Come eravamo e chi vogliamo essere, ecco di cosa ci parlano i musei. A modo suo lo fa anche il Mubit, il primo museo del basket italiano che ha aperto a Bologna, la città che tutti chiamano Basket City. Sono 400 metri quadri, cinque sale, 15 schermi, oltre 60 teche stracolme di cimeli e memorabilia. Maglie, medaglie, scarpe (anche le mitiche Converse di Brumatti).

E poi oggetti, giornali, documenti (c’è pure il telegramma di convocazione della nazionale femminile del ’38). Divise, accappatoi, gagliardetti. Palloni. Foto inedite ma anche no. Una sala con i video dei coach che spiegano il basket (come difendere, per esempio) e lo spazio per provare i movimenti proprio lì, sul posto. C’è un tunnel emozionale e immersivo (è pieno di specchi) su cui viene proiettato un filmato. E c’è un rooftop, sul tetto del palazzetto, da raggiungere con un’ascensore.

Il museo pulsa nel cuore del PalaDozza. Il Madison, come lo chiamano da quelle parti, che proprio venerdì ha festeggiato i suoi primi settant’anni. Un tempio sacro e profano insieme della pallacanestro italiana e internazionale. «Siamo figli del basket. Questo è un progetto pubblico per la città e per il Paese. Lo vogliamo regalare all’Italia e all’Europa». Non c’è iperbole nelle parole di Matteo Lepore, il sindaco di Bologna. L’operazione di questo luogo è ben più di un semplice atto d’amore. E’ una prova di eccellenza italiana.

L’idea nacque nel 2019, a partire da un concorso di idee promosso dal Comune di Bologna e da Fondazione Bologna Welcome. Perché non costruiamo una casa del basket italiano, pensarono all’epoca. Oggi quello di Bologna è diventato un album di famiglia. Non uno spazio statico, immobile, polveroso. Ma un luogo, come diceva Luigi Ghirri, in cui portiamo con noi un carico di già vissuto e già visto. Che qui, in queste stanze, si rinnova a ogni canestro in loop sui maxischermi.

Sette anni fa erano arrivate 22 proposte progettuali, valutate da una giuria internazionale composta da personalità del mondo sportivo, museale, culturale e giornalistico. Tra queste sono stati selezionati tre progetti vincitori, e il primo classificato è stato scelto come base per la realizzazione del museo. Il Mubit, infatti, è un’opera giovane. Fatta da giovani. Rivolto agli under 30, quel progetto è stato portato alla luce da ragazzi che a Bologna ci hanno studiato, hanno casa, il basket lo vengono a vedere con le famiglie.

C’è Luca Tiozzo, l’architetto e responsabile del progetto. E poi Marcello Natalini, che si è occupato della parte più contenutistica. Ma anche Valerio Vincioni, Emanuele Fortunati, Giacomo Tampelli, Edoardo Traversa. Nel 2019, l’anno zero del progetto, nessuno di loro aveva trent’anni. La grande difficoltà pensare e creare un museo, racconta Tiozzo, 33 anni, bolognese, «è quella di immaginare degli spazi che possano cambiare. Lo vediamo nelle grandi arene, negli spazi polivalenti. Questo è uno spazio che ha una connotazione espositiva, ma ha la visione di poter cambiare».

Realizzare una mostra nel 2026 è complicatissimo. Più facile l’experience con filmati. Al Mubit, invece, si doveva sentire la realtà. Perché, spiega ancora l’architetto, «la tecnologia invecchia velocissimamente e quindi bisogna sempre provare a capire quali sono i metodi più vincenti. Nel caso di questo posto, il bilanciamento è stato ottimo: è uno spazio che ha una scala giusta anche per quello che è l’interesse della città. E poi ha diverse possibilità di uso, con il rooftop. Per noi è un intervento riuscito».

Studiati i musei del Barcellona e del Real

Il complesso edilizio del PalaDozza, realizzato negli anni Cinquanta del secolo scorso e riqualificato nella prima metà degli anni 2000, è completato ai quattro angoli da quattro edifici sostanzialmente uguali tra loro, che si sviluppano su due elevazioni, nei quali trovano collocazione alcune attività strettamente legate al palasport e alle discipline sportive in generale, quali spogliatoi, centri medici di riabilitazione e diagnosi-prevenzione in ambito medico sportiva e altre attività ricettive, in particolare in una di queste quattro porzioni di fabbricato, nell’angolo nord-est, è stato realizzato l’insediamento del nuovo Museo del Basket italiano.

Il Comune ha approvato il progetto esecutivo per la realizzazione del Mubit nel 2020 con un primo stanziamento di circa 1 milione di euro (finanziamento europeo) con il quale si è intervenuti sulla struttura costituita da un totale di tre livelli: piano seminterrato, piano rialzato e copertura, che ha permesso di predisporre il contenitore del futuro Museo negli spazi del piano rialzato.

Daniele Ravaglia, presidente di Bologna Welcome, lo ha definito «un luogo identitario per la città» ma anche un posto «utile per migliorare l’attrattiva della città». Non solo cibo e monumenti. Il turismo a Bologna si è allargato. «E oltre il 50 per cento sono stranieri. Attratti sì dalle torri, dai tortellini, dagli aspetti culturali e ambientali. Ma anche da quelli sportivi». Nel 2025, con ulteriori investimenti per un totale di 1,3 milioni di euro (di cui 250 mila di fondi europei) si è provveduto a completare i lavori (l’ascensore e il rooftop) e, soprattutto, ad aggiudicare la fornitura per l’allestimento. Sono stati studiati il museo del Real Madrid e quello del Barcellona. 

All’inaugurazione Canna (93 anni) e Ferrari (20)

Oggi è realtà. Un luogo bello, ampio, elegante. L’ingresso è una specie di gigantesco spogliatoio con gli armadietti marchiati con numeri di maglia (riconoscerete le grafiche) di varie epoche. Non c’è un percorso: si entra e si guarda. La cosa tecnica più complessa, spiega ancora Tiozzo, «sono le pareti espositive che di fatto sono dei grandi carrelli: sono pareti su ruote che sembrano oggetti semplici, ma in realtà hanno al loro interno tutta una tecnologia permette di riconfigurare audio, video, luci». Sono elementi che devono essere spostati.

«Ma non dal pubblico, e quindi sono zavorrati. È stato molto complesso, perché c’è stato un momento in cui si voleva anche valutare di fissarli, questo però avrebbe di fatto ammazzato l’idea». Stanze, insomma, che possono diventare spazi più ampi a seconda delle necessità. Interessante è anche il discorso legato alle finestre e alla luce.

Questo, aggiunge l’architetto, «è uno spazio molto illuminato, una cosa che si allinea male con l’allestimento museale, dove la luce devi controllarla». È stato fatto un lavoro per avere delle pareti schermate, quindi serigrafando delle lamiere «che in qualche modo vanno a creare un effetto lanterna ed è stato pensato parametricamente con un controllo numerico della dimensione dei fori. Quindi dietro quelle lamiere che uno vede c’è un ragionamento di modellazione dei disegni estremamente complesso».

All’inaugurazione c’era davvero tutto il gotha del basket italiano. Sandro Gamba, 93 anni, ha inviato un video di benvenuto. C’erano Ettore Messina, Renato Villalta, Charlie Recalcati, Carlton Myers, Andrea Bargnani. E poi Brunamonti, Achille Canna (93 anche lui), i giovani di ieri e di oggi (Alessandro Pajola e Francesco Ferrari, 20 anni). E il ct Luca Banchi. Gianni Petrucci, presidente della Federbasket, lo ha guardato mentre scorrevano le immagini dell’Italbasket che ha vinto negli anni: «Coach, ci devi portare alle Olimpiadi». Servirà per aggiungere altra storia a tutta quella che c’è.

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