Il sistema che aveva il compito di tenere il più possibile in equilibrio l’Nba sta rischiando di saltare in aria. La complessa formula che dà vita al draft, la finestra che consente alle franchigie di mettere le mani sui giovani più promettenti, è stata infatti messa seriamente in pericolo dal comportamento delle squadre stesse, che pur di avere chance di accaparrarsi le scelte più alte hanno dato vita alla parola magica: tanking. Un male necessario per alcuni, un qualcosa da estirpare per chi, in questo momento, conta più di tutti: il commissioner Adam Silver.

Giocare a perdere è diventata la soluzione per chi ha bisogno di rifondare o per chi, complici gli infortuni, deve prendersi un anno lontano dal vertice. Ma per capire tutto questo è il caso di fare un punto, a grandi linee, su come funziona il draft.

Le 14 franchigie che non si sono qualificate ai playoff entrano nella cosiddetta lottery, l’estrazione che assegna le prime tre posizioni al draft. A ognuna viene assegnato un certo numero di combinazioni a quattro cifre: più si perde, più si ha diritto a queste combinazioni, in una forbice che va da 140 fino a 5. Una volta determinate le prime tre posizioni, si va a cascata basandosi sul record ottenuto nel corso della stagione.

Breve storia del tanking

Quello che è un sistema pensato per aiutare le squadre teoricamente peggiori della Lega è stato nel corso degli anni maneggiato dai General manager disposti a lasciar andare due o tre stagioni pur di poter contare su un nucleo forte nel giro di qualche anno.

L’esempio più classico è quello dei Philadelphia 76ers, passato alla storia come “The Process”: il rebuilding dei Sixers fu di fatto un piano ponderato che spianò del tutto il roster. Arrivarono in questo modo la terza scelta al draft 2014 (Joel Embiid, alle prese con un serio infortunio e quindi ai box almeno per una stagione, che sarebbero poi diventate due), la terza nel 2015 (il disastroso Jahlil Okafor) e la prima nel 2016, trasformata in Ben Simmons. Un piano così totalizzante che lo stesso Embiid è conosciuto con il soprannome “The Process”.

I Sixers, con una conformazione leggermente diversa per l’inserimento nel roster dei vari Jimmy Butler e Tobias Harris, sarebbero poi arrivati a un tiro dalle finali di Conference, il celebre game-winning shot di Kawhi Leonard sulla sirena di Gara 7 che, di fatto, spianò la strada ai Toronto Raptors verso il titolo. E su quel solco hanno lavorato in parte gli Oklahoma City Thunder, che già avevano beneficiato di un’ondata di scelte altissime all’epoca della relocation da Seattle (Kevin Durant alla 2 nel 2007, Russell Westbrook alla 4 nel 2008, James Harden alla 3 nel 2009) e adesso hanno costruito il roster capace di vincere il titolo 2025 grazie all’eccellente lavoro svolto nel 2022 scegliendo Chet Holmgren alla 2 e Jalen Williams alla 12.

Ma la storia è piena anche di squadre solide che hanno “perso un anno” per via degli infortuni, trovando in dono una perla nel draft successivo: la più eclatante è la vicenda dei San Antonio Spurs, incappati in una stagione horror senza David Robinson e Chuck Person nell’annata 1996-97 per poi raccogliere Tim Duncan via draft. Ed è quello che sta cercando di fare Indiana, alle prese con il gravissimo ko di Tyrese Haliburton durante Gara 7 delle ultime Finals e attualmente titolari del peggior record a Est.

Perdere conviene

La corsa alle scelte più alte viene talvolta bruciata dall’estrazione: è il caso dell’ultimo draft, vinto a sorpresa dai Dallas Mavericks che hanno messo le mani su Cooper Flagg con l’1.8 per cento delle possibilità, il tutto dopo aver vinto un lancio di moneta con i Chicago Bulls che avevano ottenuto lo stesso record dei Mavs.

Ma perdere conviene e la situazione, in questa stagione, è stata presa di petto dal commissioner Silver, che ha inflitto 500mila dollari di multa agli Utah Jazz e 100mila agli Indiana Pacers. Ufficialmente, la motivazione è l’infrazione della “player participation policy”: l’accusa è quella di non aver fatto giocare elementi che in realtà avrebbero potuto scendere sul parquet. «Stiamo vedendo comportamenti peggiori rispetto al passato. Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo perché quello che c’è ora non sta funzionando. Se ci sono squadre che manipolano le loro prestazioni per aumentare le proprie chance, allora sorge una domanda: le squadre che avranno le scelte più alte sono davvero le peggiori?», ha detto Silver, che qualche giorno dopo ha spedito gli ispettori Nba a controllare gli esiti della risonanza magnetica di Lauri Markkanen, stella degli Utah Jazz che stava saltando qualche partita di troppo per i suoi gusti.

Le idee non mancano: dal congelamento del record al momento della deadline per gli scambi (a inizio febbraio) all’utilizzo dei risultati biennali, e non più annuali, per indicare le 14 franchigie da lottery, fino all’appiattimento delle probabilità per chi si gioca le prime scelte, azzerando così i record. Al momento, però, di ufficiale non c’è nulla. E finché si va avanti così, che perda anche chi non è il peggiore.

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