Salvo diverso ordine proveniente da Palazzo Chigi, la linea del Viminale è chiara. Si tira dritto fino al 31 agosto e poi si valuterà se sospendere ancora il trattato di Schengen con la Spagna o tornare alla normalità. La maggioranza decide quindi di mantenere la linea “dura” con il governo alleato di Madrid.

Quella che è nata come una misura puramente di propaganda politica per arginare l’avanzata nei sondaggi del generale Vannacci, si sta trasformando in un vero rebus. Ora la destra non può mollare la presa, dato che le notizie provenienti da Ceuta riferiscono di circa 9mila migranti di origine marocchina e subsahariana presenti ancora nell’exclave.

Numeri che preoccupano il governo, nonostante la Commissione europea sia stata netta sul loro destino: saranno tutti rimpatriati, anche i minori stranieri non accompagnati. «La priorità ora è che le autorità spagnole e marocchine mantengano il controllo della situazione e garantiscano il rapido rimpatrio di tutte le persone che si trovano illegalmente a Ceuta», ha detto il portavoce della Commissione Ue, Markus Lammert.

E poco importa se la Convenzione di Ginevra impone di valutare la protezione internazionale caso per caso, verificando chi effettivamente è giunto a Ceuta scappando da guerre o persecuzioni. E neanche se per minori e vulnerabili le precauzioni da prendere dovrebbero essere molte di più.

A Bruxelles sono sicuri che la nuova normativa europea introdotta a partire dal 12 giugno scorso permetterebbe, dicono, anche il rimpatrio dei minori stranieri non accompagnati. E Rabat, dopo la figuraccia, si è detta disponibile ad agevolare le procedure per i 2.168 registrati dalle autorità spagnole da fine luglio a oggi.

La posizione di Sánchez

Per Madrid la situazione è molto complicata. Il mandato di Pedro Sánchez sembra oramai arrivato al capolinea e deve decidere ora se adottare la linea dura, ovvero rimpatriare tutti quanti per evitare un precedente considerato pericoloso per la destra radicale, o utilizzare un approccio più cauto, soprattutto per quanto riguarda i minori stranieri non accompagnati.

L’obiettivo del governo socialista è quello di non commettere irregolarità che potrebbero essere successivamente condannate dai tribunali spagnoli, per evitare sentenze come quella della Corte suprema spagnola che secondo il governo avrebbe motivato – a causa di una male interpretazione – parte dell’arrivo in massa di fine luglio.

Ma il governatore di Ceuta, Juan Jesús Vivas del Partido popular, vuole espulsioni immediate e la sospensione di tutte le richieste di asilo nell’exclave spagnola.

Per il momento da Palazzo della Moncloa è arrivata la garanzia all’Ue che nessuno dei migranti giunti a Ceuta da fine luglio verrà trasferito nella penisola iberica. E quindi, ancora una volta, la sospensione di Schengen si conferma una misura puramente propagandistica. Forse una svolta può arrivare direttamente da Bruxelles.

Il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner, sta monitorando attentamente la situazione ed è in contatto sia con il Viminale sia con le autorità spagnole sulla questione Schengen. Nei prossimi giorni condividerà le informazioni raccolte durante la recente “missione” tecnica a Ceuta e magari spingerà per un allentamento dei controlli e delle tensioni.

Il fronte Svizzero

Come se non bastasse, dopo quasi quattro anni di interruzione, la Svizzera riprenderà i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo dei suoi “dublinanti”. A confermarlo alla televisione svizzera Srf è stata Magdalena Baker, la portavoce della Segreteria di stato della migrazione (Sem). La ripresa – ha spiegato – avverrà gradualmente, con l’obiettivo di evitare sovraccarichi del sistema di accoglienza e consentire di testare i nuovi meccanismi di solidarietà.

Secondo le autorità elvetiche 3.784 richiedenti asilo sarebbero dovuti essere trasferiti in Italia dal 2022, ma circa il 40 per cento di questi ha trovato protezione nel paese. Per 1.300 la loro domanda è ancora sotto esame. Quindi, sono 652 le persone che la Confederazione avrebbe intenzione di trasferire verso Roma.

Resta da capire cosa farà il governo Meloni, se andrà allo scontro come con la Germania, dove ieri una dei tre “dublinanti” che sarebbe dovuta arrivare in queste ore ha trovato asilo ecclesiastico in Norimberga, oppure tenterà una mediazione più morbida? Per le opposizioni, in ogni caso, si tratta dell’ennesimo fallimento.

«È la dimostrazione concreta che il principio del Paese di primo ingresso continua a pesare soprattutto sui Paesi di frontiera, mentre la solidarietà europea resta largamente insufficiente. Abbiamo chiesto al ministro Piantedosi dove sia, in tutto questo, la difesa dell’interesse nazionale. Perché l’Italia dovrebbe accettare più responsabilità e più costi senza avere in cambio una redistribuzione realmente efficace?», ha detto il senatore del M5s, Marco Croatti.

Entrato in vigore solo due mesi fa, il nuovo Patto che si basa sul principio di maggiore solidarietà tra i paesi membri sta in realtà sfaldando le alleanze. Ieri i socialdemocratici danesi hanno risposto alla lettera congiunta di Pd e Psoe che hanno criticato l’allineamento del governo di Frederiksen a quello delle destre Ue. «È irremovibile l’impegno per una politica migratoria rigorosa. Questo non cambierà semplicemente perché qualcuno ci scrive una lettera».

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