Nel 2020 lo storico anglossassone e russista Richard Sakwa pubblicava il libro The Putin’s Paradox per spiegare l’insieme delle contraddizioni politiche, storiche e culturali che hanno caratterizzato l’era putiniana. In particolare, l’autore evidenziava la capacità del presidente russo, in occasione delle elezioni presidenziali, di conciliare la “continuità” della gestione del potere con il rinnovamento della compagine governativa. La notizia eclatante dell’avvicendamento al vertice del ministero della Difesa tra Sergej Šojgu e Andrej Belousov rientra perfettamente in questa logica di «cambiamento nella stabilità».

È, infatti, una scelta politica che risente, molto probabilmente, della serie di scandali che hanno coinvolto il dicastero della Difesa, guidato dal 2012 da Šojgu che, agli occhi della popolazione russa, è sempre stato ritenuto un personaggio corrotto al pari dell’ex presidente Dmitrij Medvedev. Proprio in questi giorni, l’attivista russo a capo del sito anti corruzione Gulagu.net, Vladimir Osechkin, ha affermato che un esponente dell’apparato di sicurezza ha stimato che circa il 50/60 per cento del budget delle spese militari è stato rubato da Šojgu e dai suoi vice ministri.

Il capro espiatorio

È noto anche che i falchi del Cremlino hanno sempre accusato Šojgu per la serie di fallimenti, avvenuti sul campo militare nel primo anno di guerra in Ucraina. Posto che tali fallimenti non siano del tutto imputabili a lui, ma, semmai, al generale Valerij Gerasimov e ai suoi collaboratori, la visibilità che offre quel ruolo ha contribuito a individuare il capro espiatorio della disfatta iniziale della cosiddetta «operazione militare speciale» nella persona di Šojgu rispetto ad altre autorità militari. Basti pensare anche alla richiesta di dimissioni e agli attacchi che il ministro Šojgu aveva ricevuto dall’ex capo dei mercenari di Wagner, Evgenij Prigožin, morto nell’incidente aereo nell’agosto 2023, a cui Vladimir Putin sembra aver dato ragione solo post mortem.

Da allora in Russia si parlava di una sua probabile sostituzione, che Putin ha ritardato, forse, per evitare di dare un’immagine di debolezza politica e militare sia all’interno del Cremlino sia all’esterno del paese.

Decaduto, non licenziato

E quale migliore occasione poteva consentire a Putin di spostare una pedina scomoda senza destabilizzare troppo la verticale del potere? Sappiamo che il presidente russo non agisce impulsivamente, ma pondera attentamente tutte le alternative in gioco – spesso troppo a lungo, per i suoi detrattori – e si muove solo quando le condizioni sembrano essere le più vantaggiose. E queste condizioni risiedono esattamente nel testo costituzionale che, in base agli articoli 83, 103 e 117 disciplinano il rapporto tra il presidente, il governo e il parlamento. Le dimissioni del governo sono un atto dovuto che segue l’elezione del presidente della Federazione russa. Tecnicamente, infatti, Šojgu non è stato licenziato da Putin, come impropriamente è stato scritto in alcune analisi, ma è decaduto insieme al governo guidato da Michail Mišustin.

Vero è, però, che il presidente russo ha il potere di nominare i ministri del cosiddetto «blocco presidenziale» – Difesa, Esteri, Protezione Civile, Giustizia e Interni – dopo la consultazione con il Consiglio della Federazione (la camera alta del parlamento russo), mentre la Duma (la camera bassa) esprime la fiducia al governo e approva i ministri proposti dal capo del governo, come prevedono gli emendamenti della riforma costituzionale del luglio 2020. E su questo potere presidenziale è naturale chiedersi se la mancata rinomina di Šojgu rappresenti un siluramento di cui si è parlato molto nei media occidentali o se la sua nomina a segretario del Consiglio di sicurezza in sostituzione di Nikolaj Patrušev sia, in realtà, una promozione.

È bene precisare che il Consiglio di sicurezza (da non confondere con il Consiglio di Stato) è un mero «organo consultivo al servizio del presidente in questioni di sicurezza nazionale», composto da 12 persone, tra cui 3 ministri (Difesa, Esteri e Affari interni), i direttori degli apparati di sicurezza, il capo dell’amministrazione presidenziale e il segretario di questo Consiglio. In passato, Šojgu faceva già parte come ministro di questo Consiglio, e diventarne il segretario non fa altro che istituzionalizzarne il ruolo permanentemente all’interno di un’organizzazione che si occupa della difesa e sicurezza nazionale.

La strategia di Putin

Più che di siluramento, si potrebbe parlare, invece, di un declassamento di Šojgu che rientra nella strategia ventennale con la quale Putin è solito premiare, sanzionare e, soprattutto, controllare anche le persone che nel tempo si sono dimostrate più leali alla sua persona. Con questa scelta di spostamento di pedine Putin combina, infatti, l’esigenza di offrire all’opinione pubblica russa un segnale concreto di lotta alla corruzione, che è sempre stata considerata il problema principale del paese, con il mantenimento di un ruolo più secondario e meno televisivo di un personaggio controverso come Šojgu.

Per quanto concerne, invece, la nomina di Patrušev a consigliere presidenziale, anche in questo caso Putin ha liberato una casella nella quale ha inserito l’ingombrante Šojgu per dare, invece, una forma giuridica a un’attività che Patrušev ha sempre svolto: il consigliere del principe. Dal punto di vista della verticale del potere non cambia nulla: Putin rimane saldamente al potere e decide il destino del suo clan, mentre chi è stato allontanato o riavvicinato prosegue i propri “affari”.

In questa circolazione di élite di paretiana memoria, il dato più rilevante risiede, invece, nella scelta di un’economista, Andrej Belousov, alla guida del dicastero della Difesa perché, come ha detto il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, «sul campo di battaglia oggi vince colui che è più aperto all’innovazione». Evidentemente per Putin ci sono due priorità: vincere sul terreno militare e non essere sconfitto sul versante economico. Belousov ha un’expertise tale per cui rappresenta l’uomo giusto, al posto giusto e nel momento giusto per il Cremlino. Nella sua lunga esperienza amministrativa e politica, Belousov è stato anche il vice ministro del dicastero dello Sviluppo economico, guidato dal 2008 al 2012 dalla brillante El’vira Nabiullina, ora governatrice della Banca centrale russa, che ha salvato più volte il sistema economico russo dal tracollo negli ultimi dieci anni. Belousov è stato a capo della squadra degli affari economici e finanziari e conosce tutti gli aspetti del neopatrimonialismo russo che costituisce il cardine dell’attuale sistema economico russo.

Un altro tecnocrate

Il nuovo ministro della Difesa, ovvero l’ennesimo tecnocrate al governo, non solo ha in mano la “Jadernyj ČemodanČik” (la valigetta atomica), ma possiede la gestione dell’economia di guerra da cui dipende la sopravvivenza economica del paese e l’andamento del conflitto in Ucraina. Nella relazione al Consiglio della Federazione, Belousov ha indicato come priorità il reclutamento senza mobilitazione e una particolare attenzione nei confronti dei militari impiegati nella guerra attraverso un maggiore supporto relativo all’assistenza medica, allo stipendio, alla fornitura ai militari di alloggi. Belousov rappresenta il connubio perfetto tra sistema economico e militare, con il beneplacito dell’apparato di sicurezza dei siloviki, e Putin, presentandolo ai vertici delle forze armate, ha ribadito che la nomina è dovuta all’aumento dei costi per la difesa.

L’importanza e la priorità che il presidente russo attribuisce alla situazione economica è indice della consapevolezza di quello che può essere il vero tallone d’Achille della Russia nei prossimi anni. A tal proposito, la 42esima visita istituzionale del presidente Putin in Cina è fondamentale per chiudere alcuni dossier commerciali e finanziari rimasti sinora in sospeso, come il gasdotto siberiano, e la presenza di una delegazione russa di ben venti persone tra cui il ministro Belousov e la governatrice Nabiullina conferma, ancora una volta, quanto la Cina costituisca una “partnership strategica” di cui la Russia di Putin non può fare a meno.

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