Il tycoon posta su Truth un’immagine in cui è ritratto armato: «Teheran si dia una regolata, firmi subito l’accordo». Continua la chiusura del passaggio petrolifero, gli ayatollah rispondono con rabbia: «Risposte senza precedenti alla pirateria americana». Allarme von der Leyen: «Le conseguenze del conflitto si faranno sentire per anni»
«Datevi una regolata», cari iraniani, e firmate l'accordo sul nucleare. Sono le quattro del mattino a Washington quando il presidente degli Stati Uniti digita il messaggio a cui allega un'immagine che lo ritrae. Alle sue spalle si stagliano quelle che paiono dune del deserto: esplodono.
Imbraccia il mitragliatore tra i fuochi. Sotto il casco di capelli ossigenati della sua capigliatura inconfondibile ha gli occhiali a goccia. La didascalia della foto dice: no more mister nice guy, basta fare il bravo ragazzo.
A Donald Trump, per sparare, non serve il fucile: basta la tastiera per postare messaggi sul suo social preferito, Truth. E sulla guerra in Iran si sta preparando a dirne una più grossa e ambiziosa: vuole dichiarare vittoria (unilateralmente) contro Teheran, anche durante questo enorme, irrisolvibile stallo: liquido a Hormuz, geopolitico nel Golfo, politico in casa, energetico nel resto del mondo.
Tra un post e l’altro trova anche il tempo per una telefonata con Vladimir Putin: il quale gli ha comunicato di ritenere «saggia» la decisione di estendere il cessate il fuoco sull'Iran, poiché dovrebbe contribuire a stabilizzare la situazione e «dare una chance ai negoziati», come riferisce il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov citato dalla Tass.
Non solo: lo zar, sempre a detta di Ushakov, avrebbe decisamente sconsigliato di condurre un’operazione di terra in Iran, che sarebbe «inaccettabile e pericolosa».
In cerca di un alibi
Convenientemente, su richiesta della Casa Bianca, l’intelligence Usa studia le possibili reazioni dell'Iran, impegnato a resistere da due mesi alle pallottole del tycoon: quelle esplosive e verbali.
A Washington si cerca una via d'uscita, un alibi per uno strategico disimpegno in vista delle elezioni di midtermo di novembre. Nella sua ultima riunione nella Situation room (il Wall Street Journal è riuscito a contattare, in anonimo, una fonte tra i funzionari presenti) il presidente ha detto ai suoi di prepararsi a un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz per costringere l’Iran a cedere.
L'obiettivo è taglieggiare le esportazioni di petrolio, soffocare profitti e entrate e svuotare le casse statali del paese: una pressione mirata ad ottenere ciò che finora non è arrivato, ovvero l'abbandono del programma nucleare. E un blocco continuo congela il conflitto senza risolverlo, evita nuovi bombardamenti o nuove decisioni immediate da prendere, ma allo stesso tempo esclude di battere in ritirata da un'operazione militare costata circa 25 miliardi di dollari, secondo il sottosegretario all'Esercito al Pentagono, Jules Hurst, in audizione in commissione Forze armate alla Camera Usa.
Nessuna fiducia
Ma Teheran già risponde a questa ipotesi, anche se non formalizzata o pronunciata: «Noi non consideriamo la guerra finita dal giorno in cui i combattimenti si sono fermati e c'è stato il cessate il fuoco», «Non ci fidiamo degli Usa e dei nostri nemici», ha detto il portavoce dell'esercito iraniano, Mohammad Akraminia. La Repubblica Islamica continua ad aggiornare la lista dei bersagli da colpire: «La situazione è ancora una situazione di guerra».
Alle Nazioni Unite è arrivata la lettera dell'ambasciatore iraniano Amir Saeid Iravani: lamenta, oltre del sequestro delle petroliere iraniane da parte della Marina Usa, il «furto di 3,8 milioni di barili di petrolio iraniano».
Teheran alza i toni, è pronta a fornire «risposte senza precedenti» se gli Stati Uniti non mettono fine all'assedio dello Stretto: «La continua pirateria marittima e il brigantaggio americano sotto forma di cosiddetto blocco navale saranno presto accolti con un'azione militare pratica e senza precedenti». È il messaggio che filtra dal quartier generale di Khatam al-Anbiya, che promette «risposta punitiva»: prima o poi arriverà al posto della moderazione dimostrata per lasciare che la diplomazia possa operare. Ma intanto, i colloqui per i tavoli negoziali avanzano a fatica. O, comunque, molto più lentamente delle posture militari.
Che l'inflazione a Teheran sia raddoppiata e la valuta deprezzata, come ha scritto il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, è chiaro: «L'isola di Khar sta per raggiungere la sua capacità massima di stoccaggio, il che costringerà il regime a ridurre la produzione di petrolio, con conseguente perdita di entrate pari a circa 170 milioni di dollari al giorno e danni permanenti alle infrastrutture petrolifere iraniane». Il calcolo degli americani – che vogliono sfruttare i risultati dello stallo – non è del tutto fallace. Al largo del porto iraniano di Chabahar rimane una fila di super-petroliere cariche di oro nero: si vedono galleggiare nelle immagini satellitari, intorno hanno altri vascelli più piccoli, con a bordo greggio; l'Iran non sa nemmeno più dove conservare il petrolio che continua ad ammassarsi. Fuoriesce da un terreno gravido, ma non raggiunge più porti stranieri.
Tutti sconfitti
Ma non è solo l'Iran a perdere in questa guerra, in cui sta comunque costringendo, in postura di sconfitti, anche gli americani. Perdono pure gli europei. In soli 60 giorni di guerra in Medio Oriente, «la nostra spesa per l'import di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno». La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, alla plenaria dell'Eurocamera ha parlato di «dura realtà» da accettare: «Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni».
È la seconda crisi che grava sulle spalle dell'Europa, dopo il conflitto contro Kiev e la lezione questa volta è difficilmente eludibile: «Non possiamo dipendere eccessivamente dall'energia importata». Anche lei ha fatto appello agli alleati per esercitare pressione per il ripristino dello Stretto. Non è ancora chiaro chi vincerà, se qualcuno possa davvero farlo nell'acquario del Golfo dove transita il greggio del mondo, ma è chiaro che stanno perdendo tutti.
© Riproduzione riservata

