Il raid ha mandato a fuoco il più grande deposito petrolifero della città, da cui passano 12 milioni di tonnellate di diesel l’anno. Il presidente dell’Ucraina ha parlato con Kushner e Witkoff. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent lo striglia su Starlink
Il golfo di Finlandia brillava di scintille incandescenti, quando l’Ucraina ha mandato a fuoco San Pietroburgo. L’ha incendiata con uno sciame di oltre mille droni; la Difesa russa li ha abbattuti quasi tutti, ma molti sono sfuggiti alle maglie e hanno raggiunto il deposito petrolifero più grande della città, Ruchi, dove transitano oltre dodici milioni di tonnellate di diesel l’anno.
A fuoco anche il deposito di Ozon, colosso dell’ecommerce della Federazione e anche un centro di Vk, il Facebook russo. Colpito, in una sequenza di colpi multipli che restituisce la misura di una guerra che travalica quotidianamente i fronti, anche il ponte che collega due zone della città e attraversa il canale Korabelny. Il governatore della regione Aleksandr Beglov ha riferito di un civile deceduto e cinque feriti, di circa 20mila persone rimaste senza elettricità.
Anche se il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha tentato di minimizzare – secondo lui, questi colpi sono «le ultime manifestazioni di un’agonia, questo non cambierà il corso degli eventi» – e ha promesso una risposta sistematica e adeguata, si ricordano ben poche incursioni ucraine, così rapide e così potenti, dall’inizio della guerra.
Mosca prova a ridimensionare la portata del raid, ma la realtà è meno rassicurante; le foto di San Pietroburgo in fiamme raccontano non solo della capacità operativa ucraina di penetrazione – nella seconda città più importante del paese, quella che ha dato i natali al presidente – ma anche di una sfida simbolica: la guerra arriva dove Mosca non vuole.
Risposta a Trump
San Pietroburgo black out. È una risposta di Kiev a Vladimir Putin, come sempre, ma anche a Donald Trump, all’ultimo Trump: quello che ha stretto il diesel deal con i russi dopo che gli ucraini hanno disobbedito alla sua richiesta di stop ai raid contro le raffinerie russe.
La sfida lanciata da Trump all’Ucraina – ma anche all’Ue – con l’intesa per il gasolio russo rischia di trasformarsi in un fiasco: il diesel di Mosca, che coprirà il fabbisogno di mezza giornata per i guidatori americani, ci metterà comunque una ventina di giorni ad arrivare dopo l’entrata in vigore dei contratti che, al momento, non hanno alcuna data di firma. È una sconfitta che sembra già consumata con le midterm alle porte. Intanto, però, il patto russo-americano è già uno strumento di ricatto esercitato proprio mentre un gelido inverno si avvicina e l’esercito di Mosca si concentra a decimare le infrastrutture energetiche ucraine.
«Da quando, una settimana fa, il presidente americano ha annunciato una tregua nel settore energetico, la Russia ha deliberatamente colpito i comparti dell’energia, del petrolio e del gas in Ucraina per 76 volte» ha riferito Volodymyr Zelensky. Non erano profezie o espressioni di disinganno, quelle chiosate negli ultimi giorni dal presidente: sapeva che sarebbe andata così da quando gli americani hanno cominciato a sottrarsi. O meglio, a minacciare di sottrarre informazioni d’intelligence – che però domenica sono tornate, ha assicurato il leader – o l’accesso ai satelliti che consentono agli ucraini di guidare i droni.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha respinto le accuse di Kiev sul rallentamento della rete satellitare Starshield, versione militare di Starlink, ha liquidato la vicenda dicendo che la costellazione è «pienamente operativa»: «Non so cosa abbia detto Zelensky. Non so se sappia di cosa sta parlando. Nessuno ha dato ordine di ridurre la velocità».
Il leader di Kiev però ha insistito rilasciando dichiarazioni alla stampa: dietro la decisione di rallentare il sistema c’è Trump o Elon Musk, o tutti e due. È stato «imprudente» da parte sua asserirlo: Zelensky, l’ha strigliato anche il segretario al Tesoro Scott Bessent. Domenica c’è anche stata una conversazione tra il presidente ucraino e gli inviati Usa, Jared Kushner e Steve Witkoff: «La pace arriva solo attraverso la forza e la cooperazione costruita sulla fiducia», ha scritto Zelensky su X.
Drone sulla Lituania
Droni, anzi un drone – solo uno – ha violato lo spazio aereo lituano e due caccia Eurofighter italiani sono decollati per l’allarme sotto comando Nato. Si trattava di un velivolo ucraino, deviato dai russi verso l’Europa, ha poi chiarito il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi scusandosi.
E Trump ha intanto proposto all’Europa di tornare a comprare gas russo: la potenziale riapertura alle forniture rientrerebbe nell’accordo di pace per l’Ucraina; i vantaggi economici che otterrebbe Mosca sarebbero immensi, ma potrebbe ottenerli anche l’Ucraina che potrebbe guadagnare dai transiti ripristinando i gasdotti, quelle arterie sotterranee che per decenni hanno trasportato gas russo verso l’Europa.
Anche l’Ue tornerebbe ad avere energia a basso costo. Insomma, per il tycoon, sarebbe un grande deal per tutti; un deal in cui però affiorano tutte le contraddizioni di una diplomazia che ricomporrebbe la mappa che esisteva prima del 2022. «Questo scollamento mette in luce la natura insolita — e, secondo i critici, intrinsecamente viziata — del rinnovato sforzo diplomatico di Trump per porre fine all’invasione russa dell’Ucraina» si legge sul New York Times che ha dato la notizia sull’accordo negoziale ancora potenziale.
I prezzi dell’energia stanno mettendo in ginocchio il mondo; in sintesi questo dice l’ultimo comunicato della Casa Bianca sul conflitto, che informa: «Il nostro obiettivo non è semplicemente porre fine ai combattimenti, ma creare le condizioni per una pace duratura, una ripresa economica e una maggiore stabilità in tutta la regione».
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