Le parole che non gli hanno lasciato dire. Mercoledì 8 aprile Gabriele Gravina, presidente dimissionario della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), si è ripreso la scena per dare la sua versione. Lo ha fatto con un aggiornamento delle 13.46 pubblicato sul sito ufficiale della federazione, rendendo pubblica la relazione che avrebbe dovuto illustrare davanti alla VII Commissione cultura, scienza e istruzione della Camera dei deputati.

L’appuntamento gli era stato chiesto all’indomani della mancata qualificazione - la terza consecutiva - della nazionale azzurra alla fase finale dei Mondiali, per mano della Bosnia Erzegovina. Richiesta prontamente accettata, come puntualizzato nel testo pubblicato dal sito Figc. Ma a cui non è mai stato dato corso perché, dopo le dimissioni presentate il 3 aprile dallo stesso Gravina in Consiglio federale, di quell’audizione non si è saputo più nulla. Evaporata.

Dopo le dimissioni, niente

Il mancato appuntamento parlamentare è la ragione esplicita della pubblicazione avvenuta sul sito federale. Ma ancor più incisiva, e riscontrabile nemmeno tanto in filigrana, deve essere stata la stasi totale succeduta al 3 aprile. Con la sgradevole sensazione, per il presidente in uscita, che sia bastato il suo passo indietro per far rappresentare come risolta una situazione che invece è avvitata in crisi profonda. Motivazione più che sufficiente per indurlo a rendere pubblica la dettagliata relazione che avrebbe dovuto essere illustrata ai rappresentanti della VII Commissione, ma soprattutto per farla precedere da una nota d’accompagnamento firmata personalmente e pervasa da un tono piccato alquanto.

Persino con qualche inciampo nella formulazione del testo, come quel passaggio - riportato anche nel sommario - in cui si dice che «l’impossibilità di intervenire ha preso il sopravvento sull’incapacità di individuare possibili soluzioni». Forse intendeva parlare di “capacità”, non di “incapacità”.

Ma al di là della sottigliezza testuale, il messaggio più forte di quel frammento posto in premessa è una richiesta di rispetto. Rivolta sia al mondo del calcio che a quello della politica, entrambi riassorbiti dai riti quotidiani dopo le sue dimissioni, e come se il disastro sportivo di Zenica risalisse a sei mesi fa. Gravina ha ricordato che rimane presidente in regime di prorogatio fino al prossimo 22 giugno, data in cui si terrà l’assemblea straordinaria per l’elezione del nuovo capo del calcio nazionale. Come a dire che non è il fantasma di Banco, ma che anzi è ancora vivo e vegeto.

Il diluvio che rimane

Lo è soprattutto nella misura in cui, nella relazione che il sito della Figc pubblica come se fosse un samizdat, fa capire che i problemi del calcio italiano non sono cominciati con lui né con lui terminano. Aveva provato a dirlo nella conferenza stampa tenuta immediatamente dopo la partita di Zenica, quando aveva sottolineato che la federazione «può soltanto fare la sintesi» di una situazione del calcio italiano a cui concorrono tutte le altre componenti (a partire dalle leghe): ma è incappato nello scivolone sullo sport dilettantistico e ha finito per compromettere ulteriormente una situazione già scomoda sul piano comunicativo. 

Con la lunga relazione, piena di allegati e cifre, inserita nel sito Figc, Gravina ribadisce ciò che è abbastanza chiaro a chi non cerca il capro espiatorio - o meglio, crede fermamente che non possa essercene soltanto uno: via lui, le criticità del calcio nazionale stanno sempre lì. Non si tratta di dire «dopo di me, il diluvio», ma piuttosto «dopo di me, il diluvio rimane uguale».

Per argomentare questa tesi, la relazione porta una ricca messe di dati. Tutti convergenti nel supportare la tesi che la crisi di identità e di risultati del nostro calcio ha motivazioni profonde, che vanno oltre le pecche della federazione. L’aspetto più pesante e dibattuto resta quello dello scarso numero di calciatori italiani selezionabili.

Tema che rischia di essere abusato, ma che non per questo può essere ignorato, specie se si tiene presente un altro aspetto della questione: non è vero che il nostro calcio non forma giovani di valore, ma piuttosto c’è che essi non vengono fatti diventare adulti dai club del nostro calcio professionistico.

In questo senso, sono impietosi i dati di comparazione con altri paesi rispetto all’impiego dei calciatori delle nostre nazionali Under: quelli di Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo si vedono dare fiducia e nel breve-medio periodo trovano posto nei campionati senior; invece i nostri, in ampia misura, stentano a affermarsi e si disperdono nelle categorie inferiori.

Molti sono gli aspetti di criticità presentati e suffragati dalle cifre: dall'eccesso di commissioni agli intermediari a un modo di giocare che è al tempo stesso meno veloce e meno creativo, dall’incapacità dei nostri club nel controllare la spesa al persistente gap infrastrutturale, per culminare con la riforma del vincolo sportivo del 2021 che viene vista come provvedimento esiziale per le società del nostro calcio.

C’è spazio anche per le proposte di riforma, che a questo punto potranno essere raccolte dal successore di Gravina. Tutte cose che forse sarebbe stato meglio venissero illustrate prima, senza aspettare il trauma della terza assenza dai Mondiali. E senza lasciare alle altre componenti la possibilità di fare come se non c’entrassero niente. E che, se c’erano, dormivano.

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