Se scriviamo maratona a che cosa pensate? Al luogo della famosa battaglia fra Greci e Persiani 490 anni prima di Cristo o alla gara diventata un linguaggio universale “parlato” da milioni di persone? La sensazione è che la seconda stia guadagnando sempre più spazio rispetto alla prima. Maratona è una parola figlia di una guerra, eppure oggi non c’è posto al mondo in cui in uno stesso momento si ritrovino pacificamente individui provenienti da tutte le latitudini.

Nell’ultimo appuntamento romano, segnato da un travolgente boom di iscrizioni, i 30mila al traguardo venivano da 166 nazioni. E domenica 12 aprile a Parigi (al via ci sarà anche l’azzurro Yeman Crippa) ci sarà addirittura più mondo. La maratona dei Campi Elisi promette altri primati anche se, per stare solo all’Europa, ci saranno concomitanze importanti, da Milano a Rotterdam.

Certo è incredibile: in un mondo che trattiene il respiro per quanto succede in Iran e nei suoi più allargati dintorni, con gli aerei senza carburante e gli spostamenti sempre più difficili, questa parola, maratona, conserva la sua formidabile salute e il suo grande potere seduttivo. Tanto per darvi un altro dato: domenica 26 aprile, a Londra, correranno probabilmente in 56mila, ma le richieste di iscrizione per l’edizione 2026 sono state 1.133.813!

Come tutto è iniziato

In questo “ballottaggio”, è l’espressione usata dagli addetti ai lavori, chiuso peraltro 11 mesi prima dell’evento, le donne erano il 49,55 per cento (non è così in tutto il mondo, in Italia siamo molto più indietro). E pensare che 130 anni fa, alla prima maratona internazionale della storia, quella delle Olimpiadi di Atene, una giovane dell’isola di Syros, Stamata Revithi, fu costretta a gareggiare da sola, il giorno dopo la competizione tutta maschile, senza che i suoi chilometri fossero riconosciuti ufficialmente.

ANSA
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Già, ma quando tutto cominciò? E chi ebbe l’idea? Intanto si potrebbe cominciare dal “dove”. Lo scenario è quello delle rive del lago Lemano, in Svizzera. Qui è in villeggiatura - è il 15 settembre 1894 - un apprezzato linguista francese con la vocazione per la Grecia classica, Michel Breal. Aveva partecipato al congresso nel quale, pochi mesi prima, Pierre de Coubertin aveva rilanciato l’idea olimpica che avrebbe portato alla nascita dei Giochi moderni nel 1896. Sta scrivendo un testo che diventerà una pietra miliare, Saggio di semantica, lo studio del significato delle parole e dei segni della lingua, un fronte di ricerca di cui è l’incontestato capofila. Una lingua che considera una materia viva, continuamente in movimento, un viaggio permanente per il mondo, un po’ come la grande galassia della maratona di oggi. Parla persino di Stati Uniti d’Europa.

Per un momento Breal chiede scusa ai suoi libri, prende carta e penna e scrive proprio a De Coubertin. E gli propone una gara per l’Olimpiade che sta per ritornare, la gara di maratona, per ricordare il mito del soldato Filippide (o Fidippide secondo altri storici) e il suo ruolo durante la famosa battaglia. Messaggero per chiedere aiuto a Sparta per 240 chilometri come scrisse Erodoto o annunciatore della vittoria presso la capitale dopo aver corso da Maratona ad Atene per un tragitto sei volte più breve secondo Luciano di Samosata?

Il dilemma non sarà mai risolto, ma quelle poche righe scritte da Breal hanno preso a fare il giro del mondo: si calcola che fra il 2000 e il 2022 siano stati fra i 10 e i 13 milioni le persone che hanno corso la distanza. Per decenni, la maratona è stata più o meno una roba da matti, un viaggio nell’ignoto, un’incursione in un territorio proibito fra i fantasmi - una delle espressioni più diffuse per descrivere le difficoltà che generalmente si incontrano intorno al 30esimo chilometro è «il momento della strega» - per poi diventare sul finire del secolo scorso un’avventura di massa.

Il trofeo del vincitore

Oggi sono dunque 130 anni dalla prima volta. Per la verità, due gare eliminatorie riservate agli atleti greci si disputarono prima della fatidica data del 10 aprile 1896. Ma la prima maratona ufficiale, con tanto di dimensione internazionale - 17 al via, 12 greci e 4 stranieri - prese avvio proprio dalla piazza della località della battaglia per arrivare allo stadio Panathinaiko, dove molti anni più tardi Stefano Baldini avrebbe vinto l’oro alle Olimpiadi 2004.

L’idea di Breal era piaciuta a De Coubertin, ma soprattutto agli organizzatori greci che si imbottirono di orgoglio nazionale al solo immaginarla. E a vincere non poteva non essere uno dei corridori padroni di casa, Spyros (o Spiridon) Louis, venditore d’acqua minerale per le strade della città, accompagnato nelle decine di metri finali in uno stadio riempito da 100mila persone addirittura dai due figli del Re Giorgio I. A quanto sembra Breal, l’inventore della trasformazione della parola in gara sportiva, non fu presente anche se le sue parole furono più volte ricordate. E poi c’era la coppa, la “sua” coppa. Nella famosa lettera il linguista aveva offerto il trofeo del vincitore: era piccolo, 15 centimetri di altezza.

Eppure quando, nel 2012, gli eredi del vincitore di allora la vendettero all’asta con una «decisione dolorosa», la cifra battuta nell’asta da Christie’s fu da record per un cimelio olimpico: 541.250 sterline, 865mila euro di allora. Ad aggiudicarsela fu la fondazione Stavros Niarchos e oggi la coppa può essere vista ad Atene nella sua bellissima sede disegnata da Renzo Piano.

130 anni sono tanti. Quel 10 aprile, Spiridon-Spyros vinse in un tempo di 2 ore, 58 minuti e 30 secondi. Peraltro la distanza era più corta dei 42 chilometri e 195 metri di oggi (numeri nati in occasione della maratona olimpica del 1908 e poi ufficializzati nel 1921), intorno ai 40. Se teniamo presente che l’attuale primato del mondo è di 2 ore e 35 secondi possiamo stimare che in 130 anni il mondo sia andato avanti di un’ora per coprire la distanza. Certo le scarpe del vincitore di quel giorno non erano quelle leggerissime con tanto di piastra di carbonio, studiate in laboratorio per andare sempre più veloce.

Un universo a sé

La maratona sta diventando una specie di mondo a parte dell’atletica. La sua dimensione commerciale sopporta con sempre più fatica lacci e lacciuoli delle regole burocratico sportive. Così World Athletics, la Federatletica mondiale, che s’inventa? Dal 2030 l’evento sui 42 chilometri e 195 metri dei Mondiali vivrà di luce propria staccandosi dal resto del programma. Cioè: i 100 metri o il salto in alto da una parte, la maratona dall’altra. Persino la marcia, dopo un tira e molla sui nuovi format, ora si svolge sulla distanza della maratona.

Sembra diventato tutto maratona. E pensare che solo cinque anni fa le corse su strada somigliavano a un pugile stordito dai pugni durissimi del Covid. Si facevano i conti (salatissimi) della crisi con l’interminabile elenco della cancellazioni. Uno scenario che oggi sembra lontanissimo per tante ragioni. Una più delle altre. Il fatto è che in questo mondo puoi sentirti protagonista pure se arrivi 741esima o 8500esimo.

Roberto Di Sante, il giornalista che ha scritto il libro cult Dall’inferno a Central Park, le pagine che raccontano il suo percorso dalla depressione all’abbraccio salvifico con la maratona, racconta quanto gli è successo di recente a New York. «Ti chiamano da tutte le parti ai bordi della strada per stringerti la mano e dirti let’s go». Viaggiando da un lato all’altro ti accorgi che stai correndo da sinistra a destra e viceversa per accontentare tutti. Poi all’arrivo scopri sul tuo cronometro che non hai fatto solo 42 chilometri, ma 44 o 45».

Di Sante è uno della ristretta cerchia dei maratoneti che possono vantare la collezione delle sette major, una sorta di Grande Slam: New York, Chicago, Londra, Berlino, Tokyo, Boston e Sydney. Ora, però, è stata inserita provvisoriamente nel circuito anche la sudafricana Città del Capo (l’altra candidata è Shanghai), lui ha già biglietto aereo e pettorale pronto per maggio.

Pensare alla base della piramide

Non si creda però che questo mondo sia solo un giardino dei balocchi dove tutti applaudono tutti. Di recente, la rivista Runner’s World si è chiesta: il running è ancora uno sport democratico? Il fatto è che faticare costa. I prezzi delle iscrizioni sono da capogiro, spesso per conquistare un pettorale devi pagare l’intera combinazione di viaggio, per non parlare di scarpe, abbigliamento, fisioterapisti, cardiofrequenzimetri e dintorni vari.

Non solo: il rischio è che gli eventi iconici facciano traballare il resto del movimento, le piccole e medie corse, magari di quartiere o di parco, un fenomeno che si comincia a notare anche in Italia. Il tema è sempre lo stesso: se il pallino delle concessioni delle strade è in mano ai comuni, si deve pretendere che gli organizzatori pensino pure al sociale, alle scuole, alle periferie, alla base della piramide. D’altronde vedendo i più virtuosi esempi all’estero si nota che ogni maratona ha un suo calendario di appuntamenti spalmato in tutto l’anno.

Il lungimirante Breal, inventore della semantica, non avrebbe mai immaginato un avvenire così straordinario per la sua idea. Il minimo che si possa dire è che quel giorno sul lago fece davvero un salto nel futuro. Più che un salto, una corsa. Lunga 42 chilometri e 195 metri.

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