Le minacce ricevute da Berrettini e i dati sugli abusi online raccontano il lato oscuro del betting sportivo. Tra giocate in tempo reale e interessi economici, la prestazione diventa una fonte di guadagno o perdita per chi guarda. E la frustrazione si scarica su chi scende in campo. Così, in assenza di interventi normatici, sta cambiando il rapporto tra atleta e spettatore
A Matteo Berrettini hanno chiesto di perdere. Non in uno spogliatoio, non attraverso un intermediario e nemmeno con una valigetta piena di soldi. È bastato un telefono: durante l’ultimo Roland Garros, suo fratello Jacopo ha ricevuto alcuni messaggi minatori al termine di un incontro disputato e vinto da Matteo.
Il senso era semplice: «Se non gli dici di perdere, uccideremo la tua famiglia». Berrettini ha consegnato numeri e conversazioni all’Atp e raccontato tutto qualche mese più tardi durante gli Us Open.
Questione di affari
Il problema, però, non è soltanto chi ha scritto quel messaggio. È capire perché qualcuno che guarda una partita di tennis possa arrivare a considerare la sconfitta di un giocatore un mero affare personale. Perché non necessariamente stava tifando contro Berrettini per antipatia o qualsiasi altra motivazione. Probabilmente aveva scommesso contro Berrettini. La differenza sembra piccola, invece racconta una trasformazione nel rapporto tra chi pratica lo sport e chi lo guarda.
Il tifoso ha sempre desiderato qualcosa dall’atleta: un gol, una vittoria, un trofeo. Adesso può desiderare anche un doppio fallo, la perdita di un set o un determinato numero di ace. Non serve nemmeno più scegliere da che parte stare. Serve che accada quello che c’è scritto sulla propria giocata. Nel tennis questo mutamento si vede meglio che altrove. Una partita contiene centinaia di piccoli avvenimenti sui quali è possibile costruire una previsione e, in alcuni mercati, una scommessa. E, soprattutto, mette il giocatore a pochi metri dallo spettatore, senza compagni di squadra attorno e spesso nel silenzio.
Gli “scommettitori arrabbiati”
Berrettini ha raccontato di essersi sentito a disagio per la presenza di persone «poco raccomandabili» a bordo campo che lo disturbavano durante le partite, soprattutto nei tornei Challenger dove controllare ciò che succede sugli spalti può essere ancora più complicato. I numeri dicono che non è più un problema laterale. Il sistema Threat Matrix, utilizzato da Wta e World Tennis per individuare gli abusi online, nel 2025 ha analizzato oltre 1,2 milioni di post e commenti. Più di 12mila sono stati classificati come abusi e 3.726 come abusi gravi.
Il 42 per cento proveniva da quelli che il rapporto definisce «angry gamblers», scommettitori arrabbiati. Non a caso, 35 account sono stati segnalati alle forze dell’ordine. È successo anche a Lucrezia Stefanini, numero 123 del ranking femminile: prima di Indian Wells anche lei aveva ricevuto minacce di morte sul proprio telefono (in DM su Instagram).
Negli Stati Uniti invece Nfl, Nba, Mlb, Nhl e Mls insieme alle associazioni dei giocatori hanno chiesto alle autorità che regolano il gioco una misura radicale: chi minaccia o molesta un atleta, un allenatore, un arbitro o un familiare per ragioni legate alle scommesse dovrebbe essere escluso a vita dal betting legale. Una richiesta congiunta di cinque dei maggiori campionati professionistici americani difficilmente verrà liquidata come un problema di qualche account impazzito sui social. Il punto, però, arriva prima delle minacce. E riguarda quello che siamo diventati quando guardiamo lo sport.
Un rapporto che cambia
Il tifoso tradizionale aveva un interesse irrazionale. Voleva che la propria squadra vincesse anche se quel successo non gli avrebbe restituito nulla di concreto. Pagava il biglietto, comprava una maglia, soffriva e tornava a casa. Lo spettatore che ha scommesso compie il percorso opposto: investe perché dalla prestazione di un altro possa ricavarne qualcosa. Il rapporto cambia. L’atleta non deve più vincere: deve produrre l’evento previsto.
Una versione molto più innocua dello stesso meccanismo la sperimentano ogni settimana milioni di persone con il Fantacalcio. Si può tifare Roma e sperare che segni l’attaccante della Lazio perché è stato schierato titolare. Si può desiderare il rigore parato dal portiere della squadra avversaria, preoccuparsi più di un assist che del risultato finale. Nessuno confonderebbe il Fantacalcio con le minacce ricevute da un tennista. Il meccanismo culturale, però, aiuta a capire il cambiamento: lo spettatore costruisce dentro la partita vera una propria partita privata.
Con le scommesse, quindi, quella dimensione privata vale denaro. Ed è qui che il rapporto cambia ancora: l’atleta rischia di smettere di essere qualcuno per cui tifare e diventare qualcuno dal quale pretendere una prestazione. È anche per questo che il legame del tennis con il betting è così contraddittorio. Berrettini stesso non ha chiesto di cancellare le scommesse: ha ricordato che portano denaro al circuito e che, se controllate, possono persino essere una forma di divertimento.
Proprio agli Us Open la domanda gli era stata posta dopo l’annuncio di un nuovo accordo commerciale della Usta con un operatore del settore. Il tennis continua ad avere bisogno delle scommesse e, allo stesso tempo, deve proteggere i giocatori da chi scommette. Berrettini vince una partita, qualcuno dall’altra parte perde dei soldi. Non è più un sostenitore del tennis, né di Berrettini o del suo avversario. Si tifa soltanto perché l’incasso di quella giocata possa finire presto sul proprio conto bancario.
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