Con la resa alla Casa Bianca del presidente della Fifa Infantino, la Coppa del Mondo 2026 si è resa protagonista di numerosi incidenti alle frontiere. Prima lo scontro sui visti alla nazionale iraniana, poi il via libera senza 12 membri dello staff, ma anche la perquisizione con cani antidroga all’Uzbekistan di Cannavaro, l’ingresso negato a tifosi, fotografi e persino arbitri di varie nazioni
Nel 2017, il presidente della Fifa Gianni Infantino avvertiva Trump, prima dell’assegnazione del Mondiale a Stati Uniti, Canada e Messico: «Le squadre qualificate devono avere accesso al paese organizzatore, altrimenti non può esserci alcun Mondiale. È ovvio». Eppure, nove anni dopo il torneo c’è e si trova nel pieno di un caos sui visti d’ingresso negli Usa.
La situazione dell’Iran era quella che preoccupava di più, dopo l’inizio della guerra dei 12 giorni a giugno 2025: per la prima volta nella storia, un paese si ritrova a prendere parte al Mondiale come ospite del paese che lo sta bombardando.
Guerra aperta alla nazionale iraniana
I visti per i giocatori iraniani sono stati emessi solo sabato 6 giugno, a cinque giorni dall’inizio della competizione, e nel frattempo l’Iran ha dovuto spostare la sua base da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, a causa del rifiuto degli Stati Uniti di ospitare gli iraniani per l’intera durata del Mondiale.
Nella giornata di domenica è circolata anche la voce che alla delegazione iraniana fosse stato vietato di dormire negli Stati Uniti, cosa che avrebbe reso impossibile disputare il torneo per la squadra di Teheran. Le regole della Fifa, infatti, stabiliscono che ogni partecipante debba effettuare una conferenza stampa e un allenamento nella sede della partita il giorno precedente all’incontro. In realtà, come confermato dallo stesso presidente della Federcalcio iraniana, Mehdi Taj, la squadra potrà entrare negli Usa il giorno prima di ogni partita, trascorrere lì la notte e, dopo il match, rientrare immediatamente in Messico. Una situazione che è comunque tutt’altro che ideale e decisamente anomala, rispetto alle precedenti edizioni.
I primi due incontri saranno a Los Angeles, dove ha sede una delle più nutrite comunità di iraniani all’estero, e il terzo a Seattle. L’Iran ha buone possibilità di superare il girone per la prima volta nella sua storia, proseguendo così la sua avventura negli Stati Uniti per almeno un’altra partita: se dovesse arrivare al secondo posto nel suo gruppo, si aprirebbe addirittura la possibilità di un incrocio proprio con gli Usa.
Nel frattempo, però, proprio Taj e almeno altri 12 elementi dello staff federale iraniano si sono visti negare i visti dalle autorità statunitensi, per cui non saranno presenti al Mondiale. La motivazione dovrebbe essere l’aver fatto parte delle Guardie della Rivoluzione, il corpo militare iraniano che molti paesi, tra cui Usa e Canada, hanno incluso dal 2019 tra le organizzazioni terroristiche.
Frontiere ostili per tutti
Ma il problema dell’ingresso negli Stati Uniti non riguarda solamente l’Iran: i travel ban emessi da Trump nel giugno 2025, che secondo la Fifa non avrebbero rappresentato un ostacolo allo svolgimento del Mondiale, stanno colpendo persone provenienti anche da altre parti del mondo. A numerosi tifosi originari di paesi come Marocco e Scozia sono stati inspiegabilmente ritirati i visti che erano stati loro riconosciuti in precedenza. L’attaccante dell’Iraq Aymen Hussein è stato trattenuto per sette ore al suo arrivo all’aeroporto di Chicago, prima che gli fosse stato concesso di riunirsi ai suoi compagni di squadra.
È andata peggio al fotografo della Federcalcio irachena, Talal Salah, che dopo dieci ore di interrogatorio è stato invece rimandato indietro. Alcuni video che stanno circolando online mostrano le surreali perquisizioni dei giocatori del Senegal all’aeroporto di San Antonio, addirittura sulla pista d’atterraggio, mentre la squadra dell’Uzbekistan, allenata da Fabio Cannavaro, ha subito una perquisizione con cani antidroga appena scesa dal proprio autobus a New York.
Il caso più preoccupante resta però quello di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo eletto nel 2025 miglior fischietto in Africa. Sebbene sia stato designato dalla Fifa per dirigere alcune partite del Mondiale, si è visto negare l’ingresso negli Stati Uniti e non potrà quindi partecipare al torneo. A questo riguardo, la Fifa ha saputo solo dire che le politiche migratorie sono un affare che riguarda esclusivamente i paesi ospitanti, smentendo di fatto quanto Infantino aveva sostenuto nel 2017.
Il trumpismo di Infantino
Nell’ultimo anno e mezzo, il presidente della Fifa si è avvicinato in maniera molto evidente alle posizioni di Donald Trump, che lo ha più volte definito un proprio amico. Nonostante ciò, questo rapporto privilegiato non sembra aver consentito a Infantino di ottenere nulla dal tycoon, nemmeno la garanzia di tutelare il regolare svolgimento del torneo su cui la Fifa basa i suoi piani quadriennali. Eppure, nel 2023 lo stesso Infantino non aveva avuto problemi a revocare il Mondiale U20 all’Indonesia a soli due mesi dal calcio d’inizio, quando il paese ospitante aveva minacciato di negare l’accesso alla delegazione di Israele.
Negli ultimi anni, il mondo dello sport si è abituato a paesi autoritari che sfruttano eventi di questa portata per mostrare al mondo un volto positivo, per migliorare la propria immagine internazionale: il cosiddetto sportwashing. Oggi, gli Stati Uniti di Trump stanno invece facendo l’esatto opposto, utilizzando il Mondiale di calcio per mostrare al mondo il proprio volto peggiore e più ostile.
© Riproduzione riservata

