La tregua commerciale tra Stati Uniti ed Unione europea sembra essere giunta al capolinea. Con un annuncio improvviso sul suo social Truth, il presidente Usa, Donald Trump, ha comunicato di voler riportare i dazi sulle auto europee al 25 per cento. Una scelta che rialza la tensione tra le due sponde dell’Atlantico e che pone anche il nostro paese davanti ad un test politico ed economico fondamentale.

Da un lato l’aumento dei dazi colpisce la filiera dell’automotive, già in difficoltà tra calo produttivo, crisi energetica e transizione. Dall’altro, però, il governo si trova davanti ad un bivio: allinearsi a una risposta europea decisa o provare a salvare quell’asse con Washington che, nelle ultime settimane, appare sempre più fragile.

Ricadute economiche

Sul piano economico, l’Italia paga soprattutto la sua posizione nella catena produttiva europea. La produzione di automobili "assemblate” nel nostro paese è in calo da anni, ma le imprese italiane restano un nodo essenziale nel mercato della componentistica e delle lavorazioni intermedie.

È qui che i dazi decisi da Trump rischiano di produrre gli effetti più pesanti. Un calo nella produzione di veicoli a livello europeo, infatti, si riverserebbe sull’intera catena produttiva facendo sentire i propri effetti anche sulle imprese italiane. Nel 2025, quando dopo l’insediamento alla Casa Bianca Trump iniziò il braccio di ferro commerciale con il resto del mondo, le tensioni tra Ue e Stati Uniti provocarono un calo del 13,5 per cento nell’export di veicoli verso gli Usa. Numeri che potrebbero peggiorare sensibilmente quest’anno, e che si andranno a sommare a un export verso la Cina quasi dimezzato sia per le nuove politiche di Pechino sia per lo spostamento della produzione in loco da parte di diversi marchi.

I dati mostrano come la filiera italiana della componentistica conta 2.134 imprese e circa 168mila addetti. Nel 2024, secondo i dati dell’associazione di categoria Anfia, ha raggiunto un fatturato complessivo di 55,5 miliardi di euro, mentre il valore dell’export ammonta a 24,6 miliardi di euro, pari al 4 per cento circa delle esportazioni totali del nostro paese. Un settore dal peso enorme e già provato pesantemente da una contrazione continua tra la transizione all’elettrico, la pressione competitiva globale e una crisi energetica che sta colpendo trasversalmente l’economia globale. Ora i dazi americani aggiungono un ulteriore livello di instabilità, rendendo ancora più difficile pianificare strategie industriali.

In questo senso, la misura americana ha un valore che va oltre il commercio e diventa uno strumento di politica industriale aggressiva. Scelte aggressive che ora espongono l’Italia a un rischio strutturale: non si tratta solo di vendere meno negli Stati Uniti, il rischio è che le aziende europee accelerino la scelta di produrre direttamente oltreoceano. Diventerebbero, insomma, ancora più evidenti le fragilità di un modello economico sempre più dipendente dalle esportazioni.

Ricadute politiche

Se l’impatto economico rischia di essere significativo, ancor più complessa è la gestione politica della nuova mossa di Trump. Mentre dall’Ue si sono sollevate voci critiche contro l’innalzamento dei dazi americani, l’annuncio non ha generato una presa di posizione da parte del governo italiano. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che nell’ultimo anno ha vantato un legame privilegiato con Trump, ha visto quel rapporto indebolirsi nelle ultime settimane sulla scia di tensioni crescenti tra Roma e Washington. L’idea di costruire un rapporto privilegiato con Washington come leva per rafforzare la posizione nazionale appare oggi più fragile.

Così, mentre Meloni sbandiera con orgoglio che da ieri il suo è «il secondo governo più longevo della storia repubblicana», rischia di aprirsi una fase inevitabilmente delicata per l’esecutivo: da un lato urge un sostegno deciso a una linea europea comune, evitando di isolarsi proprio nel momento in cui serve far fronte comune per avere il maggior peso negoziale possibile; dall’altro, una presa di posizione troppo dura rischierebbe di compromettere ulteriormente i rapporti con Washington. Una rottura politica mai realmente presa in considerazione da Meloni, neanche dopo gli attacchi più duri.

Il risultato è una linea prudente, in cui l’esecutivo non dà segnali né in un senso né nell’altro restando in equilibrio a livello internazionale ma esponendosi a critiche interne. Dalle opposizioni arriva infatti la richiesta a Meloni di prendere una posizione decisa con la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, che esorta il governo a «reintegrare immediatamente quel fondo per l'automotive di cui ha tagliato l'80 per cento» e a muoversi immediatamente per «chiedere in Europa una risposta forte, unitaria a questi dazi».

Duro invece il commento del leader di Avs, Angelo Bonelli, che parla di «atto ostile» da parte degli Usa, invita l’Europa a «rispondere con contro-dazi adeguati» e chiede a Meloni di «revocare tutti gli accordi economici e militari con Trump» per «interrompere questa sudditanza e stare dalla parte degli italiani».

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