Il secondo posto dell’Italia ai Mondiali maschili, con tanto di qualificazione olimpica, accende i riflettori su una disciplina diventata uno strumento per esportare la cultura sportiva Usa: costa meno, richiede meno spazio e coinvolge anche nuove generazioni di ragazze. La NFL ne ha intuito il potenziale e punta sui Giochi di Los Angeles per trasformarlo in un fenomeno globale
C’è un’Italia che vince. Non solo quelle dei campionati europei di nuoto (a Parigi) e di atletica leggera (a Birmingham), ma anche l’Italia del pallone. Solo che non è quello da calcio, bensì lo sferoide prolato utilizzato nel football americano. O, per meglio dire, nel flag football. A Düsseldorf, in Germania, si sono infatti conclusi da poco i campionati mondiali di questo sport, con la vittoria degli Stati Uniti. L’Italia ha ottenuto la medaglia d’argento: un brillante secondo posto che consentirà agli azzurri di poter partecipare alle prossime Olimpiadi di Los Angeles 2028, dove il flag football farà il suo esordio come disciplina olimpica.
Ma cos’è esattamente il flag football? Trattasi di una versione ridotta e più edulcorata del tradizionale football giocato negli States con caschi e paraspalle. In questa versione light il terreno di gioco non è lungo 91 metri (100 yard), come nell’altro football made in Usa, bensì “appena” 64 metri (70 yard) per una larghezza di 27.4 (30 yard). All’interno si sfidano due squadre composte da cinque giocatori ciascuna (ma esistono anche versioni con un numero diverso di partecipanti), divise fra attacco e difesa.
A differenza del football professionistico, nel flag football non ci sono contatti. Per fermare un avversario è sufficiente strappargli una delle bandierine (flag) attaccate alla vita di ogni giocatore. Come nel suo fratello maggiore a undici, anche nel flag ci sono quattro azioni (quattro down) a disposizione di chi attacca per segnare o per guadagnare una certa distanza (che nel flag coincide con la linea di metà campo) in modo tale da poter poi usufruire di altri quattro tentativi per segnare un touchdown. Dopo la marcatura, che vale 6 punti, la squadra in possesso ha a disposizione una trasformazione da un punto o da due punti su una ulteriore giocata che parte a 5 yard o a 10 yard dalla linea di meta.
Andare oltre l’America
L’ascesa del flag è dovuta principalmente alla grande spinta che la NFL ha dato al gioco. Non a caso, lo scorso marzo si è disputato il Fanatics Flag Football Classic, torneo di esibizione al quale hanno preso parte anche Tom Brady e tre quarterback che ancora calcano i campi da football a undici ogni domenica (Jalen Hurts, Joe Burrow e Jayden Daniels).
La lega professionistica statunitense vede il flag come un veicolo di diffusione del football e, quindi, anche come uno strumento di penetrazione nei mercati extra americani. In questo senso, la promozione del flag fa il paio con le partite della stagione regolare di NFL che, da qualche anno, si giocano fuori dal territorio americano, le cosiddette NFL International Series. Quest’anno ad esempio, per la stagione che inizia a settembre, la NFL ha previsto nove partite all’estero, da disputarsi fra Melbourne, Rio de Janeiro, Londra (tre gare), Parigi, Madrid, Monaco di Baviera e Città del Messico.
Il flag dà un’ulteriore dimensione internazionale allo sport più amato dal pubblico americano. E questo perché è più facile da giocare (richiede meno giocatori e necessita di spazi ridotti), è meno costoso (non ci sono da comprare tutte le attrezzature che servono a una squadra che voglia cimentarsi nella versione a undici) ed è inoltre esente da tutte quelle critiche che vengono periodicamente mosse a uno sport estremamente fisico e di contatto come è invece il football tradizionale.
Grazie a queste peculiarità il flag è decisamente cresciuto a livello di popolarità anche all’interno degli stessi Stati Uniti, dove è giocato da molte ragazze, col risultato di inserire il mondo femminile in un’area in precedenza di interesse prevalentemente maschile e (cosa che più conta per la NFL) di allargare ulteriormente i numeri del mercato a disposizione di chi investe nella disciplina.
Le prospettive italiane
Non c’è dunque da meravigliarsi se la lega americana ha votato lo scorso maggio una delibera che consentirà ai suoi giocatori di poter partecipare alle Olimpiadi nel flag. A patto però, come accade nello sport a stelle e strisce, di superare lo sbarramento dei tryout, cioè dei provini di selezione per entrare a far parte della squadra nazionale americana. La concorrenza sarà agguerrita, visto che i giocatori scelti dalle singole squadre (uno per franchigia) dovranno confrontarsi con atleti abituati a giocare a flag tutto l’anno, come ad esempio Darrell Doucette III e Nico Casares, due dei quarterback a disposizione di Team Usa.
E l’Italia? Oltre che sul Qb Luke Zahradka, coach Massimiliano Bonomo potrà fare affidamento anche su Vincent Joseph Papale, italo-americano figlio del leggendario Vince Papale, la cui storia venne raccontata nel film Imbattibile, pellicola del 2006 diretta da Ericson Core con Mark Wahlberg nei panni del protagonista.
Per quanto riguarda il femminile, le azzurre sono arrivate undicesime. Pertanto, dovranno aspettare gli ultimi due tornei di qualificazioni (previsti nel giugno 2028 a Montréal e Orlando) per cercare di strappare un pass per la California.
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