Prima che il pallone perdesse, oltre che i numeri 10, anche i presidenti ormai trasformati in fondi d’investimento, gli eroi nell’arena apparivano riconoscibili anche senza il nome scritto sulle spalle: bastava la postura a incastonarli nel cuore dei tifosi. Domani nell’area di rigore pensa a me (Del Vecchio editore) mostra l’orgoglio di un tempo e di un tifo che furono puri come i sentimenti che nascono da bambini e restano per tutta la vita. Una fedeltà oggi tremendamente difficile da mantenere
In un tempo - tutto italiano - che ormai assume l’epica delle generazioni che passano, in cui il mondiale di calcio da assoluta certezza si è trasformato in un estraneo, ecco che la raccolta poetica di Marco Ciriello, dal titolo shakespeariano, Domani nell’area di rigore pensa a me (Del Vecchio editore) assume i contorni e la sostanza di una novella Antologia di Spoon River calcistica. Prima che il calcio perdesse oltre che i numeri dieci anche i presidenti, ormai trasformati in fondi d’investimento con cognomi degni di una sit-com e prima che gli stadi venissero demoliti per essere rigenerati (addio San Siro), ecco che gli eroi nell’arena apparivano riconoscibili anche senza il nome scritto sulle spalle: bastava la postura a incastonarli nel cuore dei tifosi.
La poetica di Ciriello, anche se carica di non poca malinconia, è prima di tutto orgogliosa di un tempo e di un tifo che furono puri come i sentimenti che nascono da bambini e restano per tutta la vita. Una fedeltà oggi tremendamente difficile da mantenere come testimonia Massimo Cacciari in veste di tifoso, che si dice tradito da un Milan che segue trepidante dall’età di 6 anni. E non può essere un caso che il mondo raccontato da Ciriello è quello di un calcio precedente che, pure privo d’immagini perennemente accese, offre ancora oggi una presenza solidissima nella memoria di tutti. Erano giocatori di sudore e di fatica, ma anche eroi di un Olimpo che lasciava a ognuno di loro l’aura di una grandezza inviolabile. Poco da fare contro Franz Beckenbauer, l’avversario per eccellenza, nobile e altero: «Palleggiava con l’idea prussiana di entrare ovunque a cavallo» o con la sua nemesi Johan Cruijff («Il suo calcio assomiglia alle onde»). Stessi anni, ma gioco diversissimo, classico l’uno, estremo e contemporaneo l’altro.
Fare sport è fare vita
Non c’è nostalgia e non ci può essere nella poesia di Marco Ciriello perché quel mondo è direttamente connesso al nostro che da lì proviene e da lì vive in una forma di stanco residuo, ma di cui sono ancora ben visibili le tracce. Se c’è un gesto o un eroismo che si palesa, ecco che la memoria si riconnette con i più grandi, come chi lo fu dentro e fuori dal campo portando la propria battaglia nella propria vita come Agostino Di Bartolomei: «i tuoi silenzi tra i carrarmati di Venditti e la geometria di Liedholm» che della Roma fu capitano e del Milan fu parte delle fondamenta di una delle squadre che sarebbero diventate tra le più forti della storia.
Marco Ciriello disegna un’idea di calcio, un’idea di coraggio e di felicità, di semplicità e di distinzione. Qui i campioni vivono l’uno a fianco all’altro tra debolezze e fragilità che diventano spesso il motore di una capacità di eccellenza sempre fuori misura. Ciriello non si occupa di ricalcare la grandezza tutta evidente di un calcio concretissimo e quindi altamente poetico, ma ne mostra gli slittamenti vitali, quei momenti che spesso sfuggono all’occhio dell’azione, ma che rivelano il senso del fare sport che è fare vita.
Viene in mente Walter Chiari che di fronte a chi gli diceva «non mi occupo di sport», rispondeva parlandogli d’amore. Perché lo sport è fatto di un sentimento d’entusiasmo e di dolore puro e ingenuo, ma soprattutto assoluto, che non ammette mediazioni. Così come è il calcio che contiene il senso pieno di un collettivo, di un gruppo, ma anche la libertà autarchica dell’individuo, di chi eccelle sopra agli altri, ma comunque sempre grazie agli altri. Ciriello s’incastona in una tradizione poetica che va da Vittorio Sereni fino a Fernando Acitelli e lo fa con una misura chiara e netta. Una consapevolezza rara, figlia anche di un’idea di sport e di scrittura sportiva che ha professato per un lungo tempo, da Gianni Brera in testa fino a Gianni Mura e a Giorgio Terruzzi, il prevalere della visione esistenziale, letteraria ed epica alla cronaca spiccia e pettegola.
Domani nell’area di rigore pensa a me ha la forma di un breviario da leggere all’occasione, quando serve e quando se ne ha bisogno. Da consigliare a Roberto Baggio in quelle notti insonni in cui quel rigore americano torna a tormentarlo (e a tormentarci).
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