Attacco e tregua: bombardamenti e poi pausa. È la nuova strategia americana: alternare deliberatamente i raid alle finestre negoziali per piegare il nemico al tavolo dei colloqui. È lo stesso schema fatto di ostilità, attacchi, contrattacchi e stalli per costringere gli iraniani ai tavoli negoziali.

È lì che vogliono seduti i due nemici anche i mediatori del Golfo: in testa c’è sempre il Qatar, che spinge sull’acceleratore per favorire la de-escalation dopo che i colpi sciiti sono arrivati negli ultimi giorni in Bahrein, Kuwait e Giordania, monarchie che ospitano le basi Usa, ma finiscono per subire danni nei loro territori ed essere coinvolte nella spirale nel conflitto.

I prossimi round negoziali potrebbero tenersi in Svizzera, ma proseguono a spade incrociate, a condizioni invariate: per gli Usa gli attacchi alle navi nello Stretto sono «atti di terrorismo». Intanto, tra terrore e prudenza degli armatori, il traffico attraverso il passaggio strategico continua. «La Repubblica islamica dell’Iran ci ha chiesto di continuare i colloqui», ma il cessate il fuoco è terminato: questa ultima parola Trump l’ha scritta col suo tono stentoreo e prepotente, a caratteri cubitali su Truth.

L’arma dello Stretto

Tra il cessate il fuoco e il controllo di Hormuz gli iraniani sceglieranno sempre il comando sullo snodo strategico: è l’arma più letale che hanno a disposizione, la loro priorità e sembrano disposti a tollerare altre bombe, sopportare altre macerie pur di non rinunciare alla leva geopolitica, mentre si tenta di rimettere su in piedi il ponte dei colloqui.

C’è un terzo attore tra Teheran e Washington che rifiuta di stare zitto e fermo: Israele, che vuole tornare a far cadere i suoi missili contro le infrastrutture della Repubblica. «Come abbiamo già annunciato, qualsiasi attacco alle infrastrutture sarà contrastato e il regime sionista criminale responsabile di queste atrocità non sarà al sicuro dalla risposta dei nostri combattenti», ha detto il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano.

Ma è la stessa amministrazione americana a volere fuori dai giochi bellici gli ingestibili alleati che invece sono assetati di nuovi raid: Israele preme per lanciare una sua offensiva o affiancarsi agli statunitensi. «Il premier Netanyahu vorrebbe davvero partecipare agli attacchi statunitensi, ma al momento gli Stati Uniti non vogliono il coinvolgimento di Israele». Perché, si legge sui media americani, l’America perderebbe il controllo del conflitto.

È ancora da Israele – dove sono convinti che la campagna militare riprenderà nei prossimi giorni – che arriva un’altra (conveniente?) scoperta: Tel Aviv ha condiviso con gli Usa informazioni di intelligence «che indicherebbero un nuovo piano iraniano per uccidere il presidente Trump». Teheran non vuole solo vendicare l’assassinio della guida suprema, ma anche l’assassinio del generale Qassem Soleimani eliminato durante il primo mandato del repubblicano. Che in molti lo desiderino morto è stato lo stesso Trump a confidarlo alla stampa in Turchia, ad Ankara: «Sono in tutte le liste. Ho visto stamattina che sono in ognuna di esse. E finora credo di essere stato un po’ fortunato, ma forse non durerà a lungo».

I dettagli su questo presunto nuovo piano iraniano per assassinare il presidente Usa sono pochissimi, non li conosce nemmeno il Wall Street Journal che ha diffuso per primo la notizia. Invece, che Netanyahu voglia influenzare Trump è un dubbio più che fondato che sta circolando negli ambienti dell’intelligence americana, come riferisce la Cnn. Nemmeno in quei corridoi segreti sono tanti ad essere ottimisti; nessuno sottovaluta la volontà di Tel Aviv di prolungare la campagna militare, cavalcare il ritorno alla ritorsione.

Bibi e Donald hanno avuto «divergenze»: l’americano ha chiamato l’israeliano «fottuto pazzo» quando ha bombardato (quasi letteralmente) l’accordo in passato, mentre i repubblicani cercavano una via d’uscita dal conflitto. Quando i due leader si sono sentiti al telefono per commentare la situazione nel Golfo, Netanyahu non ha mancato di ricordare che Erdogan, membro Nato che ha organizzato l’ultimo summit di Ankara, continua ad essere uno dei più feroci critici d’Israele.

Desideri di vendetta

L’Iran non smentisce i suoi desideri di vendetta: «I leader criminali dell’America e tutti i nemici della Rivoluzione Islamica e del Fronte di Resistenza devono sapere che con il vile assassinio di questo leader divino non riusciranno mai a far ammainare la bandiera della resistenza». Il comandante supremo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Ahmad Vahidi, lo ha promesso durante «la più grande processione funebre che il mondo abbia mai visto», quella della Guida suprema Khamenei.

Insieme a cento delegazioni internazionali, c’erano – durante la sepoltura del feretro avvenuta a Mashad – membri di Hamas, Jihad, Hezbollah, Houthi, oltre a 43 milioni di persone che hanno riempito piazze e strade per urlare dolore e odio, rivolto soprattutto al presidente americano. Il messaggio era in inglese: Kill Trump, uccidete Trump.

Nel remotissimo caso, nella mera eventualità in cui dovessero riuscirci, il tycoon ha già lasciato «istruzioni»: «Se dovesse succedermi qualcosa, bisogna letteralmente bombardarli a livelli mai visti prima». Il presidente si augura che il mondo sentirà la sua mancanza. Grandi potenze, piccoli uomini: sempre semplice è la regola dei giochi della storia.

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