Minacce a parte, siamo alla gara di annunci di imbarcazioni colpite di volta in volta smentiti dalle controparti. Idem il corridoio americano per l’attraversamento di Hormuz. Gli ayatollah: «Washington dice il falso». Trump: «Il regime sarà spazzato via se attacca i nostri vascelli»
È un gioco dell’oca – ma tra le onde, in alto mare – quello che iraniani e americani stanno portando avanti nello Stretto. Uno Stretto di navi in fiamme (forse), dove – di nuovo, ancora forse – sono state colpite navi americane. Segue la prima versione della storia: quando una fregata della Marina Usa al largo di Jask, sulla costa iraniana, ha tentato di penetrare il canale, «ignorando l’avvertimento della Marina della Repubblica Islamica dell’Iran» (riferisce Teheran), è stata bersagliata dai suoi missili. «A causa di questi colpi, la nave è stata costretta a interrompere il suo percorso e a ritirarsi dalla zona».
Lo dice l’agenzia iraniana Fars, smentita subito da Washington. Gli iraniani – per bocca del generale Ali Abdollahi – lo avevano comunque annunciato: «Avvertiamo che qualsiasi forza armata straniera, in particolare l’aggressivo esercito statunitense, che, qualora intendesse avvicinarsi o entrare nello Stretto di Hormuz, sarà presa di mira e attaccata».
Versione numero due
Secondo un’altra versione (tante ormai ce ne sono, quante le onde nel canale) i colpi d’avvertimento degli sciiti sono stati sparati ma le navi Usa li hanno ignorati. Poi, secondo la versione del Comando centrale degli Stati Uniti, «due navi mercantili battenti bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz e stanno proseguendo il loro viaggio in sicurezza». Teheran smentisce ancora: «Nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto nelle ultime ore». Secondo il Centcom, «le forze americane stanno attivamente contribuendo agli sforzi per ripristinare il transito per la navigazione commerciale, le regole d’ingaggio per le forze Usa in Medio Oriente sono state modificate ed è stato concesso loro di attaccare le minacce immediate contro le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz».
Possono, in termini più espliciti, adesso, far saltare in aria anche altri obiettivi: motoscafi, postazioni dei pasdaran e altre infrastrutture funzionali agli attacchi, grazie all’operazione annunciata da Trump: il Project Freedom. Sono state dispiegate, oltre a «un cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali e piattaforme senza pilota multidominio», navi della Marina statunitense incaricate di scortare le petroliere. Poi il tycoon ha detto che «l’Iran verrà spazzato via se attaccherà le navi americane», ma resta un’incognita se le navi stiano davvero, effettivamente viaggiando oltre lo Stretto. E infine: «Gli iraniani sono molto più malleabili che in passato, dimostrano flessibilità vista la pressione americana», ha insistito il presidente parlando con Fox News.
A Trump, alla sua nuova missione, ha risposto Ebrahim Azizi, capo della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento: «Lo Stretto di Hormuz e il Golfo Persico non saranno gestiti dai deliranti post di Trump!». «Qualsiasi forza militare straniera, in particolare l’esercito americano invasore», verrà attaccata: ha fatto eco il Quartier generale centrale delle forze armate iraniane. Mentre non ci sono in corso negoziati, ma solo trattative, tra Iran e Oman per il protocollo di transito sicuro delle navi (lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei), iraniani e americani si scagliano l’uno contro l’altro burrascosi, senza sosta e nessuno si sottrae.
Sono andate a fuoco anche altre imbarcazioni: ma anche queste informazioni rimangono avvolte nell’incertezza, non del tutto confermate. Seul verifica le segnalazioni di un incendio avvenuto su una sua petroliera finita sotto attacco. A fuoco è andata anche un’altra nave, a 14 miglia nautiche a ovest di Mina Saqr, negli Emirati Arabi Uniti, dove è stato diramato l’ordine ai cittadini di rimanere al riparo a causa di una pioggia di droni, che hanno fatto divampare un incendio nel sito petrolifero di Fujairah (Teheran: «Non sono un nostro obiettivo»). Anche una petroliera della compagnia nazionale di Abu Dhabi – che ha riferito di aspettare nuovi attacchi israeliani e Usa all’Iran nelle prossime ore – sarebbe stata attaccata dai droni iraniani.
Canto e controcanto, tutto in crescendo. È mio. No, è mio. Lo Stretto di Hormuz è di tutti e di nessuno, ogni attore coinvolto che ne rivendica il controllo. «Stiamo aprendo lo Stretto di Hormuz e Lo controlliamo completamente. Gli iraniani non hanno il controllo», ha affermato il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, mentre la marina delle Guardie Rivoluzionarie aveva, solo qualche ora prima, pubblicato una nuova mappa che mostra Hormuz sotto controllo di Teheran. Il nuovo perimetro si estenderebbe, secondo la nuova mappa, tra Kuh-e Mobarak (in Iran) e a Fujairah (negli Emirati) fino all’isola di Qeshm e Umm Al Quwain. Per dirla in breve: si tratta dello stretto intero.
Dinamica instabile
Per erodere la pazienza yankee, nuove postazioni militari sembrano disposte come punte di lancia conficcate con precisione nello snodo. La dinamica rimane mobile, instabile: il controllo del canale scivola di mano in mano. In ogni caso, il tornante, più che storico, è fluido, come liquido è lo Stretto dove si gioca la partita, il cui risultato, domani, potrebbe già essere mutato.
In Libano, dove sono morte 20 persone nelle ultime 24 ore e dove l’Idf continua ad evacuare villaggi al sud, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha detto «non c’è alcun cessate il fuoco, ma piuttosto una continua aggressione israelo-americana». Petroliere in transito oppure no, i prezzi del petrolio salgono e portano guai in America: «Se lo stretto di Hormuz non verrà riaperto presto, il prezzo della benzina potrebbe raggiungere i 5 dollari al gallone». Si legge sui media Usa, che diffondono anche uno degli ultimi messaggi del tycoon: con l’Iran «sta andando molto bene».
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