Tel Aviv ha smentito subito l’indiscrezione del Financial Times via Jerusalem Post. Eppure anche mercoledì il premier israeliano è tornato proprio a insinuare la ripresa dei bombardamenti: gli iraniani «non hanno imparato la lezione», il figlio di Khamenei sta seguendo le orme paterne, anche questa nuova Guida Suprema vuole «sviluppare armi di morte»
Iran: ancora Benjamin Netanyahu, ancora bombe. Anche quelle che potevano cadere, ma non sono cadute, su Teheran e dintorni solo qualche giorno fa. A frenare il premier israeliano pronto a scatenare una nuova campagna militare sarebbe stata solo la tough re-election battle – la cruda battaglia per la rielezione – che attende Donald Trump tra pochi giorni, mentre cola a picco nei sondaggi come le petroliere ad Hormuz.
Secondo il Financial Times, Netanyahu voleva riprendere a bombardare l’Iran nel weekend del 10 ottobre, quando avrebbe dato ordine al suo esercito di pianificare una nuova offensiva su larga scala contro centrali elettriche ed impianti nucleari degli ayatollah, ma a opporsi è stato il presidente statunitense, che ormai ha una sola priorità: le urne del prossimo 3 novembre.
Tel Aviv, comunque, ha smentito subito l’indiscrezione del prestigioso quotidiano economico via Jerusalem Post: l’Idf non aveva in programma operazioni – che non aveva ordinato né Netanyahu, né il suo ministro della Difesa Katz. Eppure anche mercoledì il premier israeliano è tornato proprio a insinuare la ripresa dei bombardamenti: gli iraniani «non hanno imparato la lezione», il figlio di Khamenei – morto nel primo giorno dei raid – sta seguendo le orme paterne, anche questa nuova Guida Suprema vuole «sviluppare armi di morte». Di nuovo, quel programma nucleare per cui è cominciato tutto, il casus belli dichiarato, la giustificazione addotta per cui ha ordinato di nuovo all’Idf, Mossad e servizi di sicurezza di «rovesciare il regime».
Le urne si avvicinano e il repubblicano teme che pagherà il prezzo di questo conflitto al voto. Trump, per l’Iran, avrebbe perfino rotto – come in una puntata di Succession, ma ambientata alla Casa Bianca – con suo figlio: Donald Trump Jr. Lo dicono fonti del magazine The Atlantic: non una volta sola ha detto a suo padre che non era una buona idea colpire l’Iran; non era una buona idea, in generale, lasciarsi coinvolgere in nuove guerre su suolo straniero, soprattutto in Medio Oriente. La posizione del First Son era molto vicina, se non indistinguibile, da quella di Charlie Kirk – l’attivista conservatore assassinato che aveva criticato – come altri influencer Maga – l’intervento contro gli sciiti fortemente voluto da Israele.
Lo stretto
Un’altra nave è stata colpita mercoledì al largo delle coste dell’Oman, a ovest della città di Bukha, nello Stretto che resta chiuso mentre gli sforzi negoziali di Pakistan e Qatar proseguono. Le acque – non quelle di Hormuz, ma della diplomazia – si sono smosse davvero solo da quando per le strade di Teheran è passato il ministro degli Esteri russo Lavrov: l’omologo iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che adesso gli statunitensi sarebbero d’accordo con il piano di sette giorni per mettere fine al conflitto; l’unico nodo da sciogliere è che vanno aggiunte, al patto, «alcune clausole».
Gli iraniani, che sono stretti tra i fuori dei mediatori, vogliono essere a loro volta arbitri dei negoziati tra sauditi e Houthi per spegnere i fuochi che divampano in Yemen prima che l’Egitto possa entrare nel conflitto. Ma se Araghchi continua a parlare di diplomazia, il nuovo ministro della Difesa di Teheran, Mehrdad Akhlaghi, rende noto che sta svolgendo il compito per cui qualche giorno fa è stato nominato a capo del dicastero: «Per noi, rispondere a minacce ripetute non è una gara di retorica. Significa trasformare tali minacce in una maggiore prontezza e in capacità difensive più efficaci».
I Guardiani sono tornati a minacciare i cavi sottomarini che consentono al mondo di essere connesso da una latitudine all'altra: è stato Yadollah Javani, generale Pasdaran, a dichiarare in tv che gli Usa tenteranno nuovi attacchi, si potranno «distruggere i sette importanti cavi da cui transita il traffico internet sotto le acque dello Stretto di Hormuz».
Il generale Abolfazl Shekarchi, il portavoce delle forze armate iraniane, ha invece strigliato mercoledì i due “bambini”, Trump e Netanyahu: «Siete su una china discendente e non riuscirete a sottrarvi al pantano della morte in cui siete intrappolati, né con le vanterie né con le minacce».
Non d’Ucraina, non solo: mercoledì Putin, nel suo faccia a faccia con l’inviato statunitense, Steve Witkoff, a San Pietroburgo, ha parlato anche di Iran: «Se possiamo fare qualcosa per risolvere questa crisi, saremo lieti di farlo». Si sa che Mosca e Teheran, ha detto il presidente russo, «hanno un rapporto speciale».
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