È più grande punto nevralgico per il greggio nel mondo, che separa il Golfo Persico dal Golfo di Oman. Da qui passa circa il 20 per cento della produzione globale di petrolio, circa 20 milioni di barili di greggio al giorno. Centinaia di navi hanno gettato l’ancora nelle acque aperte
Lo Stretto di Hormuz è chiuso e «almeno 150 petroliere, comprese navi che trasportano greggio e gas naturale liquefatto, hanno gettato l’áncora nelle acque aperte del Golfo». Così come dall’altra parte dello stretto sono ferme decine di navi, riporta AlJazeera. «Le petroliere erano raggruppate in acque aperte al largo delle coste dei principali produttori di petrolio e Gnl del Golfo, tra cui Iraq e Arabia Saudita e Qatar», aggiunge il quotidiano qatariota.
La conferma è arrivata dal centro di coordinamento della Marina britannica, secondo cui le navi mercantili nel Golfo Persico hanno ricevuto segnalazioni da parte dell’Iran in merito alla chiusura. I siti di monitoraggio del traffico navale mostrano infatti una concentrazione di petroliere e metaniere all’ingresso del passaggio.
Secondo il Teheran Times, poi, questa mattina la petroliera Skylight sarebbe stata colpita da un missile iraniano proprio alle porte dello stretto, al largo dell’Oman, ed è in fiamme, mentre gli Stati Uniti per voce del Centcom hanno fatto sapere di aver colpito una nave iraniana, all’inizio dell’operazione contro Teheran, che «sta attualmente affondando sul fondo del Golfo di Oman».
Già ieri i pasdaran – in base a quanto riportavano i media locali – ne avevano annunciato via radio la chiusura perché il punto strategico tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman non è più considerato sicuro, dopo gli attacchi di Usa e Israele nell’ambito dell’operazione chiamata “Epic Fury”: «A nessuna nave è consentito attraversare lo Stretto di Hormuz», è il messaggio radio inviato alle navi dalle Guardie rivoluzionarie.
Cma Cgm e Hapag-Lloyd, due dei più grandi armatori mondiali, sabato hanno ordinato alle loro navi di sospendere la navigazione nel Golfo. «Mettersi al riparo», questo l’avvertimento del gruppo francese, terzo armatore mondiale, che ha «sospeso, fino a nuovo ordine», anche il transito nel canale di Suez.
Il blocco del passaggio obbligato della rotta più importante al mondo per l’esportazione petrolifera era già stato minacciato durante la “guerra dei 12 giorni”.
Punto strategico
La chiusura dello Stretto è stata definita dagli analisti «uno scenario da incubo per i mercati globali». Da quel punto, infatti, passa circa il 20 per cento della produzione globale di petrolio, circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, che proviene dai produttori di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait e Iran. Così come da quello stretto passano grandi volumi di Gnl prodotto in Qatar. Un punto nevralgico di collegamento al mondo dei maggiori produttori di petrolio del Golfo.
Le previsioni per l’apertura dei mercati di lunedì sono negative e i prezzi del petrolio rischiano di impennare. Il fronte Opec+ – organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e dei paesi alleati, i Voluntary Eight (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) – ha concordato un aumento della produzione di petrolio di 206mila barili al giorno a partire da aprile. Secondo alcune fonti di Reuters, nelle ultime settimane Riad ha aumentato la produzione e le esportazioni di petrolio proprio in preparazione degli attacchi contro l’Iran.
Un blocco prolungato, secondo gli analisti, potrebbe provocare un forte aumento dei prezzi dei carburanti e dell’energia a livello globale. Questo nel breve periodo, una guerra prolungata invece potrebbe compromettere seriamente le forniture globali di petrolio e far lievitare i prezzi.
Secondo la Us Energy Information Administration, infatti, solo l’Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di reti di oleodotti per il trasporto di un massimo di 2,6 milioni di barili al giorno, in modo di evitare lo Stretto.
Se nel breve termine i barili potrebbero salire intorno agli 80 dollari (ieri erano 73 dollari), ha scritto William Jackson, capo economista per i mercati emergenti di Capital Economics, in caso di un conflitto e una chiusura del passaggio prolungati i prezzi potrebbero schizzare «intorno ai cento dollari a barile».
Una chiusura duratura non sarebbe conveniente nemmeno per l’economia iraniana.
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