Gli ultimi anni mostrano come il cambiamento si debba affrontare stagione per stagione. Pensare di rimanere fermi significa affondare, e tra gli esempi lampanti ci sono i due attuali allenatori di Napoli e Juventus, vincenti fino a qualche anno fa. La loro crisi restituisce l’essenza di un calcio in continuo aggiornamento e della fatica a comunicare con una nuova generazione di atleti
Il calcio degli anni Venti è ormai materia liquida, inafferrabile, in continuo movimento e cambiamento. Aggiornarsi e adeguarsi è diventata, per gli allenatori, una qualità irrinunciabile. La gestione degli esseri umani si trasforma anno dopo anno e chi si ferma è più che perduto.
Le diverse tipologie di implosione di Massimiliano Allegri e Luciano Spalletti devono far riflettere: un pantano emotivo, comunicativo e tattico che non può essere liquidato solamente con l’anagrafe, in un campionato in cui il 68enne Gian Piero Gasperini alleva giovani e giovanissimi (da Pisilli a Lulli) e venerabili maestri delle rispettive categorie (da Dybala a de Roon) come se fosse la cosa più normale del mondo.
È qualcosa che ha invece a che fare con uno dei problemi, questo sì, più antichi della storia: l’incomunicabilità.
Pochi anni cambiano tutto
Come spiegarsi altrimenti la picchiata di Spalletti, uno che fino alla Nazionale non aveva sostanzialmente sbagliato una stagione delle ultime venti, ora apparentemente incapace di domare il cavallo imbizzarrito Juventus? Le facce incendiarie e gli sguardi persi nel vuoto alla ricerca di una risposta sono sempre le stesse di un tempo. È soltanto cambiato chi sta dall’altra parte.
Spalletti che prova a punzecchiare Kolo Muani dopo 90 minuti di campionato («Se sono due anni che non gioca un motivo ci sarà») è lo stesso che tre lustri fa sbatteva i pugni in sala stampa all’Olimpico contro «il tacco, la punta, il numero, il gol», rivendicando l’importanza degli equilibri. Lo stesso che interrompeva una conferenza stampa e mostrava a favor di giornalisti un recupero difensivo di Momo Salah, indicato come esempio a differenza di altri compagni.
Ma il contesto attorno a lui è mutato. Dalla Nazionale, vissuta come una missione, è uscito con le ossa rotte. Ha provato a imporre regole e divieti, l’Europeo si è rivelato una via crucis. Si pensava che la Juventus potesse essere l’occasione per cancellare tutte quelle difficoltà, invece forse Spalletti fatica a comunicare con questa nuova generazione di calciatori.
È strano pensarlo di un allenatore che tre anni fa ha demolito il campionato alla guida del Napoli, ma il calcio e le sue dinamiche stanno cambiando a ritmi impossibili da controllare.
Comunicare con i giovani
Tornano alla mente le parole di un altro ex ct azzurro, Gennaro Gattuso, che proprio dopo il successo di Torino ha indicato la sua ricetta: «Ho due-tre principi su cui non transigo, per il resto ho imparato a lasciare più libertà ai giocatori, arrabbiandomi meno per cose come l’uso dei telefonini. Ognuno ha il suo carattere, il gruppo va gestito per ascoltarli e farli esprimere al meglio: sono più evoluti rispetto a noi, anche se a volte mollano alla prima difficoltà. Allenare all’estero mi ha aiutato molto in questo».
Con parole e approccio diverso, è un concetto simile a quello espresso lo scorso anno da Fabio Pisacane: «Ho fatto un corso sulla comunicazione e uno sulla generazione dei nati dal 1995 ai primi 2010: voglio conoscere il loro universo perché voglio sapere quali tasti toccare. Vivono di applausi e di pochi rimproveri». Lecce e Genoa dovrebbero rappresentare due smash facili per risalire in classifica, ma in un clima come questo bisogna tenere gli occhi aperti: su Spalletti, infatti, incombe lo stesso fantasma che agita le notti di Massimiliano Allegri.
L’usato è ancora sicuro?
Se per la Juventus Antonio Conte è una sirena irresistibile, per il Napoli è il confronto con l’immediato passato. De Laurentiis ha scelto di non scegliere. Ha pensato che Allegri potesse essere la naturale prosecuzione dell’era Conte, rinunciando a Vincenzo Italiano per andare sull’usato sicuro. E probabilmente ha sbagliato.
Se Spalletti sembra faticare a comunicare all’interno, il problema di Allegri pare rivolto all’esterno. La retorica del calcio semplice, del cortomuso, delle categorie, del vincere è l’unica cosa che conta, alla fine va a schiantarsi sui suoi stessi paletti: con queste premesse, o si vince, o si muore.
Allegri che presenta il Bodø/Glimt, uno dei più incredibili laboratori di calcio in Europa degli ultimi dieci anni, come una squadra brava a fare blocco basso e contropiede, è così stridente con la realtà da sembrare una macchietta: non può pensarlo davvero, non può averlo detto davvero. Non di una squadra che, a volergli trovare un difetto, fatica a concepire il pensiero della gestione: per questo ha visto sfilare via la possibilità di volare ai quarti di Champions League nel doppio confronto con lo Sporting dopo aver vinto 3-0 in Norvegia, per questo ha rischiato di non volare in semifinale di Europa League due anni fa dopo aver dominato l’andata contro la Lazio, strappando lo storico pass solamente ai calci di rigore.
Le lacune
Allegri si rifugia nei concetti che propaga da anni: l’importanza di sapersi difendere, di percepire il pericolo. Eppure il suo Napoli – esattamente come il suo ultimo Milan – nel momento in cui si rintana evidenzia lacune gigantesche che non possono essere attribuite solamente agli errori dei singoli, altra storica coperta di Linus del tecnico toscano.
Ad aiutarlo non c’è nemmeno il calendario: Roma-Monza-Juventus-Porto-Lazio prima della sosta. Nascondersi, a questo punto, diventa complicato.
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