Rubio ha affermato ad alcuni rappresentanti del Congresso che il fine ultimo americano sarebbe l’acquisizione dell’isola, non l’intervento militare. Ma la Casa Bianca continua a non escluderlo. La cosa certa è che le pressioni statunitensi su Nuuk e sulla Danimarca stanno diventando sempre più forti
Il tarlo della Groenlandia, Donald Trump, lo ha da tempo. Nel 2019 – ormai è noto – già si era lanciato, chiedendo di acquisire l’isola dalla Danimarca, ricevendo un brusco stop da parte della premier Mette Frederiksen. Oggi i tempi sono diversi, di acqua ne è passata sotto i ponti, di iceberg e ghiacci groenlandesi pure. Pandemie, guerre, conflitti. Tuttavia, l’interesse è rimasto lo stesso, anzi è aumentato, tanto che oltre alle ripetute minacce verbali da parte di Trump, sulla necessità di «avere il controllo» dell’isola, ancora mercoledì 6 gennaio la Casa Bianca non ha escluso l’utilizzo della forza militare per impossessarsene.
Ma l’ipotesi che nei prossimi mesi vedremo Washington dare l’ordine a Marines e corpi scelti di sbarcare in Groenlandia è veramente possibile?
La conquista militare
Sull’isola è già presente un contingente militare statunitense, circa 500 uomini nella base di Pituffik, nel profondo nord, quella dove il vicepresidente JD Vance è andato in visita mesi fa. La Groenlandia non ha una propria forza militare, la difesa è appaltata alla Danimarca, che comunque ha un accordo con gli Stati Uniti per far sì che Washington possa disporre alcune unità sul territorio. Se gli Usa decidessero comunque di usare la mano pesante, con un dispiegamento di uomini e mezzi militari, non avrebbero ostacoli pratici. L’isola è abitata da neanche 57mila abitanti, la sola Nuuk ne ha circa 20mila.
Nessuno si scontrerebbe militarmente con gli Stati Uniti per difendere la Groenlandia, ha detto il consigliere di Trump, Stephen Miller. Cosa probabilmente vera. Un blitz, anche incruento, con l’obiettivo di mettere di fronte al fatto compiuto groenlandesi ed europei, difficilmente scatenerebbe reazioni concrete. Ciononostante, un intervento militare americano contro la Groenlandia, e quindi contro la Danimarca, avrebbe effetti devastanti all’interno della Nato.
L’Alleanza atlantica si troverebbe divisa, con il suo membro più importante nel ruolo di aggressore e non più da mediatore, come magari avvenuto con le più recenti tensioni tra Grecia e Turchia. Gli altri paesi della Nato non potrebbero intervenire, visto che servirebbe un’unanimità per optare per una risposta militare. In soldoni, come dichiarato dalla stessa Frederiksen, in uno scenario simile la Nato sarebbe finita.
L’acquisto
Lo scopo finale potrebbe essere raggiunto da Washington con un’altra via: comprare l’isola. Un’ipotesi meno sconvolgente forse, ma altrettanto decisiva. Il segretario di Stato Marco Rubio, secondo le indiscrezioni del Wall Street Journal, ha dichiarato ad alcuni rappresentanti del Congresso che l’obiettivo ultimo del paese è di acquistare la Groenlandia da Copenaghen. E che le minacce dell’amministrazione statunitense non sono tese a un intervento militare.
Come anticipato, alcuni sondaggi per acquistare l’isola sono stati già fatti, come quello di Trump di più di sei anni fa. Ma nel Novecento, altri presidenti americani hanno provato a sborsare denaro per prendere il controllo dei ghiacci groenlandesi: negli anni Quaranta era stato Harry Truman, con un’offerta (pare) di circa 100 milioni di dollari, negli anni Cinquanta invece ci provò Dwight Eisenhower. Tutti tentativi rispediti al mittente dalla Danimarca.
Gli Usa vorrebbero replicare un po’ quanto accaduto con l’Alaska, territorio che è stato comprato dalla Russia nel 1867 per la cifra di 7,2 milioni di dollari dell’epoca. Trump è tornato alla carica. E per raggiungere il suo obiettivo sta usando una pressione ben più forte dei suoi predecessori.
Il trattato di associazione
Altra opzione sul tavolo, emersa mesi fa e rilanciata nei giorni scorsi dall’Economist, è che gli Usa stiano pensando di proporre direttamente a Nuuk – oltrepassando quindi la Danimarca – un trattato di libera associazione sulla scorta di quella che Washington ha già con alcune isole del Pacifico, come le isole Marshall o la repubblica di Palau o la Micronesia.
In sostanza, gli Usa hanno la libertà di operare con le proprie forze armate e di costruire infrastrutture militari in quelle latitudini, in cambio di una partnership commerciale e di una indipendenza interna. Una mossa che porterebbe, anche qui, a uno scontro aperto con la Danimarca.
Rotta verso l’indipendenza
Un’altra tattica possibile per gli Stati Uniti, inoltre, potrebbe essere quella di accentuare le divisioni all’interno della società groenlandese, enfatizzando le mancanze da parte della Danimarca, cercando di lavorare sugli ambienti a Nuuk più propensi all’indipendenza da Copenaghen. Una dinamica che sta già avvenendo, almeno a sentire gli allarmi dei servizi segreti danesi degli ultimi mesi che hanno acceso i riflettori sui tentativi di infiltrazione statunitense nell’isola.
Così facendo, Washington influenzerebbe l’opinione della società in modo da accelerare il processo politico verso un referendum. La maggioranza dei groenlandesi, almeno sulla carta, è infatti favorevole all’indipendenza da Copenaghen, che pure è fondamentale, con il suo contributo annuale, per la sostenibilità economica dell’isola.
Allo stesso tempo, però, l’85 per cento circa della popolazione è contraria a finire nell’orbita statunitense, o addirittura a diventare il 51esimo stato americano. Percentuale che dalle parti di Washington pone più di qualche interrogativo. Anche se certo, davanti alle risorse energetiche, al petrolio, al gas, alle terre rare, ai vantaggi della posizione strategica della Groenlandia nell’Artico, non preoccupa più di tanto la Casa Bianca.
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