Quest’anno la gara festeggia i cinquant’anni del percorso nei cinque distretti e ha un significato particolare anche per noi italiani. La sua importanza è cresciuta insieme al numero degli appassionati. Così, almeno per qualche ora, la politica resterà ai bordi del percorso
Sono 42.195 i metri che collegano l’inizio e la fine di una maratona. Nel mezzo ci sono strade chiuse, per la rabbia di alcuni abitanti; persone in festa, musica, gente un po’ ovunque in pantaloncini e scarpe coloratissime. Negli ultimi anni gli amanti della corsa sono aumentati a dismisura, e con loro si sono moltiplicate le iniziative di ogni tipo, mentre è cresciuto un giro di soldi enorme che coinvolge abbigliamento, alimentazione e coaching. Per non parlare delle agenzie di viaggio che si accaparrano i pettorali delle corse più ambite e confezionano pacchetti in cui alla gara si abbinano volo, albergo e assistenza: manca solo che corrano la maratona al posto tuo.
Chi decide di allacciarsi le scarpette, indossare improbabili pantaloncini attillati e sudare le famose sette camicie a orari assurdi e in luoghi impensabili sogna di presentarsi almeno una volta nella vita alla linea di partenza della New York City Marathon, la prima domenica di novembre. Ci si arriva all’alba, con i traghetti che dalla punta meridionale di Manhattan attraversano la baia fino a Staten Island o con gli autobus diretti a Fort Wadsworth, un vecchio forte militare affacciato sullo stretto.
Lì si aspetta per ore, intabarrati in felpe e vestiti vecchi destinati ai contenitori della beneficenza, con un caffè in mano e la fila ai bagni chimici.
L’atmosfera nella città
Poi il colpo di cannone, la voce di Sinatra che intona «New York, New York» e la salita sul ponte di Verrazzano, chiuso al pubblico, dove si sentono soltanto i passi e il fiato di migliaia di persone. A Brooklyn la città comincia a gridare e non smette più, attraverso Bay Ridge, Sunset Park, Park Slope, Fort Greene, Bedford-Stuyvesant e Williamsburg, fino a Greenpoint.
A metà gara il Pulaski Bridge porta nel Queens, a Long Island City; poi il Queensboro Bridge, di nuovo deserto, e la discesa sulla First Avenue, con la folla accalcata su entrambi i lati. Al ventesimo miglio il Willis Avenue Bridge fa entrare nel Bronx, a Mott Haven, per un breve giro che quest’anno, per la prima volta dal 2011, cambia tracciato; il Madison Avenue Bridge riporta a Manhattan, a Harlem, e da lì la Fifth Avenue scende fino a Central Park, dove l’arrivo aspetta accanto alla Tavern on the Green.
Quest’anno la gara festeggia i cinquant’anni del percorso nei cinque distretti e ha un significato particolare anche per noi italiani. Quarant’anni fa Gianni Poli tagliava per primo il traguardo, battendo il superfavorito Rob de Castella e superando un infortunio che alla vigilia sembrava fermarlo. Da non dimenticare anche il trionfo di Giacomo Leone nel 1996, l’ultimo italiano a vincere la gara maschile.
Tra olimpiadi e midterm
Domenica, tra gli oltre 2.500 italiani iscritti, ci sarà Yeman Crippa, che in bacheca ha la vittoria alla maratona di Parigi, un percorso che a suo dire somiglia, soprattutto nella seconda parte, a quello newyorkese. Il corridore trentino può puntare ai primi dieci posti. Arrivare tra i primi cinque significherebbe mettere con grande anticipo un’ipoteca sulle Olimpiadi di Los Angeles, mentre salire sul podio sarebbe un risultato enorme. Ci sarà da battagliare con i «veterani» Abdi Nageeye e Geoffrey Kamworor, che la gara l’hanno già vinta. Si vedrà. L’importante sarà stare sempre nel gruppetto dei più veloci e sperare che non arrivino crisi insuperabili.
Una crisi di tutt’altro genere potrebbe abbattersi quarantotto ore dopo, con le elezioni di metà mandato, che saranno il vero (?) giudizio sul secondo mandato di Donald Trump. Anche New York sceglie il governatore, e a sostenere la democratica Kathy Hochul contro il repubblicano Bruce Blakeman c’è un sindaco che i cinque distretti li ha attraversati di corsa due volte. Zohran Mamdani, socialista democratico in carica dal primo gennaio, ha corso la maratona nel 2022 e nel 2024 con una maglietta che era già un manifesto, «Eric Adams Raised My Rent!» (Eric Adams mi ha alzato l’affitto), e sulla schiena, la seconda volta, la promessa «Zohran Will Freeze It» (Zohran lo congelerà).
Il tempo si fermerà
Domenica, però, per qualche ora la politica resterà ai bordi del percorso. Sulle tribune degli ultimi duecento metri prenderanno posto anche i 350 newyorkesi estratti a sorte dal Comune, a guardare passare per primi i professionisti e, con un po’ di fortuna, un azzurro tra quelli di testa. Vicino al traguardo, come ogni novembre, ci sarà la statua di Fred Lebow che per la gara viene spostata dall’angolo di Central Park di fronte al Guggenheim fino all’arrivo.
Lebow, ebreo romeno scampato alla Shoah, era stato tra gli artefici del passaggio, nel 1976, ai cinque distretti. Il suo percorso lo corse una volta sola, a sessant’anni, con un tumore al cervello in remissione e al fianco Grete Waitz, nove volte vincitrice a New York. Ci misero cinque ore e trentadue minuti e arrivarono in lacrime, tenendosi per mano. Era il primo novembre del 1992, una domenica, come quest’anno.
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