’inflazione: qualunque sia la ragione, gli statunitensi hanno detto no alla guerra. Lo ha scritto a lettere cubitali sui social Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore e presidente del Parlamento iraniano. E se la guerra dovesse riprendere, se venisse scatenata ancora una volta «tradendo la volontà popolare per servire i padroni», gli Usa scoprirebbero «un incubo».
Lo ha riconosciuto perfino Trump: a sconfiggerlo alle midterm sono stati gli iraniani. Almeno, anche gli iraniani. «La guerra in Iran ha avuto un ruolo», ha ammesso al Wall Street Journal, aggiungendo però alcun rammarico o pentimento: «Non ci penso. Ho fatto la cosa giusta. Lo rifarei». Al Financial Times ha invece dichiarato «We’re locked and loaded», «Siamo carichi e pronti a partire se necessario, ma potrebbe anche non esserci alcun motivo», assicurando che un nuovo attacco, un nuovo showdown, un’altra resa dei conti nel Golfo non è imminente, perché «sembra che stiamo ottenendo tutto quello che vogliamo».
Negoziati
Eppure i negoziati continuano a perdere quota, nonostante gli sforzi della mediazione qatariota. Teheran giudica «poco convincente» la risposta Usa alle sette condizioni poste per la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma le controparti sono ancora al tavolo, sono ancora «impegnate nel processo negoziale» ha detto Majed al-Ansari, portavoce del ministero degli Affari Esteri di Doha.
A Teheran si festeggia, ma moderatamente, perché si rimane in postura difensiva, in attesa che cali fuoco yankee dal cielo. La fine dell’egemonia Usa è vicina, vicinissima, ma chi si illude che questa vittoria dell’asino contro l’elefante possa imprimere una svolta alla politica di Washington nei confronti degli sciiti cade in errore: «Chi spera che l’esito delle elezioni americane possa cambiare la politica di Washington si sbaglia di grosso».
È il messaggio arrivato anche dalla Guida Suprema che ha commentato l’esito delle midterm e la sconfitta del nemico: non nutrite speranze di pace, ha detto Mojtaba Khamenei, perché la guerra riprenderà, perché questa è la natura del sistema egemonico a stelle e strisce, del «grande satana» che mira alla «resa incondizionata» di Teheran.
Se Washington dovesse tornare a colpire, la risposta iraniana sarà ancora più dura, la rappresaglia dei pasdaran sarà «molto più ampia». Perché oggi è proprio il panorama del Golfo Persico, e in particolare dello Stretto di Hormuz, ad aver smentito «il mito dell’invincibilità americana».
Per gli iraniani il voto degli statunitensi ha parlato direttamente a loro. A determinare il risultato, secondo la lettura della presidenza di Teheran, sono stati anche Gaza e «l’adesione cieca agli interessi dell’illegittimo regime israeliano e la guerra infinita contro l’Iran» (a sostenerlo è stato Mehdi Tabatabaei, vice capo del dipartimento per le comunicazioni).
Erratic
La sconfitta repubblicana potrebbe innescare un sisma politico oppure non produrre alcun effetto concreto: nessuno spostamento di rotta, che non devia con un pugno di voti. Trump è stato sconfitto alle urne, è stato sconfitto in guerra: lo ha detto Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, capo della magistratura iraniana, che ha anche promesso che la vendetta sciita non è ancora esaurita.
Teheran diventerà ancora più inamovibile e intransigente davanti alle sue richieste, soprattutto sul programma nucleare, ma al pari il presidente zoppo potrebbe diventare ancora più erratic, incostante. Questa è la parola più usata dagli analisti che hanno molteplici dubbi sul ritorno all’escalation, ma una sola certezza: adesso, ancora più di prima, a Trump serve una vittoria. Che sia bellica o diplomatica, forse è secondario.
Mentre Teheran ribolliva e l’America pure – almeno quella che ha perso e non può festeggiare – quattro petroliere andavano a fuoco, come avviene ormai ogni giorno, a Hormuz. E il motivo degli incendi è sempre lo stesso: le imbarcazioni spengono i radar per non essere intercettate, provano a percorrere le rotte vietate dai pasdaran e urtano le mine che scatenano le fiamme a bordo.
© Riproduzione riservata