Il direttore della federazione americana Dan Helfrich ha annunciato la sperimentazione di un software di intelligenza artificiale per analizzare milioni di video in rete e scovare i talenti tesserabili in nazionale: «Il 99,5% dei giovani calciatori è invisibile ai radar». I Big Data sono sempre più centrali nello sport moderno. Ma così il pallone è destinato a perdere ogni imprevedibilità?
In America il calcio non ha mai avuto vita facile. Declassato da football a soccer per distinguerlo dalla più popolare palla ovale, ha avuto nuova vita con il lancio nel 1995 della Major League Soccer. Poi è arrivato David Beckham, gli sponsor hanno fiutato aria di business, sono spuntati impianti all’avanguardia e oggi, con l’effetto Messi e il ritorno dei Mondiali, il calcio è diventato il terzo sport più amato dagli americani.
Eppure, per il direttore operativo di Us Soccer, Dan Helfrich, l’anello debole rimane lo scouting: «Il 99,5 per cento dei giovani calciatori statunitensi è invisibile ai radar», ha detto a Fortune. Così la federazione ha dato vita a un progetto pilota per reclutare le promesse del futuro: grazie a un software proprietario di intelligenza artificiale, mira a scansionare i video in rete delle prestazioni di milioni di giocatori e a mapparle al microscopio, per scovare i profili migliori per i ruoli ricercati.
Senza limiti geografici
La filosofia della federazione Usa è chiara. I talent scout umani non hanno il dono dell’ubiquità e i loro occhi limitati non possono coprire ogni angolo del globo. Secondo Us Soccer, sarebbero tra i 50 e i 70 milioni i giovani calciatori tesserabili nella nazionale Usa sparsi per il mondo. Una risorsa enorme per un paese che, dopo il terzo posto nella prima edizione della storia nel 1930, non ha mai più superato i quarti di finale della Coppa del Mondo.
Come ha ribadito ai microfoni di Talksport il Ceo della federazione, JT Batson, serve sia aumentare l’organico che «fare in modo che molti più giocatori entrino nelle nostre reti». I talenti esistono, ma sono in ombra o peggio tagliati fuori dalla logica pay-to-play che domina le scuole calcio statunitensi, con rette inaccessibili a numerosi aspiranti calciatori. E qui entra in gioco l’Ia: il programma sperimentale sfrutta l’abbondanza di video - amatoriali e non - e dirette streaming che ha invaso lo sport giovanile e i campetti di provincia. Il sistema viene addestrato per riconoscere nei parametri di giocatori sconosciuti l’eventuale matching con il profilo ideale di ogni ruolo, dal terzino di spinta alla punta di sfondamento.
Mettiamo il caso che agli undici dell’under 20 statunitense manchi un fantasista. Il sistema analizzerà milioni di clip, dall’Asia all’America Latina, passando per ogni campo registrato da una videocamera, fino a selezionare i candidati statunitensi più idonei. Non è poi così diverso da videogame come Fifa, con i calciatori riassunti in elenchi di parametri, nella speranza che abbiano 99 di dribbling e passaggio e magari cinque stelle skill.
I precedenti
L’unicità del caso americano sta nella partita a monte, a livello federativo, e nei numeri da capogiro che i suoi occhi elettronici intendono raggiungere. Ma il «cambio di paradigma» adottato da Us Soccer è in ottima compagnia: lo scouting Ia è diffuso sia nella self-promotion di aspiranti professionisti sia in decine di club europei.
Lanciata a settembre 2023, l’app mobile londinese AiScout punta, secondo Cnn, «a democratizzare» la scoperta di talenti. La piattaforma permette a chiunque di cimentarsi in provini virtuali per grandi squadre, riprendendosi in modo autonomo mentre eseguono una serie di esercizi con il pallone, scelti da un elenco di 75. Le clip vengono valutate dall’algoritmo e il candidato riceve una serie di punteggi, dal livello tecnico a parametri non squisitamente calcistici come l’attitudine e il temperamento. I primi club a investire in questo scouting fai-da-te sono stati Chelsea e Burnley, accanto alla partnership siglata proprio con la MLS.
Un altro esempio è la piattaforma Eyeball che, secondo il Guardian, propone la «più grande videoteca di giovani calciatori al mondo», con circa 180mila giocatori, di 36 paesi diversi. L’azienda con sede a Praga ha accordi con accademie calcistiche di tutto il mondo, per registrare e analizzare le loro partite, e vende il proprio servizio a centinaia di club dei maggiori campionati europei, come Ajax, Bayern Monaco e Brentford. Un altro esempio è poi la startup svizzera Talnets, che vede nel team anche l’ex Arsenal Sol Campbell, e ha un focus sui paesi africani.
Il tema della privacy
Tutti questi sistemi sono il sintomo dell’ingresso sempre più pervasivo dei Big Data nel calcio moderno, per riuscire a prevedere con largo anticipo ogni tendenza e a trasformare in metrica ogni gesto sportivo. Le controindicazioni non mancano, a partire dal nodo della privacy: il software intende varcare la soglia di milioni di video amatoriali con al centro soggetti minorenni, espropriati così dei propri dati biometrici. Non è chiaro come venga verificato il consenso dei diretti interessati.
Ma la posta in gioco riguarda lo spirito stesso del calcio. Anche il direttore esecutivo di Us Soccer è consapevole dei limiti: l’Ia non può rilevare la capacità di relazionarsi con i compagni e di influenzare positivamente o negativamente lo spogliatoio. Per ora.
La tecnologia corre veloce. Se anche gli agenti Ia arrivassero a codificare al millimetro l’identikit umano di un calciatore, resterebbe qualcosa di imprevedibile? Se crediamo ancora nell’imprevedibilità del talento dei fuoriclasse, la risposta è sì. Altrimenti, dovremmo rinnegare sia il gol del secolo di Maradona che l’aggettivo «divino» al codino di Baggio.
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